Il passo doppio

Non posso correre. E allora cammino. Il percorso della mia corsa quotidiana e serale ora lo faccio camminando veloce, più o meno. Non mi piace solo camminare e le gambe, spontaneamente e staccate dai comandi del cervello, tentano più volte di scattare. Le devo frenare, ma con sofferenza. Interiore e fisica. Perché correre per me è vita. L’ho scritto molte volte, forse anche troppe. Ma è così. Senza la corsa quotidiana cado in una depressione intensa, che arriva ad avere quasi una consistenza fisica, palpabile.

La sera, dopo una giornata di lavoro che aumenta la depressione mentale, mi vesto con lo stesso abbigliamento running ed esco. Vado incontro al tramonto, al sole che spegne la giornata. Lo vado a salutare. Il mio cammino mi porta verso le strade di campagna, il cemento cola via gradatamente. Il grigio sporco è pieno di carte, di preservativi usati, di fazzoletti pieni di sperma secco, di assorbenti che non sempre sono puliti. Sono le macerie di battaglie amorose che si consumano al buio di un largo parcheggio alle soglie della campagna brindisina. E’ un panorama comunque pieno di vita ed è incorniciato dal vento che batte quello spiazzo, sia esso vento di tramontana, di scirocco o di grecale. Qualunque sia il vento che soffia nella giornata, una volta che si risale la leggera salita verso lo spiazzo accarezza delicatamente il viso. Ogni volta chiudo gli occhi, alzo il naso e annuso i profumi della campagna di cui il vento è gonfio, impregnato in ogni suo refolo.

Attraverso a larghe falcate, saltellando per evitare di calpestare le macerie sessuali, e finalmente arrivo alla stradina che taglia a metà un largo prato di grano. Oggi il cielo era colmo di nuvole nere gonfie di acqua. Una coperta aggrovigliata di onde grigie e scure. Ma sulla sinistra un grande buco squarciava la coperta di nuvole ed esattamente al centro un sole lucido, intenso, giallo come l’oro illuminava di traverso l’aria e la campagna. Il grano appena nato sulla terra nera era di un verde violento, intenso, vivo. Alla mia destra vibrava sotto le folate del vento il recinto elettrificato dell’aeroporto militare. Ma subito dietro si ergeva il campanile appuntito della chiesa di Santa Maria del Casale, la mia tappa intermedia. La luce del sole, in quel preciso istante in cui raccoglie tutta la sua forza prima di spegnersi lentamente e di trasformare la sua forza in tenui colori pastello che accompagnano verso il buio della notte.

Sulla strada, sottile, e circondata dal verde, incrocio i miei vecchi compagni di corsa. Mi salutano ma li guardo, pur rispondendo con un sorriso o con un cenno del capo, con un magone, una malinconia, che non riesco a trattenere. I giorni passano ma il tempo si dilata e il punto di arrivo, il giorno in cui finalmente potrò staccare i piedi da terra e riprendere la mia corsa, sembra sempre più lontano. E’ come in ogni gara della vita in cui il traguardo pare vicino e invece, proprio quando senti le forze che pian piano ti stanno abbandonando e compare quella drammatica sensazione che potresti non farcela ad arrivare sino in fondo, si allontana ancora una volta e ormai diventa irraggiungibile.

Dopo la malinconia, però, è arrivata una bordata più intensa di tramontana e l’acqua dal cielo ha incominciato a cadere. Ho alzato il viso verso il cielo e piccole gocce mi hanno bagnato. Intorno a me c’era un silenzio totale rotto solamente dal fruscio delle gocce sulla terra. Era un rimbombo veloce ma delicato, e si ascoltava come un rimbalzo che si distendeva verso l’orizzonte mentre i colori del sole diventavano più intensi e dolci. L’erba si piegava sotto le gocce di pioggia per poi rialzarsi fiera e lucida. Piccole pozzanghere si riempivano di cerchi concentrici, e l’acqua color ferro si intorbidiva velocemente. Come un bambino ci ho infilato i piedi, rompendo le onde e inzuppando scarpe e la terra gialla.

Mi sono fermato e ho guardato il sole al tramonto. Un leggero tremito scuoteva la luce digradante, come un fremito che apriva le nuvole e aumentava lo squarcio nel cielo. Gli alberi sulla linea dell’orizzonte vibravano anch’essi, ondeggiando lentamente al passare del vento.

Mi chiedo sempre quale possa essere il senso di una vita. Oggi mi sono risposto: non c’è un senso, ma solo l’opportunità di poter guardare un simile spettacolo: il sole al tramonto che saluta il giorno e ci guida, con la poesia dei colori, verso il buio della notte.

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