I rami e i bambini

Sono seduto sul balcone, scomodamente stravaccato di traverso su una vecchia sedia di plastica bianca. Più che altro un tempo era bianca. Ora è un paesaggio lunare con macchie di carbone nero piovuto dal cielo e mescolato all’antico biancore. La pulisco, la scartavetro con il Cif ma quelle macchie non vanno via e mi ricordano, instancabili, ciò che respiro nel cielo azzurro dell’alto Salento, in riva ad un mare verde stretto tra tre centrali a carbone.

Leggo l’ultimo libro di Paolo Rumiz, “Trans Europa Express”, e il cuore si gonfia di meraviglia nel leggere quella scrittura che mi incanta , mi strattona e mi catapulta in un mondo profumato e ricco di una umanità che getto ai lati della mia vita.

Il viaggio. Il viaggiare. La sottrazione delle cose, un bagaglio ridotto all’osso con poche cose indispensabili, gli occhi aperti sulla terra, lo sguardo accogliente verso l’altro, la barba bianca che incornicia il volto segnato dal tempo e dalla vita.

La mente viaggia e sono su un sentiero, immerso nei boschi del Trentino, tuffato nel silenzio rotto dai rami che si scuotono, dal legno degli alberi che respira, dalle foglie secche che si accartocciano e si inseguono nell’humus rosso e giallo spento del sottobosco. Ascolto il mio passo che mantengo leggero perché sono, lì dentro, un corpo estraneo e non lo dimentico. Voglio passare senza disturbare un equilibrio che non è il mio, di cui vorrei fare parte ma non lo sono. Il silenzio delle montagne è talmente profondo, gonfio di umido e di storie, che i rumori del mio corpo, interni ed esterni, sembrano i suoni di una macchina svalvolata. Sento gli occhi socchiusi e pigri degli uccelli che mi sorvegliano, il muso alzato delle lucertole immobili al sole, il fruscio delle fragoline che si scuotono alla brezza che sfoglia gli alti alberi che afferrano la terra e le rocce unendole in un unico che non scioglierà nessuno, se non la bramosia distruttiva degli uomini che tutto devastano.

Riapro gli occhi. Il silenzio del bosco, non esiste più. Il clangore di un’ancora calata nel mare argenteo del porto giunge devastante sul balcone. Uno stormo di gabbiani bianchi vola alto nel cielo, segnale che il tempo sta per cambiare. Le strisce di nuvole bianche si attorcigliano e si ricercano in un vortice delicato e inesorabile: stasera pioveranno gocce luminose che porteranno al suolo le polveri di carbone che strieranno con i colori lucidi dell’arcobaleno le pozzanghere rossastre.

All’improvviso osservo, proprio lì davanti ai miei occhi, i rami lunghi e sottili del mio albero di gelsomino. Il vento, che odora dell’aroma grasso e amaro della chimica, sbatte quegli stecchi grigi con le piccole foglioline di un verde acceso che si affacciano alla vita.

Il loro movimento, lo guardo con gli occhi socchiusi e pigri, come quelli degli uccelli che mi osservavano mentre mi inerpicavo sul sentiero del bosco. Il vento non muove quei rami con un movimento uniforme e parallelo. No, loro oscillano con un ordine che è diverso da quello che mi aspettavo. Si cercano, i rami si vengono incontro, si sfiorano, si accarezzano e poi vanno alla ricerca degli altri. Sono come un groviglio i braccia che stringono i bicchieri lucidi e trasparenti e si cercano per un brindisi benaugurante.

Quei rami giocano con il vento e si divertono in un acchiaparello delicato come bambini gioiosi che si inseguono per i viottoli di un condominio al primo sole, dopo un inverno passato al chiuso di mura incalcinate e i nasi incollati ai vetri gelati di una stanza.

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