Il ricordo dimenticato

L’ho trovata sul tavolo, appena rientrato dalla corsa. E’ tardo pomeriggio e correre è stato faticoso. Il caldo era spesso, come la sabbia del mare che vola nell’aria a mucchi bagnati e si incolla alla pelle sudata, e correvo lottando contro un vento freddo e violento che rendeva il mio passo pesante e incerto.

La stanza nella casa era in penombra, sul balcone le piante di pomodoro, alte e verdi, ondeggiavano colpite dal maestrale. I piccoli fiori gialli diventavano strisce sottili che si mescolavano al colore intenso delle foglie larghe. Le osservavo con lo sguardo pigro della fatica.

Ho abbassato gli occhi, forse più per istinto perché avevo percepito un odore dolciastro nella stanza non appena avevo chiuso la porta, ed era lì davanti a me sul tavolo. Una torta di mele. Infilata in una teglia rettangolare, banale nel suo colore brunito. Mi sono avvicinato, l’ho sfiorata con una mano ed era morbida. Ho pensato “quanto basta”. Ho afferrato il coltello e ho tagliato un angolo che percepivo più solido. E ancora: “quanto basta”. Ho avvertito il sorriso mentre si formava sulle mie labbra.

L’ho portata alle labbra, mentre il vento fischiava tra le foglie degli alberi nel cortile e tra le fessure nel legno delle finestre. Era un fischio acuto, sottile e penetrante.

Ho morso il pezzo di torta. Ho chiuso gli occhi mentre masticavo, la saliva usciva copiosa nella bocca e impastava la spugna di dolce risucchiandone il sapore e mescolandosi agli aromi. Ho chiuso gli occhi e sono stato trasportato in un’altra dimensione, in un altro tempo.

La stanza era una cucina dai muri tinti di un verde chiaro ed io ero seduto su una vecchia e graffiata sedia di legno celeste. Le mie gambe fanno su e giù in un veloce movimento ondulatorio. Non toccano terra perché sono un bambino; un piccolo bambino. I gomiti sono appoggiati su un tavolaccio dello stesso colore della sedia. Intorno al collo ho annodato un tovagliolo bianco con degli inserti anch’essi celesti, anche se di un tono più scuro. Una delle manie di mia madre era che le tovaglie fossero abbinate ai colori della cucina. Di fronte a me c’è un piattino di ceramica bianca e al centro un bel pezzo della torta di mele. Non mi piace la torta di mele!, dico a mia madre con la voce incrinata dalla delusione.

“Assaggiala”, mi dice con una voce stranamente dolce, tranquilla. “Assaggiala. L’ho fatta in un modo diverso: Dai, su! Dimmi se così ti piace”.

Abbasso la testa. Sono deluso. Volevo la torta al cioccolato, non questa alle mele. Non mi piacciono le mele. Non mi piace la frutta! Pianto i gomiti sul tavolo, arrabbiato; ma anche su questo gesto mia madre non mi sgrida. Spalanco gli occhi e la guardo con la testa inclinata. E’ diversa. Mi aspetto la solita urlata e invece mi guarda con un sorriso largo. E … sì, dolce.

Ci penso un po’, ma capisco che non posso deluderla. Prendo la torta con la punta delle dita. Non è molle come al solito, è un po’ più dura, quasi croccante. Corrugo la fronte, quasi insospettito.

Poi la mordo. La mastico. E il sorriso ci scappa. E’ buona, non si sente la frutta. E’ un impasto compatto in cui i sapori si mescolano e l’unica cosa che avverto è un piacevole sapore dolce, molto dolce.Vorrei non dirlo, ma è proprio buona.

Lei mi guarda, sorride ancora. Non mi dice nulla, si alza dalla sedia, di fronte a me. Si avvicina, mi sfiora la testa con una carezza e mi dice: “grazie”. E va via, mentre io mi divoro la torta.

Riapro gli occhi e mi ritrovo a casa. Nella mia dimensione e nel mio tempo.

Vorrei ritrovarla lì, di fronte a me. Fermarla. Dirle che ora mi sono ricordato, c’è stato almeno un momento di dolcezza. Forse ce ne sono stati molti di più.

Ma non ho più a chi chiedere. Non ho più memoria. Non ho più ricordi.

Qualcuno me li ha rubati.

Per sempre.

Mastico la torta e ritrovo esattamente quel sapore unico, senza sbavature, e quella compattezza perfetta.

Qualcun altro me ne ha restituito almeno uno, di ricordi.

Non mi ha chiesto nulla in cambio. Nemmeno un “grazie”.

 

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