Il tramonto di un giorno di novembre.

Era lì, dietro la porta di legno grigio scrostato. Intuivo l’ombra che nel corridoio spezzava la luce gialla della lampada. Ero seduto per terra, le braccia incrociate afferravano le gambe ma non riuscivano ad arrestare il leggero tremore. Grattava con le unghie sul legno. Era insopportabile quel rumore stridulo che penetrava nelle orecchie, ne scartavetrava i timpani e si infilava dritto come un sottile ferro rovente nel mio cervello.

La paura mi stringeva il collo. I pensieri si affollavano nella mente. Grattavano anche loro le pareti del mio equilibrio. Il panico risaliva acido lungo la gola. Lo immaginavo arancio, torbido, pieno di grumi.

Mi alzai di scatto, scavalcando i pensieri, la ragione, la logica. Afferrai la maniglia della porta e la aprii di scatto. L’ombra arretrò, quasi spaventata. Non la guardai. Mi infilai lungo le scale di fronte a me e scesi, con un gesto rapido la mano sinistra si riempì delle chiavi dell’auto mentre la destra tolse dall’appendiabiti il giaccone. Aprii la porta d’ingresso e uscii sul patio. Mi diressi verso l’auto, ma rallentai attratto dal cielo limpido e dall’aria fresca. Il vento era calato e una brezza leggera scendeva dal lato della Tramontana.

Il sole era all’orizzonte. Feci scattare l telecomando e l’auto occhieggiò con le sue frecce gialle. Mi infilai e con la coda dell’occhio afferrai il movimento rapido dell’ombra che entrò dietro di me in macchina.

Accesi il motore e con uno scatto leggero percorsi il viale selciato e superai il cancello. Nel silenzio ovattato, il motore ronzava pigro, dell’abitacolo mi diressi verso la strada che costeggiava il mare.

Il sole scomparve dietro l’orizzonte e il cielo si accese di un color pesca intenso che digradava verso il viola. La macchina scivolava lungo le curve della scogliera, ma il mare era nitido, luminoso nel suo essere una tavola color mercurio tagliata dai profili dei pescatori. Alzai lo sguardo verso il cielo. Una stella brillava, grande, al centro della volta. Era una luce brillante, screziata nei bordi. Pensai fosse un aereo che iniziava a planare verso la pista dell’aeroporto. Fermai la macchina per osservare meglio. Era ferma, immobile nel vento leggero profumato di alghe e di muschio. Le tonalità del cielo diventarono sempre più intense, quasi brucianti. Era come se il cielo stesse per esplodere e mi ritrovai con i piedi sulla sabbia; ero sceso dall’auto, avevo spento il motore e le luci. Ero immerso nella penombra, il fruscio della brezza dentro le orecchie a calmare, come un unguento emolliente, il dolore dei miei timpani. La risacca del mare si sospese, scomparve nel vuoto. L’ombra non la potevo più vedere, ma avvertii la presenza al mio fianco. Non avevo più paura, la sentivo parte di me.

Nel cielo color cobalto, al fianco della stella, le nuvole, accartocciate e arrotolate, di allungarono in onde grigie con la spuma colorata di un rosa antico. L’alone solare si spegneva pian piano in una mescola di colori pastello che mi lasciò senza fiato.

Rimasi in silenzio sulla sabbia di una piccola spiaggia in riva al mare. Il respiro rallentò e si sincronizzò con il pulsare del cosmo, con il battito della luce nelle stelle. I muscoli si placarono, la pace si distese, il ronzio elettrico del cervello rallentò. Il silenzio, finalmente, scese.

L’ombra era lì, al mio fianco. Nera ma stavolta leggera. Mi girai e nel buio vidi lo scintillio dei suoi occhi. Sul viso pallido, su quella pelle raggrinzita e diafano, la luce stellare illuminò le lacrime che, lentamente, scivolavano.

La guardai e le sorrisi.

Anche lei si girò e mi osservò, ne avvertivo lo sguardo limpido.

“Adesso ho capito” mi disse.

“Sì” le risposi. “Siamo qui per questo: perché speravo capissi.”

La morte si girò e rientrò in macchina.

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2 risposte a Il tramonto di un giorno di novembre.

  1. Luigi scrive:

    La natura e i suoi colori come ragione di vita quando oggi tutti sono concentrati a gardare il mondo in 3 pollici di smartphone. Bel racconto

  2. eva carriego scrive:

    una morte lieve, gentile.

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