L’uomo dal cappellino bianco

L’uomo era seduto sul bordo del marciapiede. La pietra era bianca, opaca, levigata dal caldo, dalla pioggia e dal vento che passava per la strada. Lo scirocco soffiava tiepido e quasi timoroso alla destra del suo volto.

L’uomo aveva la testa fra le mani, il cappellino bianco e macchiato di sudore storto sulla testa liscia. I suoi occhi bassi guardavano, persi da qualche parte, il cemento grigio sbriciolato dalle gomme delle auto e dall’incuria; macchie nere lisce, tracce di uno sporco passaggio umano. Le pupille si concentravano su quei cerchi sformati, come a ricostruire un pensiero sfuggito per la strada. Uno scatto a destra, un’altro a sinistra. Poi ritornavano al centro ed erano di nuovo immobili. Il pensiero era perso, forse per sempre.

Nel solco tra il marciapiede e la strada crescevano cespugli di erba verde scuro, un respiro di vita, uno slancio verso l’aria, un tentativo di strappare un briciolo di libertà. Timidi fiori gialli sbucavano tra gli steli dritti come fusi, come fossero astronavi pronte al decollo.

L’uomo era immobile, solo il respiro lo muoveva. Un vago ondeggiare delle spalle, un timido cenno di vita che procedeva per la sua strada con un automatismo di cui, forse, avrebbe fatto a meno.

Sopra quella figura raggomitolata sul bordo della strada si ergeva un alto pino dal tronco grigio, contorto, strappato che si innalzava sfuggendo ai muri bianchi che lo circondavano, La sua chioma era folta, gigante, i rami larghi e allargati verso le finestre di legno scuro degli appartamenti e poi puntavano autorevoli verso il cielo.

Già, il cielo. Una lavagna nera, un’ardesia luccicante di mille luci colorate. In fondo, oltre l’orizzonte illuminato scorreva impetuoso il mare con la sua spuma bianca che si scontrava con le rocce nere e lucide, incartate in una lucente pellicola. L’umido della sera velava il pulsare delle stelle, ma non poteva fermarlo. Perché, come il respiro dell’uomo, era un automatismo che nessuno poteva arrestare se non il procedere del tempo e le strane follie delle leggi della fisica ancora sconosciute.

Un lampo, un rombo, uno sciame di luce. Un attimo lacerato nello spazio e nel tempo, uno stridore giallo e violento nel cielo. Gli uccelli si alzarono in volo riempiendo il nero ardesia con il loro urlo, che copriva il frusciare delle ali aperte nello spazio, lì sopra le case.

Un meteorite passò alto, penetrò l’atmosfera che, come una palla di gomma, si richiuse subito dietro il pezzo di roccia gelata che puntava verso la terra.

Il fenomeno fu fotografato, filmato, trasmesso nei telegiornali, additato ai bambini perché lo ammirassero e se lo appiccicassero nelle loro memorie. Un giorno lo avrebbero raccontato ai loro figli e ai loro nipoti, se le leggi conosciute della fisica e della natura glielo avrebbero consentito.

L’uomo seduto sul bordo del marciapiede non vide nulla. La testa restò bassa immersa tra le sue mani, il cappellino bianco restò storto sulla testa lucida del suo sudore.

L’uomo era perso a cercare nel cemento grigio, tra le macchie nere di vecchie gomme da masticare sputate da qualche bambino, il filo dei suoi pensieri, il senso di una vita.

Una vita smarrita nel pietrisco del cemento grigio di quella stretta via, tra le erbe che qualcuno il giorno dopo avrebbe falciato.

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