L’attesa

Sono le 8.25 del mattino. Ho percorso cento chilometri per essere qui in tempo. Franca è con me, seduta nella sedia qui di fianco, il viso gonfio per la notte insonne, i bei capelli biondi e ricci che le scivolano sul collo.

La strada questa mattina era libera, una striscia di cemento che si confondeva nel cielo nuvoloso. Nuvole chiare, grigio perla, mescolate a cumuli scuri, color grafite, che si impennavano come la punta di un cono di panna sporco di fumo.

Il vento forte schiaffeggiava le fronde degli alberi, ma non le piegava. Era un lento ondeggiare che sparpagliava le foglie secche lungo i bordi della strada.

Ora sono qui, in uno scantinato oscuro di un ospedale. Una stanza che spezza un lungo corridoio in penombra che pende verso il basso, colmo di persone. Sono tante, frammentate in file diverse. E’ un frattale gonfio di dolore, di espressioni serie, di preoccupazioni, intriso della stanchezza umida di una lunga attesa che pare non debba finire mai.

Aspetto. So che sarà una lunga giornata. L’importante è iniziare, sentirsi chiamare per avviare lo start di un gioco in cui sarò tirato in ballo, con cui dovrò misurarmi. Con cosa? Con il dolore. Con la condivisione del dolore. Quello fisico che non ho mai conosciuto e che adesso è lì, dietro un vetro smerigliato che nasconde un responso, una sentenza, una speranza o la fine di essa.

Mi guardo intorno. Ascolto. E’ un lento e strascicato sussurrìo. Voci femminili che si raccontano, si danno la mano, si coccolano. Gli uomini restano in un silenzio serrato, quasi oltraggiato, con la testa chinata verso il basso e le mani che stringono un fascicolo.

Io invece scrivo. Cerco nella carta del taccuino il mio silenzio. Cerco di placare il cuore in tumulto. Gli occhi sono gonfi, quasi mi si chiudono per la stanchezza, per la tensione, per lo stress, per la noia. La stanza, quella in cui mi sento infilato e impilato quasi di forza, è piena. L’aria è densa, gli occhi puntati sul vetro di fronte. Il vento si infila negli infissi di alluminio e fischia indifferente. Le luci qui sono intense, bianche, asettiche. I muri sono piastrellati come se fosse un bagno. I pavimenti puliti.

L’infermiera, un donnone basso e largo, si affaccia. I capelli gialli sembrano tagliati con l’accetta, dritti, innaturali. Il viso è bonario ma il tono della voce non lascia scampo: lei ha il controllo.

Chiama il mio nome.

Chiudo il taccuino e faccio scattare la penna. Inizia il gioco. Start. O End?

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Una risposta a L’attesa

  1. maurizio scrive:

    Mission control says: GO!!
    🙂

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