Natale è…

E’ in arrivo, non so su quale binario, il mio cinquantatreesimo Natale. 53, è un numero che, anche a sussurrarlo lieve sulle labbra screpolate dal freddo, fa paura. E’ un numero grande, quasi immenso. Troppo grande per me.

Mi guardo allo specchio e ritrovo le rughe solcate da 52 anni di vita vissuta e nove mesi al riparo da tutto nella pancia calda di mia madre. Cerco di ricordare com’era passare la mano fra i capelli folti e neri che mi scivolavano sulle spalle. Non li ricordo più.

Passo, allora, la mano, tra il cespuglio ispido e bianco della barba. Niente, il ricordo è scivolato via e non ritorna più.

Spolvero i ricordi attorcigliati di questi 53 giorni di Natale e risale una matassa di immagini, di odori, di luci, di paesaggi dietro 53 finestre, spesso diverse tra di loro.

Una piazza di un piccolo paese di provincia, me bambino con il naso caldo appiccicato sul vetro gelido, che afferro con gli occhi spalancati i fiocchi di neve che cadono copiosi e formano un manto bianco mai visto. Un anziano signore intabarrato in un cappotto lungo e grigio con una lampada in mano che urla: “E’ mezzanotte e tutto va bene! Buon Natale!”. Sì, ho fatto a tempo a vedere anche questo.

Un’altra piccola piazza di una cittadina del sud, una larga fontana illuminata di verde che spara acqua fredda, e due zampognari che strusciando i piedi soffiano nelle budella di pecora. Il suono ispido, acuto, che spezza il gelo della sera e profuma di pastori e campagna gelata sotto un cielo stellato di dicembre.

Il buio della notte, il silenzio totale spezzato da qualche rara macchina che solca la piccola strada dove abitavo, in qualche posto sperso da qualche parte. Il buio è rotto da luci colorate intermittenti. Non sono le microlucciole di oggi, ma palle enormi di pochi colori, blu bianche e rosse, sdraiate su un albero che abbiamo addobbato per più di trent’anni prima che crollasse vecchio e stanco. In quel silenzio solido cercavo, il viso infilato sotto le lenzuola e le coperte di lana grigie, di carpire il respiro di Babbo Natale e di riuscire a vederlo mentre entrava, chissà da dove, nella stanza per portare i doni ad un bambino che non sapeva mai se era stato buono oppure no, se avrebbe ricevuto il regalo richiesto oppure solo cenere e carbone. Ma la paura era talmente tanta da non essere mai riuscito a spiare da sotto il lenzuolo.

Fra poco è il mio cinquantreesimo Natale. L’ansia del regalo non c’è più perché il mistero è stato svelato. Come quel bambino di tanti anni fa resto con il naso caldo appiccicato al vetro gelato. Ma l’omino nel cappotto grigio non c’è più. Il silenzio della notte non c’è più, anzi ora si aspetta un attimo di respiro tra i rombi delle macchine che transitano sulla strada larga sotto casa.

Fra poco è Natale. L’unico desiderio rimasto è di potere vedere il giorno di Natale numero 54.

Tanti auguri.

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