La sentenza

L’hai letta su molti libri. L’hai vista in molti film. L’hai ascoltata nel racconto di molte persone, tante conosciute e altrettanto no. E’ una specie di classico della letteratura contemporanea. E’ l’immagine di una mano che casualmente incontra un rigonfiamento, o sfiora un seno e sente il nodulo, o è un rigonfiamento su un lato della pancia, o è una striscia rossa nell’acqua del water, o una traccia nera nel fiotto del seme eiaculato al culmine di un atto d’amore o di una triste masturbazione in un bagno rosa illuminato da una limpida striscia di sole.

E’ una storia banale. E’ l’avviso dell’ultimo giro, è la campanella che avvisa: amica, o amico, ora tocca a te.

E iniziano i giorni convulsi spezzati tra il terrore della fine e la speranza del falso allarme. Si va dal medico generico, si iniziano i primi accertamenti come se ci si dovesse districare tra le mille pratiche per aprire la pratica di un mutuo. Ci vuole tempo. Tanto. E non sai se il tempo, quello che senti giusto, ce l’hai. I giorni passano, ritiri i referti e ciò che sta accadendo ti sfugge. La linearità della speranza si frantuma in mille vicoli che si aprono di fronte ai tuoi occhi e che, nella tua mente, sono tutti bui e nascondono insidie invisibili. Speri, con una fiducia che riconosci come falsa già nel momento in cui si affaccia nei tuoi pensieri, che almeno uno di quei vicoli sia una via di fuga. Ti affacci attento in ognuno di quegli angoli oscuri e ti tendi conto, con l’ansia che ti assale implacabile e ti strangola e ti toglie il respiro, che invece sono tutti chiusi. In fondo, immerso nell’umido rigonfio di aria stantia, inevitabile si erge un muro grigio e scrostato, troppo alto per essere scavalcato.

Poi, dopo tanta attesa, arriva la fine della strada. L’incontro con l’ultimo medico, quello che ti dirà l’ultima parola. Non vedi l’ora che arrivi quel momento, perché non ce la fai più e vuoi sapere la verità. Però vuoi aggrapparti, attaccandoti con le unghie al tuo ultimo muro, ai giorni che ti separano da quel momento. Vuoi vivere e concentrare tutto ciò che non hai fatto in tutta una vita. Vuoi uscire a passeggio, andare a correre sotto la pioggia e sentire l’acqua che ti scorre sul viso; vuoi andare a provare la pizzeria che hai evitato, rinviando ad una prossima volta, per mesi; vuoi assaggiare una birra gelata artigianale che non hai ordinato perché costava troppo; vuoi andare a cinema a vedere qualsiasi cosa, magari preferendo le storie d’amore piene di una speranza che hai smarrito nella nebbia del tempo, pur di interrompere quel ronzio terribile che senti nel tuo cervello. Vorresti urlare: bastaaaa! Silenzio!!!! Rivoglio la mia vita, sarò migliore!

Sai, però, che non potrà mai più essere così. Sai che altri giorni potresti non averne più. Stranamente la notte dormi e finalmente i tuoi pensieri si mescolano nel buio e nel silenzio, si smarriscono, si sciolgono, evaporano. La mattina una luce tenue si frammenta negli interstizi delle tapparelle grige e ti fa aprire gli occhi. Guardi l’orologio e ti tendi conto che inizia un altro giorno, ma soprattutto che un altro pezzo di speranza a cui aggrapparti l’hai lasciato alle spalle. Il tempo sgocciola lentamente le energie e consuma la speranza, erodendola sino al torsolo.

Poi arriva, improvviso come un fulmine, la telefonata che ti comunica l’orario della visita finale. E sai che non hai più tempo. Il momento dello scontro con la verità è di fronte a te. Non puoi più rimandarlo. E la pace scende dentro di te, il silenzio si impossessa pietoso del tuo corpo e della tua mente. In fin dei conti è solo una scommessa. L’esito è semplice: vita o morte. E scopri di non avere paura di giocarla quella scommessa perché qualunque cosa è meglio di quello sgocciolio del tempo e della speranza che ti ha consumato. Aspetti nella penombra di un lungo corridoio buio e caldo di un ospedale. Guardi con l’ombra di un sorriso le altre persone che attendono il loro turno prima del tuo. Scopri di poter ancora essere gentile. Poi resti ad attendere, solo e stravaccato su una sedia scomoda. Il vento sibila nelle crepe dei marmi bianchi, si intrufola nell’anticorodal cromato delle finestre. Osservi, con lo sguardo perso, le gocce di pioggia che bagnano i vetri opachi e che scivolano verso il basso. Vorresti essere oltre quel vetro, fuori da lì e correre ancora sotto la pioggia e il vento.

Poi la porta azzurra si apre e tocca a te. Entri, sorridi, racconti; tremi ma pur di sapere il vero ti lasci fare qualsiasi cosa. Ti lasci violare, toccare, rivoltare, riempire di raggi, ultrasuoni, di mani, di aghi. Qualunque cosa pur di sapere. E la sentenza arriva, improvvisa come la telefonata di qualche ora prima.

Resti a bocca aperta. Sei vivo, per ora. La scommessa è vinta. Vinta? O rimandata

Esci dallo stanza. La porta si chiude e la luce fredda del neon svanisce, sciolta anch’essa nella penombra del corridoio. Scendi le rampe delle scale, osservi i muri sporchi, le cicche delle sigarette buttate negli angoli, i nomi dei bambini nati in chissà quanti anni scritti sui muri scrostati intorno al metallo delle porte unte dell’ascensore.

Sei vivo. “Stavolta ti è andata bene”. Risuonano nelle orecchie quelle parole lanciate, quasi con indifferenza, dal medico mentre batteva i tasti del computer.

Dovresti essere felice, ma non lo sei. Sei un ingrato? Forse. Però quelle parole ti rimbombano nella testa, ancora uno sgocciolio che senti dentro di te.

Finalmente sei fuori. Alzi il viso verso il cielo buio. Le gocce di pioggia, spinte dal vento di tramontana gelida, ti bagnano il viso e si mescolano con le tue lacrime.

Sei vivo. Ma ti chiedi, senza alcun dubbio: te la saprai vivere questa vita che ti è stata regalata?

Sei serio mentre il vento fischia tra gli alberi e li scuote con violenza. Le tue labbra sono tirate.

Un vago senso di colpa ti assale.

Sei un sopravvissuto.

Lo sai.

E ti fa paura.

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