Un lunedì diverso

Le macchine sono ferme lungo la striscia di asfalto grigio. I motori fischiano silenziosi, la massa informe di metallo arroventato e gocciolante d’umido vibra, i pneumatici fumano. Luigi è dentro la sua macchina, il braccio poggiato sul finestrino e la mano che regge la testa, pensosa e fumante come le ruote della macchina alla sua destra. Lampi di sole si infiltrano tra le ombre scure dei palazzi, in cima alla salita dove scompare l’orizzonte della strada. Davanti a sé c’è una lunga fila di macchine. Non si muovono. E’ il solito ingorgo di ogni lunedì mattina. Luigi pensa, ma un pensiero si infila tra il groviglio di nebbia nella sua testa: farà tardi al lavoro. Una pallina sarà disegnata da una penna rossa al fianco del suo cognome, a sancire quel ritardo che gli costerà qualche euro nello stipendio alla fine del mese. Già immagina il sorriso ironico del suo responsabile di ufficio nel coglierlo in fallo. La giornata inizierà male. Fa spallucce e riprende a vagabondare con la testa.

Il sole si alza lentamente nel cielo color latte. Illumina la striscia di asfalto che si trasforma in una mare luccicante immobile. Sottili nuvole di vapore si alzano dal catrame con l’avanzare della luce e si mescolano con il fumo dei tubi di scarico delle macchine. Luigi prova ad abbassare il finestrino perché gli piacerebbe respirare l’aria fresca del mattino e annusare con un lungo respiro il profumo delle alghe. Il mare è alla sua sinistra, è vicino ma in realtà non potrebbe essere più lontano. Fuori l’aria puzza per gli scarichi delle auto in fila, e per i miasmi della fogna che, proprio sotto di lui, scarica nel mare le scorie organiche della città. E’ lui è bloccato dentro quella scatola di metallo caldo, con il motore che ansima lento.

Chiude gli occhi. Un lungo sentiero di ghiaia si materializza nei suoi pensieri. Lui lo risale appoggiandosi con il bastone di legno chiaro. Un bastone nodoso che ha ripulito con il suo coltellino dalla corteccia, mettendo a nudo gli anelli e le strisce longitudinali di legno bianco. Avanza lungo quella sottile linea di pietrisco, immersa in un bosco di alti lecci e abeti, nel silenzio totale; rotto ogni tanto dal canto di un uccello o dallo stormire di ali che volano lontano, verso la cima della montagna. Luigi cammina, lentamente, in silenzio e aspirando con larghe boccate l’aria fredda del mattino. Il silenzio è fuori. Il silenzio è dentro di lui.

All’improvviso è rotto dall’abbaiare di un cane. Lo sente forte, è vicino.

Non ha paura, Luigi. Anzi, ha voglia di compagnia nel percorrere quella strada faticosa.

Inspira forte e apre gli occhi. Il rumore dei motori si gonfia. La fila di auto si muove. Guarda l’orologio sul cruscotto. Farà decisamente tardi. Solleva gli occhi al cielo. E in quel momento lo sente di nuovo. Un cane che abbaia.

Luigi infila la marcia e spinge il piede sull’acceleratore. L’auto, lentamente, si muove. E lo vede.

Alla sua destra, un po’ avanti, sul marciapiede. E’ appoggiato mollemente al muretto di una vecchia fabbrica abbandonata. Il muro è bianco, scrostato dall’incuria e dall’umido. Il cane è lì, con la schiena appoggiata a quel vecchio muro. Il muso dritto, gli occhi chiusi, le gambe che disegnano linee perfette, eleganti. Le zampe posteriori sono accovacciate, quelle anteriori dritte. Il cagnolino è piccolo, un bastardino bianco, pezzato da grandi macchie marroni. Il sole lo illumina, diretto e lui se lo gode, tranquillo e ora silenzioso. Probabilmente ha abbaiato disturbato dalle macchine o da qualche ciclista che è passato veloce vicino a lui, disturbandolo con il graffio dei raggi metallici delle ruote.

E’ bello, sereno e sembra quasi che sorrida. Luigi non riesce a staccare gli occhi da quel musetto che é lì, in mezzo al maremoto delle macchine che si intrecciano, un millimetro alla volta, per tormentarsi alla ricerca di uno spazio che le faccia avvicinare ad un parcheggio, dove dormiranno per un’intera giornata in attesa che il loro padrone le riprenda dopo il lavoro per rientrare a casa, in un garage che puzza di benzina e di olio bruciato.

Luigi chiude di nuovo gli occhi, solo un attimo, e ripiomba nel suo sentiero. Lì dove vorrebbe essere. Poi ritorna alla luce e osserva ancora il cane che ora si è sdraiato sul marciapiede, intiepidito dal sole. Il musetto é sollevato verso la fonte di luce e di calore.

L’uomo sterza verso destra, di scatto. Le macchine dietro di lui strombazzano, vede mani che si sollevano, bocche che si aprono in mute offese. L’auto sale sul marciapiede, viene diretta verso lo sterrato oltre il cemento. Spegne il motore. Scende dall’auto e si dirige verso il cane.

Lo vede avvicinarsi, solleva il musetto ma continua a sorridere. Luigi si chiede se sorrida veramente o se è solo una sua idea. Poi scuote la testa e continua a camminare. Arrivato al fianco dell’animale, alza la testa e osserva la fila delle auto. Vede sé stesso lì in mezzo e si compatisce.

Solleva il cappotto e si siede vicino al cane, appoggiando la schiena al muro sfarinato. Sente il tepore del marciapiede riscaldato dal sole e chiude gli occhi, come il cane. Alza la testa per ricevere in pieno la luce e il suo calore. E si rende conto che sta sorridendo, come il cane.

Socchiude gli occhi e sente un peso leggero sulla gamba destra. Il cane gli ha poggiato il muso. Lui mette la sua mano larga su quella testolina pezzata e lo accarezza.

Sarà un lunedì diverso.

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