{"id":1303,"date":"2019-03-14T20:07:31","date_gmt":"2019-03-14T20:07:31","guid":{"rendered":"http:\/\/elfodavide.it\/?p=1303"},"modified":"2019-03-14T20:07:36","modified_gmt":"2019-03-14T20:07:36","slug":"muto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/elfodavide.it\/?p=1303","title":{"rendered":"Muto"},"content":{"rendered":"\n<p>Paolo decise di non parlare pi\u00f9. Era una sera di marzo. Una tipica giornata dal clima impazzito. La mattina un vento impetuoso lo svegli\u00f2, all\u2019improvviso il silenzio fu rotto dallo scuotersi degli alberi. Le raffiche si alzarono all\u2019improvviso e andarono a infrangersi sulle mura della casa, sulle tapparelle, sui vetri che scricchiolavano all\u2019impatto. Poi sopraggiunse la pioggia, dapprima leggera come se fuoriuscisse leggera e frantumata dal bocchettone di una doccia. Poi divent\u00f2 violenta, minacciosa nel suo legame furibondo con il vento di Grecale, umido e freddo. Le raffiche convogliarono gli scrosci di pioggia in nodi densi e dolorosi all\u2019impatto con la pelle, rovesciando gli ombrelli, sradicandoli dalle mani delle persone che si arresero e accettarono passivamente di inzupparsi, impotenti di fronte a tanta furia. Poi il vento decise di spazzare le nuvole e pezzi di cielo azzurro comparvero a sprazzi tra il grigio e il bianco.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Paolo ne approfitt\u00f2 per uscire e andarsi a prendere un caff\u00e8 al bar vicino casa. L\u2019aria era impregnata del profumo di muschio e mescolata con il puzzo di merda che usciva dai tombini intasati dalla troppa pioggia.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel bar, immerso nella fredda luce dei led bianchi, sorseggi\u00f2 con calma il caff\u00e8, guardando di sottecchi la bella barista magra, dai lunghi capelli neri raccolti in una coda lucente e dal piccolo seno che traspariva dal tessuto leggero della camicia, sapientemente sbottonata. Adorava i suoi larghi occhi neri, con le iridi enormi e che lo guardavano dritte, spavalde, consapevoli della loro profondit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Pag\u00f2 e all\u2019uscita fu sorpreso da un nuovo scroscio di pioggia. L\u2019acqua era talmente spessa che lui pens\u00f2 che fosse davvero molto, ma molto bagnata. Si sofferm\u00f2 a pensare che probabilmente non si fosse mai inzuppato cos\u00ec nella sua vita. E scopr\u00ec quanto fosse bello ricevere quell\u2019acqua sul viso, percepirne i rivoli che si infilavano nel collo impregnando il tessuto della camicia e del maglione. Gli abiti divennero una seconda pelle, umida e incollata come nessun vestito era mai stato capace di fare. Cammin\u00f2 lentamente fino a quando l\u2019acqua scivol\u00f2 nelle scarpe, dopo aver percorso in lungo e in largo il suo corpo in un lavacro radicale e completo, riempiendole. Lui ascolt\u00f2 il cik-ciak e l\u2019ondeggiare del liquido nella tomaia. Si divert\u00ec ad alzare la punta allungando il passo e alzando il tallone nella spinta in avanti lasciando che l\u2019acqua scorresse intorno ai piedi. In quel momento la pioggia cess\u00f2. Lui avvert\u00ec un vuoto. Improvviso.<\/p>\n\n\n\n<p>Paolo era stanco. Da tempo. Era in quell\u2019et\u00e0 in cui non si \u00e8 pi\u00f9 giovani, quell\u2019et\u00e0 in cui si inizia a percepire che il futuro smarrisce la speranza, in cui l\u2019orizzonte si rimpicciolisce e si intravede il termine della propria strada. Cosa poi questo volesse significare, ancora non ne aveva idea.<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2 era stanco. Alz\u00f2 lo sguardo dalle scarpe e guard\u00f2 il muro che separava la via dove abitava dalla caserma abbandonata. L\u2019intonaco verde era ormai sbiadito e scrostato. La pioggia si era infilata nelle crepe formando della macchie scure. Alla base il muschio si arrampicava disegnando ghirigori affascinanti che facevano da sfondo ai cespugli di erba. Una piantina di pomodoro spiccava sfacciata, pur essendo ancora piccola. Dietro il muro si intravedeva il bosco abbandonato, gli alberi alti e fitti intorno a ci\u00f2 che restava dei ruderi della caserma. Lui ramment\u00f2 il tempo in cui al mattino risuonava l\u2019alzabandiera e la sera la musica de Il Silenzio accompagnava i soldati verso il buio silenzioso della notte. Not\u00f2, guardando il muro, che la scritta che campeggiava da anni era stata cancellata con una mano di vernice verde scuro. Ci rest\u00f2 male. C\u2019era scritto \u201cS\u2019agap\u00f2 poli\u00f9\u201d, in un greco casareccio. Quella scritta ogni giorno lo faceva sorridere. Era una bella dichiarazione d\u2019amore e il fatto che fosse l\u00ec, proprio di fronte casa sua lo rendeva allegro, gli dava un vago senso di fiducia nel futuro. Ora non c\u2019era pi\u00f9. Perch\u00e9? Si guard\u00f2 intorno, come se volesse cercare il colpevole di quello che per lui era uno sfregio. Lo percep\u00ec come un affronto personale, come se quella scritta fosse stata sua.<\/p>\n\n\n\n<p>Si avvicin\u00f2 per osservare con pi\u00f9 attenzione. E vide, con un moto di disgusto, che al centro di quella macchia verdastra qualcuno aveva scritto \u201candatevene a casa vostra! Negri di merda\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli si spalanc\u00f2 la bocca, come se fosse autonoma, e il vento freddo entr\u00f2 in gola ghiacciandola.<\/p>\n\n\n\n<p>Il suo era un urlo muto. Si guard\u00f2 ancora intorno. Non c\u2019era nessuno. Solo qualche ramo spezzato lungo la strada grigia e macchiata da pozzanghere scure in cui si rifletteva il cielo screziato.<\/p>\n\n\n\n<p>In quel momento cap\u00ec che le parole non avevano pi\u00f9 speranza. Il greco antico, la dichiarazione di un amore antico, era stato cancellato con un gesto arrogante e violento da parole senza senso, ancor pi\u00f9 violente. Si sent\u00ec colpito, come se l\u2019atto di cancellare quella scritta fosse aver stracciato la sua personale dichiarazione di amore. Si sent\u00ec violentato.<\/p>\n\n\n\n<p>Con rabbia sfreg\u00f2 con forza la mano sulla scritta ma non riusc\u00ec nemmeno a sbavarne l\u2019inchiostro. Guard\u00f2 stupito i palmi arrossati ma la scritta continu\u00f2 a stare l\u00ec, davanti ai suoi occhi, con il suo messaggio.<\/p>\n\n\n\n<p>Fu in quel momento che decise. Fu in quel preciso istante in cui il sole fece capolino dietro una nuvola grigia e compatta. Le parole avevano perso di significato, avevano smarrito il potere di sedurre, convincere, aggregare. Le parole erano diventate clave nella bocche e nelle mani di barbari. Cap\u00ec che per comprendere doveva ascoltare. Cap\u00ec che doveva cercare altro. Cap\u00ec che doveva cercare il silenzio, quello totale, stordente.<\/p>\n\n\n\n<p>Da quel momento Paolo smise di parlare. Decise solo di ascoltare. Decise di abbandonare la sua casa. Decise di andare nel bosco, in quell\u2019intrico di rami che era in fondo alla sua strada, oltre il muro verde scrostato. Abbandon\u00f2 tutto della sua vita e visse ascoltando il rumore del vento, dei rami che oscillavano, crescevano e si spezzavano sotto il peso della neve d\u2019inverno. Ascolt\u00f2 i rumori delle stagioni morenti e di quelle che nascevano, vide i rovi di more fiorire e poi fruttare. Si cib\u00f2 di quel frutto denso e succoso, si lecc\u00f2 le dita macchiate di viola. Visse nel rumore della vita che passava di fronte ai suoi occhi e lasci\u00f2 che il rombo dell\u2019odio e della distruzione si mangiasse la sua strada, la sua casa, la sua citt\u00e0, il suo mondo. E fu l\u00ec, in quel vecchio bosco abbandonato, che un giorno lo trovarono, imputridito e incollato al tronco ammuffito e grigio di un vecchio ulivo mangiato dalla Xylella.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Paolo decise di non parlare pi\u00f9. Era una sera di marzo. 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