{"id":1398,"date":"2020-02-23T16:10:17","date_gmt":"2020-02-23T16:10:17","guid":{"rendered":"http:\/\/elfodavide.it\/?p=1398"},"modified":"2020-02-23T16:10:21","modified_gmt":"2020-02-23T16:10:21","slug":"chitarra-pianoforte-batteria-e-il-passo-di-una-corsa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/elfodavide.it\/?p=1398","title":{"rendered":"Chitarra, pianoforte, batteria e il passo di una corsa"},"content":{"rendered":"\n<p>Oggi\nil cielo \u00e8 limpido, un azzurro denso, luminoso che taglia la\npenombra. O \u00e8 luce oppure \u00e8 ombra. Non c\u2019\u00e8 una via di mezzo,\nquel guado in cui la luce e l\u2019umbra si mescolano in un vago\nchiaroscuro in cui non si intuisce dove inizia l\u2019una e finisce\nl\u2019altra. Sto correndo. L\u2019aria del primo mattino \u00e8 fredda, secca,\npungente come mille aculei che pizzicano i porti del viso. Ho deciso\ndi non indossare le cuffie. I tonfi dei miei passi arrivano offuscati\ndalla pile del cappello che copre le orecchie. Per i primi chilometri\nnon avverto la stanchezza. Non incontro nessuno, solo gatti pigri che\nmi osservano annoiati, gli occhi socchiusi per la luce vivida, e\nqualche cane che mi abbaia dall\u2019interno dei balconi o dei piccoli\ngiardini spelacchiati delle villette che incrocio. Al quarto\nchilometro arriva la prima crisi. Le gambe si induriscono. Una fitta\nacuta mi trafigge il polpaccio della gamba sinistra. Vado avanti\ndeterminato. Sputo sul cemento stinto e crepato dal sole e dai troppi\ncopertoni che l\u2019hanno schiacciato. Giro verso la campagna e mi\ntrovo su una strada vuota di macchine, di alberi. E\u2019 una strada\narida, sulla sinistra un ciottolato di piccole pietre bianche,\nqualche buca piena di acqua limacciosa e marrone. Lascio l\u2019asfalto\ne batto quella terra incerta, bucata e morbida. Il sole inizia ad\nalzarsi e il caldo sposta via con una schiaffetto gentile il freddo\ndel primo mattino. Continua a non esserci nessuno. Penso alla\nquarantena da questo maledetto virus che incombe dietro l\u2019angolo e\nche sta trasformando il pianeta nel set di un film horror, un mostro\nche \u00e8 nascosto negli anfratti della vita e che \u00e8 pronto a saltare\naddosso e divorare vite, carni, sottraendo l\u2019aria ai polmoni che\nlentamente divora e di cui si non si sazia mai.<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019\nun panorama apocalittico, una scena da \u201cIo sono leggenda\u201d, mi\naspetto che all\u2019improvviso spunti una mandria di cervi e mi\nscavalchi con i loro salti. \n<\/p>\n\n\n\n<p>Sento\nil sudore che cola sotto la giacca antivento, gocce scivolano dai\nbordi del cappello e colano intorno agli occhiali. La crisi sta\npassando e il pensiero di te torna. Ti vedo. Come se fossi l\u00ec,\ndavanti a me, sdraiata su letto, i collant che premono sulla tua\npelle e il mio desiderio che cresce. Mi guardi e non parli ma io ho\nsete dei tuoi baci, delle tue parole, della lingua che lecca le mie\nlabbra. Annuso l\u2019aria e il profumo che percepisco \u00e8 il tuo, quello\nche inspiro quando infilo il nasonei tuoi capelli ricci appena\nlavati. Apro gli occhi. Non ci sei. Scavalco una buca, poi saltello\nsu un dissuasore schiacciato e sbreccato. Svolto a sinistra e\nincrocio di nuovo una fila di pini marittimi alti e profumati. Il\nlegno \u00e8 screziato dalla luce, scaglie scure ormai secche che sono l\u00ec\nper staccarsi e cadere sull\u2019asfalto nero, appena tirato e morbido,\nanche se solo per qualche giorno. Da una finestra esce potente il\nsuono di una batteria che accompagna i tasti di un pianoforte. E poi,\nall\u2019improvviso, la voce di Roger Waters canta The last refugee.\nRallento il mio passo e torno indietro. Un magone duro come un\ncazzotto mi prende lo stomaco e la gola. La mia musica. La mia musica\nche nel silenzio di una strada addormentata esce dalla finestra\nsocchiusa di un appartamento. Le strida dei gabbiani graffiano\nl\u2019impasto sonoro. Sono due e scendono verso di me. Uno dei due mi\naffianca, gira la testa, uno sguardo rapido dei piccoli occhi neri e\nun grido di saluto mi spaventa. Poi volano via. E io corro. Corro.\nCorro. E cerco di lasciare indietro il pensiero di te, la tua\nassenza, quel buco nero profondo da cui ogni tanto riaffiora un\nantico profumo, un vecchio ricordo sepolto ma che torna su, come un\nrigurgito del passato. Ma per ricordarmi che il dolore non si spezza,\nnon si scheggia e non si frantumer\u00e0. E\u2019 l\u00ec, magari sepolto da\npolvere, dalla terra nera umida, mescolato con i ricordi che\nsvaniscono nel tempo. E resta l\u00ec. E un giorno in cui il vento \u00e8\nscivolato via, la luce del sole \u00e8 densa e luminosa, l\u2019aria del\nmattino \u00e8 fredda e pungente, lui uscir\u00e0 allo scoperto per\nricordarti che non posso farci nulla perch\u00e9 \u00e8 sangue nella mia\ncarne, \u00e8 impiantato nell\u2019amigdala. E uscir\u00e0 quanto riterr\u00e0\nopportuno, con un profumo, con la densit\u00e0 del nylon o con una\nmelodia suonata con un pianoforte. \n<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Oggi il cielo \u00e8 limpido, un azzurro denso, luminoso che taglia la penombra. O \u00e8 luce oppure \u00e8 ombra. 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