Buon Natale

Alzo lo sguardo verso il cielo. La pioggia scivola lentamente nell’aria rigando la luce arancione dei lampioni. Mi bagna il viso e le guance fredde, ma sono sottili carezze che mi fanno socchiudere gli occhi. Il passo rimbomba sul cemento scuro nella notte, è ritmato al battito del mio cuore. Corro, disperatamente corro. Osservo la mia ombra, incollata sull’asfalto: si allunga mentre la luce si allontana alle mie spalle, poi si accorcia e mi trasforma in un bambino sotto l’arancio più intenso.

Siamo in fila nell’ingresso di casa. Dietro tutti ci sono mio padre e mia madre, lui un po’ appesantito lei bella con i suoi occhi chiari, gli occhiali splendenti e il sorriso dolce che tira fuori da qualche cassetto solo il giorno di Natale. Dopo, lo so già, lo riporrà in quel suo cassetto e tornerà gelida come una luna d’inverno, splendente, bianca ma fredda. Tra loro e me sono in posizione i miei due fratelli. I capelli perfettamente lisciati, un gilet di lana grezza blu sulla camicia bianca, un piccolo papillon, i pantaloni corti da cui sbucano le gambe ormai pelose. Io sono davanti. In una mano ho una candela sottile, lunga e bianca. Nell’altra il piccolo cestino con il bambinello a cui qualcuno ha amputato una mano.

La pioggia cresce, allunga la sua corsa, le mie gambe alzano il ritmo; le scarpe arancioni affondano nelle pozzanghere. La strada è deserta, incontro solo un uomo di cui intravedo il profilo ingobbito in controluce; porta a passeggio un piccolo cane bianco. Mentre lo incrocio sia lui che il cane, con lo stesso movimento secco del collo, si girano per osservarmi. Lo sfrigolio rosso di una sigaretta rompe il buio. Ma è solo un attimo. Lo lascio alle mie spalle e continuo a correre. Disperatamente corro.

Mio padre allunga la mano, è apparso un fiammifero acceso tra le sue dita sottili, e accende la candela che ho in mano. Mi giro e vedo che tutti adesso hanno una candela bianca tra le mani. Sono tutte accese. Mia madre, sempre con quel sorriso che ora è un po’ meno dolce e un po’ più finto, come se qualcuno le avesse incollato una maschera sulla sua bocca. Però mi piace comunque. All’improvviso alza la mano: “le luci!” strilla. Mio padre le sorride, poggia la mano sulla sua spalla. Si gira e va. Dopo qualche minuto tutte le luci delle stanza sono accese. Mio padre torna e riprende il suo posto, al fianco di mia madre, alle spalle dei suoi tre figli.

Sulla strada il cielo allarga le fronde degli alberi. Le nuvole sono bianche nonostante il buio della sera. Sono tonde, morbide, lucide di pioggia. Il bordo è illuminato dalla luce della luna, fredda e immobile. Sembra sorridere ma mi appare come un ghigno ironico. Non lo sopporto e distolgo lo sguardo. Mi concentro sull’asfalto bagnato, evito le buche, saltello come un ragazzino. Corro sempre più forte e le gocce di pioggia da carezze sottili diventano spilli che mi pungono il viso. Spezzano le mie lacrime.

“Vai! Parti!” E inizio a cantare la mia canzone di Natale. E cammino, un passo alla volta, lungo il corridoio. Dietro salgono le loro voci. Un coro collaudato si alza e sbatte sulle pareti bianche dell’appartamento. Tutte le stanze sono aperte e illuminate, pronte ad accogliere il Salvatore. Mi chiedevo: perché lo chiamano Salvatore se il suo nome era Gesù? La mano di mio fratello maggiore si poggia sulla spalla, e mi spinge delicatamente dandomi la direzione giusta. Mi volto: vedo gli occhi chiari, come quelli di mia madre, dei miei due fratelli. Uno li ha seri e limpidi, l’altro li ha furbetti e sorridenti. Resteranno così anche quando le loro speranze, i desideri, i sogni, si frantumeranno sugli scogli della vita. Dietro mia madre ha lo sguardo perso in qualche suo oscuro desiderio. Mio padre ha il mento sollevato, gli occhi neri allegri, e canta a squarciagola. Le stanze sono ormai finite, si entra nel salone e ci si ferma di fronte al presepe. Io sono il più piccolo, a me il compito, allo scoccare della mezzanotte, si far nascere il bambinello. Con la sua mano amputata. Lo farò, con serietà e domande masticate nella mia testa. Come sarà negli anni futuri.

Corro, ancora, disperatamente. Sono gli ultimi passi. Spingo, ma non è la rabbia che mi guida. Sono le domande che ho masticato per anni dentro di me e che lì sono rimaste.  Il tempo è passato. Le risposte non sono arrivate perché chi poteva darmele non sapeva della loro esistenza. E resteranno senza nessuna risposta. Ora il tempo è finito. Come la corsa.

Buon Natale!

Questa voce è stata pubblicata in Pensieri, Racconti, Sottrazione. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *