Il Silenzio e il Taccuino

E’ tempo che non scrivo nulla su questo blog. E’ tempo che rifletto sul senso di queste pagine. Ed è tempo che non so darmi una risposta. In realtà non ho smesso di scrivere. Semplicemente ho smesso di desiderare che le parole, i pensieri, qualche straccio di idea o di sentimento, sia reso pubblico. Oddio… pubblico. Non ho mai saputo esattamente quante persone vengono a dare una sbirciata su questo blog, che poi non è mai stato un vero blog. Posso immaginarne alcune. Altre, che un tempo venivano a leggere, so per certo che non lo fanno più. Sono rapporti consumati dal tempo, strappati dalle parole o da gesti non compresi o mal interpretati oppure, al contrario, interpretati per quello che erano: una girata di spalle e l’incamminarsi su un’altra strada.

Questo è ciò che ho fatto in queste settimane. Ho cercato di percorrere un’altra strada. E ho cercato che fosse una strada immersa nel silenzio. Ci sono riuscito solo in parte ma almeno ci ho provato. Queste righe non vogliono essere un diario ma una spiegazione, che forse tento di dare prima a me stesso che ad altri.

Tutto è nato dalla lettura di un libro, che consiglio a chiunque legga queste righe: “Sulle strade del silenzio” di Giorgio Boatti. E’ un viaggio, durato più di un anno, che questo bravo giornalista ha percorso, in lungo e in largo per l’Italia, tra monasteri ed abbazie. Non è un libro religioso, anzi: è il racconto di un viaggio interiore percorso da un uomo che è un ateo, un comunista, ma che era alla ricerca del silenzio, della essenzialità; alla ricerca di una strada per affrontare il suo “spaesamento”, che deriva dal vivere in un’Italia, che si è profondamente modificata negli ultimi vent’anni e da cui, lui!, si sente distante.

Questo libro ha scoperchiato un dolore che avevo dentro. E mi ha spinto ad iniziare un percorso simile, partendo però da qualche prima riflessione sulla mia vita e sulle molte domande che mi assillano da tanti anni. Queste domande non hanno mai avuto risposte e sò che, in larga parte, non ne potranno più avere. Per una serie di ragioni.

Ma non è questa la cosa importante. Dal momento in cui ho letto le ultime righe di quel libro e ho chiuso l’ultima di copertina ho deciso di guardare dritto negli occhi la stessa sensazione che avverto dentro, e fuori, di me e che era così ben descritta nelle pagine appena lette: lo “spaesamento”.

Questa sensazione ha tante facce, tanti colori, tante emozioni, tanti rimpianti.

Spesso su queste pagine ho scritto racconti sulla corsa. Lo sapete che correre è una cosa che mi piace molto, un bisogno quasi primordiale che, mentre si liberano le endorfine, rende trasparenti i pensieri, dona il coraggio di guardare sino in fondo sè stessi. E’ una sensazione simile alla meditazione. E’ quel piccolo punto nero in un muro di bianco splendente su cui si concentra l’attenzione, il respiro, la forza interiore.

La corsa è un pezzo fondamentale per la mia vita quotidiana. Beh, mi sono spaventato quando mi sono reso conto che non avevo più voglia di correre, che era diventato quasi una sorta di dovere. Nonostante tutto correvo lo stesso, anzi cercavo e cerco di farlo ogni giorno. Ma il mio passo rallenta, le forze mi mancano, il sudore cola sulle tempie più intensamente di prima. E il pensiero non si libera più, resta chiuso in un groviglio inestricabile. Ho cercato di percorrere strade nuove, di immergermi nella natura, di ascoltare con un sorriso il cinguettio degli uccelli, lo stridio delle numerose rondini che circolano nel cielo battuto dal vento di Brindisi. Ho continuato a cercare di guardare verso il cielo ma mi veniva spontaneo solo abbassare lo sguardo verso la striscia grigia del cemento.

Lì, in quel preciso momento, ho intuito che lo “spaesamento” era arrivato ad un punto critico. Lì ho capito che mi ero perso: ho perso le storie da raccontare, ho smarrito il desiderio di lasciare libera la fantasia, o forse si è semplicemente prosciugata la fonte che mi ispirava. Oppure tutto è andato da un’altra parte.

Non lo so. Non so dare risposte.

Ho provato, allora, a cercare di riportare alla luce le domande. Anche quelle che so che non possono avere risposte. Ho seguito parte del viaggio percorso da Giorgio Boatti. Ho visitato alcune abbazie e monasteri. Ho camminato per alcuni paesini medievali, dalla splendida ed intatta bellezza e semplicità. Ho spiato nelle piazzette sterrate in cui  alcune anziane signore chiacchieravano nella penombra, strette su antiche panchine di legno, osservando con un sorriso un vecchio labrador che giocava, paterno, con i loro nipotini. Ho annusato il profumo dell’erba bagnata che giungeva nel centro di quei sperduti paesi, spinto dal maestrale potente che spazzava via anche i cattivi pensieri. Ho ascoltato quel sussurrare leggero tipico di un’Italia che non vedevo, e non ascoltavo, più da molto tempo. Ho guardato, smarrito, bambini che mangiavano i loro gelati e che, se il vento buttava per terra i fazzoletti che ricoprivano le cialde croccanti, raccoglievano da terra la carta stropicciata e la gettavano nel cestino. Ho apprezzato il ruvido silenzio di una donna magra calabrese che, in una vecchia osteria in un paese nell’interno della Toscana, ha riconosciuto l’accento meridionale e all’improvviso si è aperta nel racconto della sua vita complicata. Al centro di quella vita, quasi ritmicamente nelle sue parole, si affacciava, anch’esso spaesato, il dolore, lo strappo rossastro, della separazione dalla sua terra. E mentre parlava il tono graffiante della sua voce disegnava le rocce dell’Aspromonte, il verde selvaggio dei suoi boschi, il silenzio torvo della sua gente, il cuore morbido che quel silenzio nasconde.

In quella donna ho ritrovato emozioni sopite e uscendo dalle ombre dense del legno antico di quell’osteria ho ritrovato la condivisione di quel vuoto che abita, ora, dentro la mia vita.

Sono andato nei boschi delle mie amate montagne del Trentino. Come ogni anno ho sognato di poterci passare molto più tempo. Le ho sognate, le ho desiderate, ne ho annusato i profumi a centinaia e e centinaia di chilometri di distanza. Quest’anno temevo che non le avrei viste, che non avrei potuto solcare il selciato di quei sentieri. L’ho potuto fare, ma solo per pochi giorni. E quando sono partito, per tornare a casa (?) ho avvertito intenso lo strappo, quasi definitivo, da una terra che, anche se non mia, amo sino al midollo perché quel silenzio naturale, le poche parole ruvide di chi ci abita ma che le conosce, le rispetta e le ama, lo sento mio e mitiga lo “spaesamento”.

Ho camminato in quei pochi giorni trascorsi in Trentino per chilometri e chilometri. Ho affondato gli scarponi nelle continue salite. Ho sudato. Ho ascoltato il silenzio totale che, passo dopo passo, ricuciva le ferite di un anno doloroso in cui ho perso persone importanti e che hanno partorito altre domande senza risposta.

Domande che bisogna avere il coraggio di accantonare.

Ho ascoltato il silenzio rotto dal vento tra le foglie. Ho osservato l’erba che si mescola al tappeto delle foglie secche, rosse gialle e ambrate, che ricopre la terra nera; le rocce imponenti che murano le curve dei sentieri. Lo sguardo ha vagato nello spazio compatto e ha incontrato il colore dei ciclamini, che scurisce man mano che si sale di altezza e che l’aria rinfresca e si ripulisce dalle scorie vomitate dall’uomo. Ho visto il colore rosso intenso delle fragoline di bosco, il violetto leggero dei lamponi, il rosso e il nero dei ribes e dei mirtilli. E ho sentito all’improvviso lo scrosciare delle acque, dei torrenti che spezzano la terra secca del sentiero e lo riempiono di piccole pozze di acqua gelida e pura. Il frullare veloce di un uccello che si alza in volo, spaventato dallo scricchiolio dei miei scarponi sulle pietre. Il passo veloce di uno scoiattolo che mi passa davanti portando in bocca una grande pigna. Poi interrompe la corsa, si ferma, si alza sulle zampette posteriori, gira veloce il muso verso di me e pare quasi sorrida, o mi irrida. Poi via, veloce come il fulmine.

In quel silenzio totale, nella fatica del passo in salita, nell’arrivare al piano erboso e immerso di abeti, alti come giganti epici, ho ritrovato la pace. Ho ritrovato le domande e ho capito che darsi risposte non sempre è necessario. Nel silenzio di una piccola baita, una di quelle poche vere baite i cui proprietari sono ruvidi e di poche parole ma che sanno offrire un buon caffé e una crostata fatta a mano e cotta in un forno a legna, ho potuto gettare lo sguardo sulle guglie rocciose del Brenta. Nel silenzio i pensieri si sono fatti di nuovo limpidi, si sono liberati. E il vuoto, il dolore, è emerso nel freddo pungente di un mattino.

E’ un vuoto, e un dolore, che ha dei nomi e dei cognomi. Sono pezzi di vita interrotti e franati via perché la vita è fatta così, forse. Ma sono pezzi che mancano, piccole e grandi frane che hanno prodotto lacerazioni; altre domande che grondano sangue.

Ora sono di nuovo qui. Come leggete, confuso. Sono tornato alla quotidianità. La mattina mi alzo e vado al lavoro. Torno, vivo, corro, leggo. Lo “spaesamento” è ancora qui, dentro. Ora so, però, che non è solo mio ma della gran parte delle persone che incontro ogni giorno. E’ uno spaesamento che ha bisogno di essere portato in superficie, ha bisogno di essere raccontato, manifestato. E ha bisogno di amore.

Ha bisogno di un amore vero, profondo, di attenzioni, di parole, di piccoli gesti. Non ha bisogno di mezze misure e di ipocrisie.

Con questa piccola consapevolezza ho ripreso a correre. Ho ritrovato qualche pensiero sporadico, ho ripreso ad alzare la testa e guardarmi intorno. Non sempre ci riesco. Vorrei tornare a scrivere qui, magari a scrivere qualche nuovo racconto. Da un paio di mesi ora scrivo sul mio taccuino. Scrivo con una vecchia penna nera il cui tratto è netto, intenso, senza sbavature. I pensieri personali finiscono lì, anche qualche bozza di racconto. Anche qualche piccolo gesto d’amore.

C’è un pensiero mi accompagna ogni giorno, pur nello spaesamento. Perché nella vita mi è capitata una di quelle strane vicende che, forse, meriterebbero di essere raccontate.

C’è una persona che, pur non avendola mai incontrata, mi ha spinto a correre seriamente e mi ha spinto a scrivere. E’ una persona che mi ha aiutato a farmi domande ma anche a superarle. Ne conosco il volto perché ho visto qualche fotografia; non ne conosco il profumo, non ho mai visto le sue mani. Non so come le muove, non so come aggrotta la fronte mentre parla, non so come apre le labbra mentre sorride, non so tante cose. So però che, sia pur a grande distanza, ha cambiato il corso della mia vita. Nel tempo l’ho persa, come si perdono tante persone nel cammino della propria vita. Ma se scrivo e corro lo devo a lei e non lo dimentico perché è una di quelle rocce che mura la curva del mio sentiero e che mi ripara dalle frane. Questa è una certezza che resta nel tempo, anche quando si arriva alla fine del sentiero.

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Una risposta a Il Silenzio e il Taccuino

  1. Paolalaura scrive:

    Per quanto velocemente potranno attraversarti la vita, alcune persone resteranno per sempre il tuo modo migliore di vedere le cose.

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