La stella, la grappa e una formula

Il disco rigido del MacBook ronfa pigro sotto le mani che pestano sulla tastiera. La luce della lampada è giallo ocra e diffonde un’onda delicata di vapore rossastro che illumina una parte del legno scuro e spesso del tavolo.

E’ notte e intorno a me è buio. Il silenzio nella stanza è gonfio dell’umido dei respiri dei bambini che dormono oltre il corridoio. Alzo lo sguardo verso la finestra aperta sul cielo nero. Alcune nubi arancioni scivolano veloci coprendo per qualche attimo la rete di stelle pulsanti. Ogni volta mi incanto a guardare quei puntini multicolori che rimandano ad un passato che, nello stesso momento in cui i miei occhi percepiscono lo scatto della luce, è già scivolato via da milioni di anni. Scuoto la testa perché quel mistero spazio-temporale mi ha angosciato sin da piccolo. Spesso la notte mi svegliavo sudato perché nei sogni, all’improvviso e senza un apparente legame con ciò che la mia mente stava componendo, appariva l’immagine della terra, una palla azzurra e bianca con riflessi verdi e marrone, che scivolava e rimpiccioliva in un enorme spazio nero senza fine. Mi svegliavo all’improvviso, la bocca spalancata alla ricerca di aria. Intuivo, pur essendo un bambino, che eravamo una virgola infinitesimale in un enorme lago di pianeti, stelle, buchi che nessuna formula matematica sarebbe mai riuscita a svelare.

Il mio sguardo è perso in quel mare nero seppia. Stringo gli occhi per tentare di fermare il pulsare della luce ma nello stesso istante in cui lo faccio so che non ci riuscirò. La stella continuerà a pulsare i colori dell’arcobaleno e magari in quel preciso istante sarà già morta chissà da quanto tempo.

Quel pensiero, l’assoluta relatività di tutto ciò che mi circonda, è terribile.

Non siamo che una ipotesi, copriamo uno spazio che non incide sul futuro, eppure viviamo con l’arroganza di chi pensa di essere indispensabile.

Mi alzo e vado verso la finestra. La apro: un soffio di aria fresca colpisce il viso. Chiudo gli occhi e appoggio i gomiti alla finestra. Ho desiderio di qualcosa di alcolico. Rientro, vado verso la credenza, apro e prendo il bicchierino tramandato da mio padre. Nelle sere d’inverno, quelle lunghe e noiose serate passate davanti ad un televisione in bianco e nero, lui chiudeva la sua lunga giornata prendendo da un mobile di legno scuro e bombato quello stesso bicchierino, lo riempiva di liquore ambrato e si sedeva con un sorriso sornione sulla vecchia poltrona di stoffa blu. Con la mano sinistra si lisciava i baffi, con la punta della lingua leccava il bordo del bicchiere e poi beveva con una lentezza, che ogni volta mi sorprendeva, il suo piccolo sgarro alcolico. E ogni volta mia madre tentava di dissuaderlo, usando le armi della logica tipicamente femminile. E poiché non ci riusciva, la sua voce si incrinava e da dolce diventava stridula. Temevo ogni volta il peggio ma mio padre, e questo mi sorprendeva sempre, restava tranquillo con quel sorriso appiccicato sul volto, si allisciava un’altra volta la punta dei baffi e chiedeva a mia madre: “Ne vuoi un goccio?”

Mia madre, rassegnata, ricambiava il sorriso, prendeva dalle sue mani il bicchierino e beveva un goccio del liquore condividendo quel momento di sgarro.

Ed io, ormai tranquillizzato, buttavo le pantofole per terra, sdraiavo le gambe sulla poltrona e guardavo la televisione.

Qualche anno prima di morire me lo regalò. A lui, ormai, era proibito bere.

Stappo una bottiglia di grappa e ne riempio il bicchiere. Mi affaccio di nuovo alla finestra, sorseggiando con calma il liquido trasparente e dall’intenso profumo di vinacce. Il silenzio ora è totale, limpido come la grappa che sorseggio. A tratti il vento soffia tra le foglie dei pini e ascolto lo scricchiolio dei rami. Il rumore amplifica il silenzio che avverto come una cappa sulla città.

Sono solo. Restano i ricordi. Ma sono realmente quelli i miei ricordi? I fatti, quali furono i fatti? Quelli che ho fissati nella mia memoria e che ogni tanto riemergono da qualche buco nero o furono altri? Mio padre, nel bere il suo liquore ambrato sorrideva veramente? Mia madre realmente cercava di bloccarlo pensando alla salute del suo uomo? O invece, esausta e indifferente, lo osservava con un ghigno di larvato disprezzo e un lampo di rancore negli occhi?

Scuoto la testa. Quelle domande non potranno più avere nessuna risposta. Alzo lo sguardo e metto a fuoco la stessa stella che osservavo prima.

Luce bianca, spenta, luce gialla, spenta, luce arancione, spenta, luce rossa, spenta, luce viola, spenta, luce bianca. Ora, in questo preciso momento cioé anni luce dopo il lampo che sto osservando, quella stella è viva oppure è morta? Pulsa ancora la luce riflessa di qualche sole vicino, è lei stella un sole che illumina e scalda qualche altro pianeta con una qualsiasi forma di vita? O è morto? E il fatto che io stia rimuginando su queste domande, nel tentativo di zittire il silenzio che mi angoscia, ha una qualche influenza sulla sua sopravvivenza?

Sono solo con i miei ricordi. Solo ad ascoltare, appoggiato in modo precario sulla lastra di marmo grigio della finestra di questo appartamento, il rumore sereno del vento che rinfresca la notte, solleva la polvere, pulisce le strade; spero spazzi via anche i miei pensieri.

Sono solo. Tu non ci sei. E non mi chiedo più dove tu sia, cosa stia facendo e se il tuo pensiero ogni tanto sfiora l’immagine del mio volto.

Bevo d’un colpo la grappa. Chiudo la finestra e torno al tavolo. La penombra della lampada mi rassicura. Mi siedo e riapro il mio Mac. Il suo ronzio quieto copre quello del vento che accarezza i vetri e si infila nelle fessure del legno.

Sorrido, ma è più un ghigno. Con la mano sinistra liscio i baffi. Poi apro la mano e mi gratto la barba. Non sono mio padre. Non sono mia madre. Sono solo. Finalmente.

 

Questa voce è stata pubblicata in Racconti, Sottrazione. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *