Il volo nel silenzio

E’ buio nella casa. L’aria nella stanza è intrisa di umidità. Nel letto l’uomo si accovaccia in posizione fetale perché ha freddo ai piedi. Le lenzuola sono gelide e lui non ha voglia di prendere una coperta. Non si ricorda nemmeno dove l’abbia conservata.

Gira la testa e guarda i fosfori verdi dell’orologio sul tavolino di legno scrostato. Segna le 5 del mattino.

Il silenzio del mattino è interrotto dal ticchettio dell’orologio nel corridoio. Tic tac, tic tac. Il tempo passa e l’uomo sorride a questo pensiero.

Il letto non si scalda e il freddo gli irrigidisce il pene. L’uomo lo carezza velocemente, quasi con timidezza. In quella casa lui è solo. Si gira a pancia in giù sperando che il dolore si attutisca. Invece aumenta, diventa insopportabile. Lo è anche il pensiero di come sia rimasto senza vita per troppo tempo, senza provare amore o semplicemente un po’ di calore.

A questo pensiero l’uomo si alza di scatto dal letto, gettando di lato il lenzuolo giallo. Si siede sulla sponda e si stropiccia gli occhi. L’orologio segna le 5 e 10. L’uomo gira la testa verso la finestra. Dalla tapparella filtra solo la luce al neon della strada.

Lentamente si alza e barcollando va in bagno. Deve sedersi per orinare. Si tiene la testa con la mano e osserva la luce arancione del palazzo di fronte che si spande sul vetro smerigliato. L’ombra dei flaconi dei saponi poggiati sul davanzale disegna lo skyline di una buia metropoli e l’uomo sorride ancora a questo pensiero. Il dolore non si placa.

Si alza dalla tazza. Si lava le mani con la saponetta bianca. Accende la luce al neon e socchiude gli occhi perché la luce improvvisa lo acceca. Deve aspettare qualche minuto perché si abituino.

Si guarda allo specchio e resta deluso da ciò che vede. Avvicina il viso allo specchio e con le dita sfiora le rughe intorno agli occhi, strofina la barba corta ormai brizzolata. Abbassa la testa sconfortato.

Esce dal bagno e ondeggiando va in cucina per bere un bicchiere d’acqua. Apre il frigo e cambia idea: prende la bottiglia di Kerner che aveva aperto a sera prima. La stappa e beve una lunga sorsata dalla bottiglia. Si pulisce le labbra con il dorso della mano e rimette la bottiglia in frigo.

Non chiude lo sportello del frigo. Esce dalla cucina.

Sul tavolo, ancora apparecchiato per la cena della sera, c’è il cellulare.

Si blocca sulle gambe. Il ricordo gli torna, lancinante, alla memoria.

Prende l’apparecchio. Le mani gli tremano.

Schiaccia il tasto di sblocco tastiera e lo schermo si illumina.

Con il dito sfiora l’icona della bustina che ancora lampeggia. Preme un altro tasto e compare lo scritto del messaggio.

Lo legge. Il cellulare gli scivola dalle mani e cade per terra. Non lo raccoglie.

Va verso la finestra. Le mani non tremano più. Apre la zanzariera ed esce sul balcone. Alza la testa e inspira a fondo l’aria pulita del mattino. Guarda il cielo, che inizia a schiarirsi. I primi passeri si alzano in volo dagli alberi e si inseguono, timidamente e in silenzio, nel cielo.

Un leggero sorriso compare sulle labbra dell’uomo. Scuote la testa e poi sospira.

Sposta la sedia di plastica bianca e l’avvicina alla ringhiera. Sale sulla sedia, si appoggia con un piede al metallo nero. Poi si spinge in avanti e salta. Apre le braccia e allarga le gambe mentre vola nel cielo.

Un tonfo e poi torna il silenzio. Un passero lo osserva dal cornicione.

Il cellulare per terra nel suo appartamento si spegne, senza un rumore.

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