La curva

L’Uomo spinse il pulsante e il motore si avviò. Spinse l’acceleratore con il motore in folle e ascoltò il rombo del potente motore diesel. Pensò che gli sarebbe piaciuto fare una scelta etica e sostituire quell’auto con un nuovo modello ibrido. Il pensiero di essere corresponsabile dell’inquinamento atmosferico lo irritava molto.

Scosse la testa, spinse la frizione, innestò la marcia e accelerò. Si diresse verso la costa. La giornata era mite e il clima piacevole. Il cielo era limpido e di un azzurro intenso. Abbassò la testa per osservarlo meglio. Non c’era nemmeno uno sbaffo di nuvola. Decise di abbassare il finestrino, appoggiò il gomito sullo sportello e sentì il vento fresco scivolargli sulla pelle e poi sul viso. Si guardò nello specchietto retrovisore. Lo sguardo gli cadde sulla lunga e folta barba bianca. Pensò a quanti mesi avesse impiegato a farsela crescere, a curarla, ad accudirla. Lui, così lontano dalle mode e dalle tendenze. Lui che evitava di guardarsi allo specchio la mattina perché, una volta specchiato, vedeva solo il nulla.

Riprese ad osservare il panorama. L’auto lungo la strada di cemento grigio chiaro lambiva i muri dell’aeroporto civile. Mura che all’improvviso si interrompevano per lasciare il posto ad un alto reticolato elettrificato. Lui perse il suo sguardo sui larghi prati spelacchiati e sulla lunga pista che terminava in prossimità di un enorme cartello lampeggiante che sanciva la fine della pista.

Un rapido pensiero lo portò ad immaginare un aereo che non riusciva a frenare in tempo prima della fine della pista. E chissà perché un largo sorriso gli si disegnò sul viso.

Dopo una curva stretta e un ampio cespuglio dal verde intenso si trovò di fronte la scogliera e il mare. Rallentò istintivamente per poi decidere di fermarsi sullo sterrato al lato della strada. Lasciò il motore acceso, scese dall’auto e si incamminò sul bordo della scogliera. Il vento di tramontana soffiava lento, ancora stava iniziando a caricare la sua tensione che poi si sarebbe scatenata in un vento forte, ruvido, dalle raffiche simili ad aghi gelati che avrebbe sferzato la costa e l’entroterra.

Per il momento, però, era ancora una brezza leggera e fresca che disegnava di blu il cielo e l’acqua del mare. Una spuma dal bianco intenso si intravedeva a macchie al largo. L’Uomo infilò le mani in tasca. Guardò la scogliera dal colore marrone scuro che contrastava il verde intenso degli arbusti sulla cima. Erano colori saturi, intensi. Dentro di sé pensò che erano simili ai colori della vita che sentiva dentro di sé. La vita che avrebbe desiderato vivere, quella per cui si era impegnato. Inutilmente.

Lo sguardo si distese sulla massa di acqua di fronte a sé. Si innalzò sino all’orizzonte, limpido, netto, lineare. Intravide una massa di gabbiani bianchi che galleggiavano al largo. Sorrise ancora ammirando la spregiudicatezza di quegli uccelli. Avrebbe voluto essere lì, in mezzo a loro.

Avrebbe voluto essere libero di volare, di guardare il mondo dall’alto, lasciandosi andare al vento, alla sua direzione, planando sereno verso terra. Si chiese come sarebbe apparso dall’alto. Sicuramente un piccolo punto immerso nei colori della terra, un infinitesimale essere la cui inutilità sarebbe apparsa in tutta la sua reale dimensione.

Il suo viso si rabbuiò. Pensò a Lei. Al suo sorriso, alla sua risata contagiosa, ai suoi enormi occhi allegri, alla sue mani rovinate dal tempo, al suo corpo che aveva amato intensamente.

Pensò a lei. E sentì il vento che iniziava a fischiare con maggiore intensità. Un brivido lo scosse. E lo risvegliò dai suoi pensieri.

Tornò verso l’auto, risalì. Rifletté se fosse il caso di chiudere il finestrino. Decise di lasciarlo aperto.

Sospirò. La sua espressione era seria. Inserì la marcia. Accelerò.

Lo schianto si perse nel rumore delle onde che risucchiarono la macchina. Aveva ancora nelle orecchie il suono della risata fragorosa di Lei.

Pubblicato in Racconti, Sottrazione | Lascia un commento

Il ciclope e lo scoiattolo

Chiudo gli occhi, sento il fischio del vento di Grecale umido e fresco. Ascolto il rombo assordante delle onde che, muraglia d’acqua, spumeggianti si infrangono sulle rocce di pietra lavica, grigie e bitorzolute.

Il profumo del mirto, mescolato a quello acido e verde delle alghe, mi inebria i sensi.

Apro un attimo gli occhi, una linea sottile ma sufficiente per essere uno spiraglio in cui la realtà possa colare con la sua malvagità; mi assale il grigio sporco e screpolato del muro.

Richiudo gli occhi.

Sono in un altro luogo. Mi smarrisco, ma è solo un attimo.

Il silenzio è assoluto, interrotto solo dal tocco leggero e ritmico del mio bastone di legno sul pietrisco del sentiero che, lento e ondeggiante, si inerpica verso la montagna tagliando il bosco come se fosse una lama ghiacciata.

Il freddo di Tramontana è uno schiaffo sul mio viso, si infila tra le pieghe della sciarpa che avvolge il collo. Il vento è molto forte. Le raffiche sono rasoiate che strapazzano le foglie lunghe e sottili degli abeti. I tronchi lunghi ed esili ondeggiano pigramente, indifferenti alle bordate, e un sinistro suono acuto, come corde di metallo picchiettate da una mano robusta, invade il silenzio crepitante del bosco.

Cammino lento, lottando contro il vento e faticando verso la salita. Gocce di sudore gelato mi scivolano lungo la schiena. Alzo lo sguardo e il cielo blu taglia le cime degli alberi. Raggi di sole lucente si frangono tra gli alberi e ricadono come una polvere dorata sottile verso l’erba lucida del sottobosco. Lentamente le foglie gialle e rosse che formano il manto sotto gli alberi si sollevano e giocano inseguendosi.

Uno scoiattolo nero si arrampica lungo il tronco rosso di un albero. Sento il rumore grattante degli artigli che bucano la corteccia per cercare un appiglio. E’ veloce, scattante. Si ferma in un lampo. Lo vedo girare la testolina verso di me. I suoi grandi occhi neri mi guardano, incuriositi più che spaventati. E’ un lungo attimo. Ci incrociamo, ci annusiamo, ci riconosciamo. Siamo entrambi due viandanti del bosco. Rapido riprende la sua salita. E’ un attimo e non lo vedo più. Sento solo il rumore delle foglie spostate dal suo passaggio veloce.

Riapro gli occhi. E’ lì. E’ la mia scrivania sbreccata, grigia, solcata da sottili graffi e da due righe di inchiostro nero indelebile. E’ piena di carte, impolverate. Sono carte che devo dividere, catalogare, accoppiare con un colpo secco di spillatrice ad altre carte, anche loro impolverate.

L’aria è calda, umida. Il tanfo di polvere stantia è mescolato a quello dello sporco incrostato da decenni di pulizia saltuaria e superficiale. Quella pulizia che non va mai a fondo, che non scava negli angoli per ridurre, per sottrarre, per eliminare. Quella pulizia finta, che appare e che provoca accumulo di inutile.

Mi si gonfieranno le mucose delle narici e mi si irriteranno gli occhi.

Oggi va così.

Pubblicato in Racconti, Sottrazione | Lascia un commento

Il viola e la notte

La baita era una casupola di cemento con un tetto di solidi tronchi di legno. Le pareti erano color grigio topo. All’interno era spoglio, solo un grande camino di pietra sulla parete in fondo. La casa era alle pendici di due vette che si stagliavano ripide. Non mancava molto alla vetta.

Al lato della casa era stata posizionata una catasta di legna, rami tagliati in misure regolari e impilati in ordine. Alberto si chiese il senso di una simile attenzione per una casa completamente spoglia di tutto. Prese della legna e accese il fuoco nel camino che prese abbastanza rapidamente perché era pulito e libero. Notò che l’ambiente era asciutto e abbastanza caldo. Non avrebbe avuto problemi di freddo durante la notte. Non si chiese se potesse fare a tempo a rientrare verso il lago prima del buio. Ormai aveva deciso in cuor suo che desiderava restare lì, in quel posto vuoto da tutto ma nello stesso tempo accogliente come un ventre materno. Era esattamente quello che cercava per sfiatare la rabbia e lasciare che i pensieri scivolassero liberamente nella sua testa.

Si affacciò sulla porta. Appoggiata al muro c’era una panca di legno scuro. Si accasciò stanco e poggiò la schiena sul muro liscio.

Di fronte a sé aveva un panorama incredibile. Dritto di fronte al suo sguardo c’era il sentiero a strapiombo che aveva percorso poco prima. La sottile strada di pietra era al centro di un intreccio di valli e montagne dalle linee morbide, senza picchi e punte.

Intorno a sé il silenzio era come un rimbombo, l’aria risucchiata in un vuoto cosmico. Tutto pareva fermo, immobile, in attesa di qualcosa. Il passaggio veloce di uno stormo di uccelli che rientrava nel bosco lo scosse da questa sensazione. Subito dopo si alzò il vento che accompagnava il tramonto del sole. Al sopraggiungere della notte si sarebbe placato.

Nel cielo la luna si era già alzata.

All’orizzonte, verso ovest, il cielo era striato da linee sovrapposte di nuvole. In basso batuffoli di cotone grigio sporco. Sopra pennellate di bianco abbacinante. Il cielo era un intreccio di sfumature, dal viola al rosa, all’albicocca, all’indaco, all’azzurro sino al bianco trasparente. Lui rimase sconvolto dalla bellezza di quel panorama. Sentì il battito del suo cuore rallentare, il suo respiro unirsi al soffio del vento.

Restò lì, su quella panca, e accompagnò il sole fino all’ultimo saluto, fino all’ultima striatura di luce viola. Dopo, il viola scivolò lentamente verso il blu scuro e infine al nero. Il cielo iniziò ad accendersi di milioni di luci e Alberto restò senza fiato.

La volta del cielo era una mappa di miliardi di punti luminosi, ognuno di una dimensione differente dall’altra. Si sentì schiacciare dalla sua pochezza rispetto alla natura. Non aveva mai visto nulla del genere, lui abituato a qualche debole stella nel cielo violentato da milioni di luci della città. Si sentì piccolo e misero, senza forze e senza potere, in balia della natura di cui capì essere una minuscola e insignificante parte.

La luna, ormai alta nel cielo, irradiava una luce bianca, gelida. Riverberi di ghiaccio erano sui profili illuminati delle montagne di fronte al suo sguardo. Era troppo per lui, si mise le mani sul viso e singhiozzò. Perso.

Pubblicato in Pensieri, Racconti, Sottrazione | Lascia un commento

Il sentiero inesplorato

Ho deciso di riprendere a scrivere un racconto lungo che avevo abbandonato più di un anno fa. L’avevo lasciato da qualche parte sul mio MacBook, come un amico con cui ero arrabbiato. E lo ero per una serie di ragioni. Da diverse settimane ci rimuginavo sù perché è da tempo che mi è chiaro come continuarlo ma, da pigro quale sono, non riuscivo a rimetterci le mani. Stasera ho deciso di ricominciare partendo da un obiettivo minimo: scrivere una pagina al giorno. Con questo spirito minimalista, ho riaperto il file e ho ricominciato a scrivere. Ed è stato come non aver mai smesso. Ho scritto per un’ora e mezza e quello che leggerete più avanti è il frutto di questo lavoro. Lo pubblico per condividerlo con quelle poche persone che mi leggono e vi chiedo di commentarlo. Ovviamente mancano, a chi legge questo stralcio, molti collegamenti. Ma penso che in buona parte regga anche così come racconto. Vi chiedo di esprimere un vostro parere. Con schiettezza perché non mi offendo. Sono troppo vecchio per prendermela e sono consapevole che tutto posso essere tranne che uno scrittore. Semplicemente ditemi quel che pensate. Mi serve per andare avanti. Grazie!

 

IL SENTIERO INESPLORATO

Alberto si lasciò andare al mattino che si apriva sul lago. Respirò con calma, cercò di gestire il respiro. Ma la rabbia era tanta, uno strappo violento al centro dello sterno. Non riusciva a capire il senso di quello che gli stava accadendo, sia dentro di sé che nella vita, in quel posto sperduto così lontano dal suo mondo. Sì, lui sapeva bene chi aveva deciso di abbandonare quel mondo. Conosceva il perché: gli stava stretto. Perché gli aveva tolto l’aria, violato l’anima. E ora era lì, in quel paradiso che il caso, e la fortuna, gli avevano messo davanti. Ma, ancora una volta, una donna gli si era parata davanti.

Una donna di cui non capiva nulla, non sapeva da dove prendere, non ne capiva i pensieri, gli istinti. Diventava matto. Qualche volta, molto raramente, la sentiva vicina. Intuiva di essere ad un passo dalla sua intimità, un passo a sfiorarne il cuore, il suo centro. Altre volte, sempre più spesso, gli sfuggiva tra le mani come la sabbia minuscola del suo mare. Non comprendeva il perché di certe sue ruvidezze, il perché del suo essere così chiusa, scostante. Aveva l’impressione di avere a che fare con una roccia aguzza in un mare in tempesta. E lui era tra le onde, sotto l’impatto di una corrente violenta che lo mandava a sbattere su quella roccia. E lui sentiva solo il dolore, intenso, duro, violento.

Era sempre nella stessa situazione. Non cambiava mai. Lo sconforto lo assalì. L’acqua del lago era leggermente increspata per effetto della brezza. L’immagine riflessa delle montagne, delle nuvole e del cielo si era sminuzzata in tanti pezzi di un puzzle difficile da ricomporre. Così sentiva la sua anima, frantumata in tanti minuscoli pezzi e sentiva che diventava sempre più complicato da ricostruire. Per un attimo pensò che forse la scelta migliore da fare fosse quella di rinunciare ad una ricomposizione probabilmente inutile. Perché, alla fine, tutto si sarebbe rotto di nuovo, come sempre era stato nella sua vita. La rabbia riapparve. E decisa di non sedarla più. Era stufo.

Prese una pietra aguzza e la scagliò con violenza verso il lago. Vide il sasso disegnare un arco nel cielo e poi piombare nello specchio d’acqua, con un sbuffo di acqua che salì nel cielo per poi ricadere in mille gocce.

Si alzò, scosse dagli abiti la terra umida. Rientrò nella baita, mentre il cane si era alzato dalla sua solita posizione sdraiata e lo guardò con la punta del muso piegata verso terra. Lo guardava di sottecchi e Alberto ebbe l’impressione che quello sguardo puntato su di lui fosse di riprovazione. Pensò per un attimo: anche il cane è contro di me? Poi scosse la testa mentre faceva un gesto liquidatorio nei confronti dell’animale. Aprì la porta ed entrò. Non vide che il cane si sdraiò di nuovo sull’erba scuotendo sconsolato la testa con uno sbuffo.

Alberto decise che era arrivato il momento di fare qualcosa. Doveva riflettere, con calma ma soprattutto doveva liberarsi dalla rabbia. L’unico modo che conosceva era quello di muoversi, andare da qualche parte, scoprire una strada inesplorata. Andò nella sua stanza, nel piano superiore, prese lo zaino, ci infilò un paio di pantaloni e una felpa, un cambio di biancheria. Scese, dal tavolo afferrò il taccuino su cui aveva scritto la mattina. Lo soppesò e decise di infilarne nella tasca esterna della borsa altri due intonsi. Afferrò il giaccone, una sciarpa che avvolse intorno al collo, il cappello e un bastone di legno. Uscì dalla baita, appoggiò il palmo della mano sul legno spesso della porta e con un gesto secco la accarezzò.

Guardò il cane che alzò gli occhi neri e lo guardò, senza spostarsi di un centimetro.

Alberto era incerto sul cosa fare. Lo fissò con un’espressione seria e senza nascondere la sua inquietudine nella voce gli intimò: “Io vado via. Vuoi venire?”

Il cane restò fermo e in silenzio sdraiato sotto il grande albero, come se soppesasse quelle parole e la sua indecisione sul cosa fare. Seguire quello strano uomo oppure no?

L’istinto ebbe il sopravvento. Come al solito, alzò il muso e gli mostrò i denti con un ringhio leggero, un po’ più basso del solito.

Alberto alzò gli occhi al cielo e con un gesto spazientito lo mandò al diavolo. “Beh, fai quello che ti pare. Io vado. Ciao!”.

E si avviò verso il sentiero al lato della baita. Quello che non aveva ancora mai percorso. Decise che era il momento di sperimentare una nuova via. Ancora una volta.

Prima di avviarsi sul sentiero si girò e osservò, con una punta di tristezza e di inquietudine diversa dalla rabbia, il suo lago. La brezza era aumentata d’intensità e al centro l’acqua era increspata come un tessuto stropicciato. Il cielo era di un azzurro intenso, con sbuffi di nuvole sulle cime delle montagne. Era incerto sull’evoluzione del tempo. Puntò il sentiero, abbassò lo sguardo verso il selciato, alzò la mano verso il cane e salutò in silenzio.

L’animale alzò il muso da terra e guardò, perplesso, l’uomo che si avviava verso il bosco.

Scosse ancora la sua testa pezzata, si alzò lentamente e decise di seguirlo.

Pubblicato in Racconti, Sottrazione | Lascia un commento

Verso l’infinito

La strada si stringe tra una fila di ville antiche, l’intonaco chiaro è corroso dal tempo e dall’umido, e un muro alto di un verde ormai scrostato. Il muro è un reticolo di amori e di promesse scritti negli anni. Chissà quanti sono stati mantenuti. La strada mi porta verso casa.

Ho camminato a lungo per le strade del quartiere aspettando il tramonto. Ho percorso marciapiedi sbreccati, scavalcato stronzi solidi e liquidi scaricati da sfinteri di cani di vari tipi e taglie. Ogni volta che ne ho schivato uno ho desiderato farlo ingoiare ai loro padroni. Persone annoiate che camminavano al loro fianco fumando una sigaretta o chiacchierando con qualcun altro sull’altro marciapiede oppure parlando ad alta voce nel loro cellulare, o che ne consultavano compulsivamente lo schermo. Ho saltellato tra strada e battistrada come un adolescente.

La mia testa era bassa, fissa sul cemento grigio crepato che faceva da perno alla gomma delle scarpe.

Ho occupato il tempo, che lentamente scorreva, inventando acquisti. Sono entrato nella farmacia all’angolo di via Duca degli Abbruzzi. Lampi di luce bianca, led infilati nel controsoffitto anch’esso bianco, che laceravano con violenza la penombra della strada. Ho socchiuso gli occhi non appena ho superato la porta scorrevole, ho guardato con scetticismo la pedana del peso che al mio passaggio mi ha invitato a misurare il mio peso corporeo, come se lo avessi un peso corporeo. Ho acquistato un paio di scatole di medicinali, ho salutato la ragazza dai capelli ricci, ho accarezzato la testa del cane di una tizia che, appoggiata con i gomiti sul bancone, chiacchierava sorridente con il farmacista. Il cane aveva un lungo pelo bianco, digrignava i denti per poi tuffarsi sui lacci delle mie scarpe e giocarci.

Ho ripreso la strada, sono passato davanti alla vecchia scuola elementare chiusa da due anni perchè pericolante. Ho attraversato un paio di piccole strade buie per infilarmi nel piccolo e vecchio panificio, inalando avidamente il profumo morbido del lievito. Ho osservato le pareti e gli scaffali di legno scuro. Ho atteso il panettiere, un anziano uomo basso e dalle braccia larghe. Alle pareti erano attaccate vecchie fotografie in cui lui, con pantaloncini e cappellino bianco, correva sotto le antiche mura di Roma. Ho preso la busta che mi ha porto, ho pagato con le monetine e sono andato via, ritornando sui marciapiedi rotti del mio quartiere.

Ho alzato lo sguardo verso il cielo. L’azzurro si avviava lentamente a scurirsi.

Sono tornato sui miei passi, sono passato nuovamente davanti al panificio. Ho osservato la giovane signora dai lunghi capelli biondi che aspettava il vecchio panettiere. Mi sono fermato anche io, restando fuori dalla porta di vetro del panificio. Ho atteso che il panettiere dalle braccia larghe si affacciasse dietro il bancone, al di là del quale si intravedeva a fatica, e ho ripreso il cammino.

Arrivato alla banca ho estratto dal portafoglio la tessera bancomat, l’ho inserita nello scannello: si è aperta la porta di vetro a scorrimento e sono entrato. Altre luci bianche, strisce di led glaciali subito sopra i due sportelli bancomat. Ho compiuto le operazioni preliminari, tamburellando con le dita sul metallo cromato della macchina. Ho atteso il lungo tempo necessario per completare le operazioni, ho ritirato la tessera e poi, finalmente, i soldi.

La porta di vetri si è aperta da sola e con un sospiro di sollievo, sono uscito sulla strada.

Ho camminato ancora a lungo. Ho sollevato lo sguardo dal grigio del cemento. Ho osservato i giardini delle case ai lati della strada. Ho notato come ormai la terra fosse sostituita da mattonelle di cemento quadrate, come le piante fossero state sradicate per lasciare spazio a piccoli vasi riempiti con piante grasse; perché non comportano alcuna fatica. Sono piante che non seguono le stagioni, non muoiono mai a meno che non sia proprio delle capre, non vanno potate, fioriscono per conto loro sbocciando piccoli fiorellini inodori, non hanno bisogno di acqua con regolarità. Basta attendere la pioggia. Così si smarrisce la sapienza del tempo che passa e della cura verso la terra, la conoscenza delle regole minime, il nome delle piante, degli alberi, dei loro fiori, dei loro frutti. Si smarrisce la memoria. Scuoto la testa e vado oltre.

Entro, per rincuorarmi, dall’ortolano. Acquisto la lattuga e un cespo di radicchio. Chiedo se hanno della rucola, sapendo che ormai non è più stagione. E la donna, giovane dai capelli ben pettinati e le sopracciglia disegnate con una striscia di matita, mi risponde che sarebbe assurdo che un ortolano non avesse la rucola. La guardo e le dico: ma non è più stagione. Un tizio alto e corpulento al suo fianco mi risponde: la rucola c’è tutto l’anno. Scuoto la testa. La rucola tutto l’anno? Mi verrebbe voglia di gridare: imbecille! Quella delle serre c’è tutta l’anno, non quella selvatica dei campi! Non quella che cresce nella terra che è solo a due chilometri dal tuo negozio. Pago e me ne vado.

Torno sulla strada. Cammino distratto scuotendo a ritmo le buste di plastica bianca che ho nelle mani. Un ritmo lento, come il mio passo scontento. Mi dirigo verso il porto. Percorro tutta via XV Novembre, poi svolto verso destra e scendo dalla breve discesa che costeggia l’altra scuola elementare, quella dei ricchi che funziona, illuminata dall’arancione degli alti lampioni.

Imbocco la strada che passa sotto il ponte di via XV Novembre e si tuffa, stringendosi lentamente, tra le mura costruite dai fascisti negli anni trenta. Le pietre sono marrone chiaro e riverberano la luce dei radi lampioni. Scendo lungo la discesa lentamente e arrivo alla piazza del Villaggio Pescatori.

Intorno alle lunghe tavole di legno artigianali sono assembrati diversi pescatori che, con movimenti veloci, sciolgono i nodi delle reti da pesca e le preparano per le uscite notturne dei pescherecci. Mi fermo qualche minuto ad osservare la sicurezza dei loro movimenti, le mani larghe e nodose, il ritmo rapido di un lavoro che per loro è routine quotidiana.

Poi lascio tutto alle mie spalle e arrivo, finalmente, al momento che ho atteso.

Mi fermo sulla banchina bianca del lungomare. Pianto i piedi sul bordo dell’ultima pietra, subito sopra l’acqua scura. Una famiglia di anatre scivola silenziosa sotto di me. Padre, madre e anatroccoli. Scodinzolano silenziosi sull’acqua, una breve berciata della mamma e si infilano in un buco dentro la pietra della banchina.

Osservo l’acqua calma mentre le ultime barche, al centro del porto, rientrano. Le scie lasciate dai loro scafi sollevano onde basse che si gonfiano e si spostano lentamente verso la banchina. Le barche ormeggiate alla banchina ondeggiano al movimento dell’acqua. Ascolto il rumore metallico e sincopato del loro beccheggio, lo scricchiolio delle gomene che si tirano e poi si rilassano con il movimento degli scafi.

Alzo il viso e osservo il cielo sopra le luci delle colonne terminali della Via Appia.

Il colore è di un azzurro scuro che tende al blu. Le nuvole bianche sono ai bordi del cielo subito sopra l’orizzonte colorato, sono i banchi di nebbia che iniziano a scivolare dal mare verso la terra. La luna è alta in cielo, un striscia lunga e sottile. Ne ammiro gli occhi, la bocca e il naso gentile. Sorrido, come se riconoscessi in lei il viso che amavo da bambino. In fondo all’orizzonte il sole è ormai scomparso. Ma il cielo trattiene ancora per qualche minuto i colori albicocca e prugna che salutano e lasciano lo spazio al nero della notte.

Lo spettacolo è andato in scena, anche stasera. L’ho voluto cercare, l’ho aspettato, l’ho ammirato. Mi ha pacificato. Ora posso tornare.

Verso l’infinito.

Pubblicato in Pensieri, Racconti, Sottrazione | Lascia un commento

La forma del buio

Sera. Interno casa. Davide era seduto alla scrivania. La casa era al buio. Dalla finestra alle sue spalle filtravano le luci arancioni della strada. Era stravaccato sulla sua vecchia sedia di legno. La faceva oscillare spingendola all’indietro, lentamente. Con la mano si arricciava la barba e pensava che fosse troppo lunga. Cercava di sciogliere i piccoli nodi dei lunghi peli brizzolati, senza riuscirci. Guardava di fronte a sé, verso il muro in fondo alla stanza. Riusciva ad intuire nel buio solo la cornice del quadro appeso perché i riflessi provenienti dalla finestra disegnavano sottili e lunghe strisce arancioni sul legno dorato. Il muro era nero, come il suo umore.

Con l’altra mano manteneva la cornetta del telefono appoggiata all’orecchio.

Non parlava. Ascoltava la voce di Giulia che gli raccontava la sua giornata, con un tono leggermente stridulo. Non lo sopportava quel tono di voce, così maschile, così duro. Gli sembrava un’altra persona. Qualcuno che non conosceva. Una sensazione acuta che gli provocava un bruciore nello stomaco e un vago senso di allarme.

Si voltò verso la finestra. Il vento soffiava impetuoso. Le onde d’aria sbattevano contro il vetro facendolo vibrare. La tapparella, anche se alzata, tremava con colpi secchi seguendo un ritmo che Davide ascoltava concentrato e con un denso senso di pace. Si rilassò e chiuse gli occhi, allontanandosi dalla voce di Giulia.

Seguì i suoi pensieri mentre le parole della donna si smarrivano nelle sue orecchie, perdevano di identità, si sbriciolavano nell’aria e lui non ne percepiva più la struttura, la densità.

“Perché non vuoi passare una notte con me?” le chiese all’improvviso, con la voce arrocchita e profonda di chi non parla da tempo.

Dall’altra parte della cornetta seguì il silenzio.

“Dai. Rispondi. E’ importante. Dimmi la verità, non aver paura di ferirmi.”

Lui stesso non capiva da dove gli fosse spuntata quella domanda. Che covava da tempo. Se ne rese contyo in quel momento. E voleva una risposta.

Il silenzio di Giulia fu rotto solo dal suo respiro, all’improvviso diventato pesante. Davide ne percepiva la difficoltà, e di sottofondo una sofferenza intensa. Intuiva i pensieri fermi nella bocca di lei, le parole immobili, anche se inquiete, alla soglia dei denti pronti ad aprirsi per lasciarle passare. Come se avessero paura di essere masticate e distrutte.

Davide si fermò. Decise di non parlare più. Le lasciò la scelta perché amava la sua libertà. Era una casamatta che non desiderava attaccare anche se ne intuiva le debolezze.

Non l’attaccò perché vedeva quelle crepe che lui voleva fortificare. Senza fretta. Senza paura.

Ancora silenzio.

Giulia sospirò. Seguì un colpo di tosse.

“Perché ho paura che, dopo, possa essere spinta a fare delle scelte definitive”.

Davide ascoltò. Ingoiò quelle parole. “In che senso?”

“E’ un limite che mi sono imposta. E’ una via di fuga”.

“Da cosa?”

“Da chi, semmai…”

“Da me?”

“Sì. Da te.”

“Perché?” La voce di Davide vibrò, il suo perimetro scheggiato.

“Perché se mi dovessi accoccolare vicino a te e scoprissi che nel tuo corpo c’è un posto per me, solo per me… Se dovessi scoprire che quella forma è la mia…”

Davide ascoltò in silenzio. Ora toccò a lei ascoltare il suo respiro. Lo sentì veloce.

Poi non resistette.

“Che succederebbe? Giulia?”

Però sorrise al pensiero di lei addormentata, ancorata al suo corpo nel buio della notte, e lui ad ascoltare il suo respiro quieto nel silenzio nero di una stanza da letto.

“Non vorrei lasciarti mai più. Non ci riuscirei.”

“E quindi?”

“Il limite sarebbe valicato!”

“E quindi?” ripeté Davide, alzando di un tono la voce. La sentì, nel silenzio ovattato della cornetta del telefono, spazientita. Pensò, dubbioso, che stesse attaccando la casamatta.

Lui sospirò ancora.

“Pensa…” le disse ancora “potremmo finalmente fare l’amore scegliendo noi il tempo!”

Giulia respirava lentamente ma Davide ne percepiva l’ansia, il leggero tremore nell’espirare il fiato.

Lui chiuse gli occhi. Pensò alla casamatta di Giulia, alle sue crepe così evidenti ai suoi occhi. Doveva spaccare quelle mura oppure aiutarla a chiudere i varchi? Aspettò, ancora in silenzio.

Il silenzio era parte solida del loro rapporto. Le lunghe pause nelle chiacchierate, le strade percorse per chilometri senza dire una parola tenendosi per mano. Lui spesso, seduto su una panchina di legno screpolato dal sole, le accarezzava le rughe sulle mani, sfiorava le sue unghie dipinte in modo bizzarro, le premeva i piccoli nei. Senza proferire una sola parola. Si intendevano nel silenzio, anche senza sfiorarsi gli occhi con uno sguardo.

Davide riaprì gli occhi e girò la testa verso la finestra. Nel cielo buio guardò le nuvole chiare solcare il cielo velocemente, le cime dei pini marittimi ondeggiare sotto il soffiare violento del vento.

“I limiti sono fatti per essere stracciati. Scoprire che dopo, forse, non è come pensavamo fosse. E potrebbe essere deludente. Meglio saperlo oppure no?”

La immaginò aggrottare la fronte. Le vide le rughe comparire e la sua mano accarezzarla per spianarle.

“Non credo…” disse Giulia, con la voce bassa e roca “…che sarebbe deludente.”

“Nemmeno io.” le rispose con un sorriso.

Si salutarono così.

Pubblicato in Racconti, Sottrazione | Lascia un commento

La pioggia di ottobre

L’uomo camminava nella strada deserta. Le luci arancioni dei lampioni disegnavano ombre inquietanti nel buio della sera. Il cielo era una lavagna di ardesia nera su cui scivolavano veloci nubi bianche gonfie di vento e di acqua. Un vento leggero soffiava dal nord, anch’esso gonfio di promesse e di ricordi. Lui le sentiva nell’aria, gli sfioravano il viso insieme alle sottili gocce di acqua che dal cielo rimbalzano sulle foglie degli alberi che costeggiavano la strada grigia.

Tracce di pensiero spuntavano nel suo silenzio interiore. Erano come le gocce di pioggia, sottili, delicate e rare. Macchiavano con strisce lunghe le lenti dei suoi occhiali. Gli impedivano di vedere con chiarezza quello che aveva davanti e intorno a sé. Questa strana coincidenza lo fece sorridere.

Il suo passo era veloce, solcava le mattonelle sbrecciate del marciapiede. Ogni passo gli ricordava un giorno del suo passato. Facce sorridenti, lunghi capelli che gli accarezzavano il viso, le sue dita tremanti che sfioravano un seno, un abbraccio rubato in un ascensore nel tremolio di un neon rotto, il digrigno dei denti di suo padre morente, i capelli rossi di un suo amico svanito nella nebbia della malattia, le passeggiate nelle strade buie di Siena insieme a Giorgio oltre trent’anni prima. Giorgio, napoletano e felice di aver trovato un posto di lavoro così poteva finalmente sposarsi e lasciare il distributore di benzina del padre. Non resse alla gioia, non seppe gestire quel cambiamento così improvviso. Entrò in crisi e un mattino, solo e senza risposte alle sue domande, si impiccò vicino al letto matrimoniale in cui, finalmente, avrebbe potuto fare l’amore con la sua ragazza.

Tracce di pensiero. Infilate nelle maglie di un paio di collant. Vedeva le forme perfette di un corpo sotto il tessuto chiaro e nudo di cui seguiva le linee parallele e lucide. Non riusciva a risalire lungo quel corpo. Non ne vedeva la schiena nuda, il collo, i capelli. All’improvviso vide, però, un viso girarsi verso di lui. Vide la linea delicata e perfetta del naso. Vide gli occhi e lo sguardo limpido, senza tracce di secondi fini, senza infingimenti. Troppo tempo era passato da quello sguardo, da quel viso che ormai era deformato, ingrigito, intristito, la linea delle labbra stirate in una linea di sofferenza.

Tracce di pensiero che si affannavano nella sua testa. Lo confondevano. L’acqua dal cielo scese più intensa, le linee sugli occhiali diventarono cerchi perfetti. Il mondo intorno a sé era nascosto dietro bolle trasparenti e deformanti che gli impedivano di andare avanti. Tolse gli occhiali e tutto divenne sfocato, nascosto dietro una sottile nebbia gelida che tutto svolgeva. Non sapeva più dove stesse andando. Era al buio.

E a quel punto scoppiò a ridere. Ma sì. Finalmente non vedeva più niente e poteva camminare a caso, abbandonandosi a quel sottile gioco per cui il fato decideva la strada. Il fato era il suo naso, l’inseguire un odore, oppure il suo gusto lasciandosi andare ad un colore oppure senza alcuna ragione razionale. Seguire il vento, la direzione della pioggia, il fumo nel cielo, l’intermittenza di una lampada, il verde di un semaforo, il passo di un paio di gambe. Ma sì. Perché no?

E pensò a quel ragazzo africano che aveva incontrato la mattina, lungo una strada affollata di macchine. Lui era in coda, dentro la sua vettura. Il ragazzo veniva incontro. Correva con un passo morbido, elegante. Sull’altro marciapiede un altro uomo, bianco, correva. Il ragazzo bianco era vestito con una tuta tecnica, una maglia gialla, la fascia nera tra i radi capelli, un paio di scarpe da running. Il ragazzo africano correva con una maglietta a maniche corte inzuppata di sudore, un paio di bermuda lunghi al ginocchio e larghi. L’uomo alzò lo sguardo per osservare le scarpe. Il ragazzo di colore indossava un paio di ciabatte logore, quasi senza suola. L’uomo bianco a sinistra correva sudato, lo sguardo sbarrato e un ghigno di sofferenza sulle labbra. Il ragazzo africano correva leggero e un sorriso divertito, libero, disegnato sul volto. Dedicò solo un attimo per osservare l’uomo bianco sull’altro marciapiede. Sul suo volto non accadde nulla, non un cenno, non uno sguardo di invidia, né di scherno. No, lui correva per sé, per divertirsi. Era evidente in quello sguardo allegro. Passò oltre e lasciò un buco di insoddisfazione nello stomaco dell’uomo, che passò oltre nella sua vettura.

Pensò a quel ragazzo. E iniziò a correre sotto la pioggia. Non per timore di bagnarsi. Se ne rese conto subito. No. Iniziò a correre perché voleva sentire la pioggia venirgli incontro, bagnare il suo viso, la testa. Sentire la punta acuminata dell’acqua segnargli la pelle, aprire la bocca e sentirla sulla lingua. Sentirne la morbidezza, come quella della lingua della donna amata. Che non c’era più.

Pubblicato in Pensieri, Racconti, Sottrazione | Lascia un commento

Anna

AnnaPremetto che non amo particolarmente la scrittura di Ammaniti. L’unico libro che mi è piaciuto molto è stato “Io e te”. Gli altri no. Ho acquistato Anna con qualche remora, soprattutto per il battage pubblicitario che mi è parso eccessivo e che temevo nascondesse solo un’operazione commerciale e nulla di più. Insomma, niente sostanza, niente storia. Ho iniziato la lettura con questo stato d’animo. Sin dall’inizio mi è stato evidente che la storia fosse fortemente ispirata allo splendido, e unico, “La Strada” di Cormack McCarthy. L’ambiente circostante, la ricerca del cibo, il ruolo di Anna nei confronti del fratellino e così via. Poi, però, la storia mi ha preso e non sono riuscito ad interrompere la lettura. Ammaniti in questo libro è stato davvero molto bravo. La sua fantasia è indubbia ed è di qualità. Anche il “cuore”, la “sostanza”, della storia hanno una struttura intensa e che spesso lascia dei graffi interiori. Non c’è spazio per una speranza addolcita, melensa o edulcorata. No, qui c’è spazio per una speranza reale, concreta, quella speranza che ci accompagna nella vita di tutti i giorni e che si affanna tra rovi, spine, difficoltà, dolori e spesso anche tragedie. E’ un punto di vista da parte del mondo degli adolescenti profondo e su cui vale la pena riflettere. Credo che il messaggio di questo libro sia profondo e che meriti una attenta lettura e una conseguente riflessione, altrettanto approfondita. Bel libro. Leggetelo. Oh, sia chiaro che non mi sfugge che in realtà sia già una sceneggiatura per un futuro film. E’ chiaramente anche una operazione commerciale come tenevo prima di acquistarlo. Ma, in questo caso, c’è la stoffa.

Pubblicato in Recensioni, Sottrazione | Lascia un commento

Il bello e il brutto

Piove. Il rumore delle gocce sui vetri della stanza è il rotolare di trolley, spinti sui marciapiedi rotti di Roma. Un rumore intermittente che culla. Le strade sono vuote, macchiate solo da fagotti arrotolati sotto i cornicioni gocciolanti: i senza tetto rifiutati persino nello sguardo distratto dalle donne in carriera e da uomini incravattati con lo zaino sulle spalle. Loro, chiusi negli auricolari incollati ai loro smartphone lucenti e sempre più ingombranti, hanno una missione rapida da svolgere. Sempre. Ogni secondo della loro giornata.

All’improvviso il cielo grigio e denso si rompe e l’azzurro intenso si affaccia deciso sull’Urbe. Il clima cambia rapidamente. Sono sufficienti pochi minuti. Il vento teso si placa, l’aria diventa mite, le persone si riversano nelle strade lucide, lastre di vetro azzurro.

La puzza di fogna intasata si scioglie nell’aria e viene ingoiata dal profumo di erba bagnata e degli alti alberi di magnolia.

Questa è Roma.

Il brutto che si sparpaglia e che al primo apparire del sole si mescola sapientemente al bello che rinasce e che torna a diventare dominante e attraente.

Questa è Roma.

Mutevole e immortale, come le colonne del Colosseo sfregiate da frasi sciocche scritte sulla Storia di cui sono impregnate e che non potrà essere mai cancellata.

Pubblicato in Pensieri, Racconti, Sottrazione | Lascia un commento

La resistenza del maschio

BucciaElisabetta Bucciarelli è una scrittrice complessa. L’ho scoperta per caso, andandola ad ascoltare in una piccola libreria di Brindisi, LiberaMente, purtroppo oggi chiusa perché stritolata dalle grandi catene. Fu uno shock ascoltarla, nel senso che gli spunti e gli stimoli furono tanti e importanti . Ho letto tutti i suoi libri, anche quelli ormai introvabili. La seguo nel suo impegnativo e spesso innovativo esperimento di presenza sui social network. Ne apprezzo la continua ricerca, l’attenzione alla “periferia” della vita, la cura delle parole, la riflessione attenta sulle questioni, piccole e grandi che hanno di sottofondo un sorriso quieto.

Questo libro però mi ha fatto innervosire. Questa è stata la mia reazione alla lettura delle ultime righe. Non farò spoiler e quindi non spiegherò il perché e non farò alcun accenno alla storia. Dirò solo che il protagonista l’ho sentito molto vicino, mi ci sono specchiato come se fosse un mio gemello. E il suo modo di vivere all’interno della storia costruita dalla scrittrice, mi fa fatto innervosire perché volevo gridargli: “sbagli! non lo fare!”. Ma era inutile. Andava per la sua storia. Tranquillo.

Mi sono innervosito perché le donne co-protagoniste le ho trovate, invece, un po’ stereotipate. Non so se questo sia stato frutto di una volontà, forse anche di provocazione, o altro.

In molte pagine ho ritrovato i semi buttati nei suoi post sui social. O quei post sono stati spunto per la storia? Come ha funzionato?

Questo è un libro importante. Un libro su cui riflettere a lungo, anche se la prima impressione, al termine della mia lettura, non è stata questa. La prima sensazione è stata di una piccola delusione: finisce così? Ma poi la storia ha iniziato a scavare. Confesso che la notte seguita alla chiusura del libro è stata insonne. Esagerato? Forse. Ma non riuscivo a dare risposte alle domande che si inseguivano tra i pensieri. Poi è iniziata la riflessione. E continua da giorni. Alimentando il nervosismo.

Mi piacerebbe fare una domanda molto banale a Elisabetta: perché questa storia?

Pubblicato in Pensieri, Racconti, Recensioni, Sottrazione | 1 commento