Il ciotolo verde

E’ una calda mattina di ottobre. Il cielo è opaco, velato da un’afa fuori tempo. Il Salone riapre dopo un anno e mezzo di chiusura. 

Lei è lì, emozionata. Si guarda nel vetro del vagone della Metro. E’ alta, magra, appuntita negli angoli del suo corpo, un viso pacifico, un caschetto di capelli neri e crespi. Indossa una camicia verde petrolio e un paio di jeans un po’ logori, ai piedi un paio di sneaker Adidas verdi come la camicia, un giubbotto largo con il cappuccio. 

E’ arrivata in treno, si è alzata presto, il cielo era nero. E’ la prima volta che viaggia da sola per arrivare in una grande città del nord Italia. Arriva da una piccola cittadina della Toscana. Ha preso il bus per arrivare a Firenze e un treno Frecciarossa che l’ha portata a Torino. Al suo fianco ha viaggiato un signore gentile che le ha sorriso ma non ha parlato. Ha mantenuto durante il viaggio un silenzio intimidito e questo l’ha tranquillizzata. Ha letto un libro di Naspini. Lei l’ha letto e le era piaciuto. Talvolta l’ha guardato di sottecchi, incuriosita. 

Alle 11 del mattino il treno è arrivato a Torino. Lei ha studiato il percorso su Google Maps. Ha preso all’ingresso della stazione la Metro, destinazione Lingotto. Il padre il mattino a colazione, mentre lui sorseggiava lentamente la sua tazzina di caffè, le aveva spiegato che un tempo, nemmeno tanto lontano, era una delle fabbriche di automobili italiane più famose e invidiate nel mondo. Lei lo ascoltava insonnolita mentre inzuppava i frollini nel suo tè nero tiepido.

Il padre le raccontava quella storia lontana di lotte operaie mentre la mamma le infilava in una busta un paio di contenitori di plastica verde scuro. Quando il padre aveva terminato di parlare, la madre le aveva messo una mano sulla spalla e le spiegava cosa aveva messo in quei contenitori di plastica. Le aveva scritto il contenuto sul coperchio. Le sorrise, l’aveva abbracciata con forza e spinta via verso la porta di casa. Le aveva augurato buon viaggio mentre si girava per nascondere una lacrima. La sua bambina era cresciuta e doveva uscire da quella casa ormai stretta per lei.

L’uomo sul treno aveva osservato quella ragazza e percepì una forza inaspettata che pulsava nei suoi occhi. Si concentrò nel libro di Sasha Naspini fino all’arrivo a Torino. Ha lasciato passare la ragazza, le ha sorriso, è sceso dal treno, riguardato la mappa e cercato l’ingresso della metropolitana che l’avrebbe portato al Lingotto. Esce dal buio ovattato della metro sotterranea ed è colpito dalla luce opalescente, offuscata da un tepore eccessivo per l’autunno. Attraversa il viale e si infila nel parcheggio del Lingotto, diretto verso l’ingresso del Salone. Si ritrova infilato in una coda infinita di persone. E, quando dubita di riuscire ad entrare nel Salone in tempi ragionevoli, la rivede. 

La ragazza del treno è poco più avanti di lui nella coda. Cammina lentamente di fianco ad un’altra ragazza che le parla. La incrocia ad ogni giro nel budello a serpente, delimitato da divisori di plastica blu. La ragazza ascolta l’amica, apparentemente concentrata. Poi, all’improvviso, apre lo zaino che ha sulle spalle e tira fuori un contenitore di plastica, verde scuro come il colore della camicia. Lo apre, nelle mani una forchetta di bambù, e inizia a mangiare. L’uomo incuriosito, alza la testa e guarda all’interno del contenitore: è una porzione abbondante di conchiglie condite con un sugo di pesto verde scuro. Lei continua cammina tranquilla, la schiena naturalmente dritta. Il viso magro e lungo è impegnato a masticare la pasta, una forchettata alla volta. L’amica la guarda, interrompe il suo monologo e le dice: “ma sai che ho proprio fame?” portando una mano sulla bocca dello stomaco. La ragazza, continua a ruminare la pasta, infila la mano nello zaino e tira fuori l’altro ciottolino color verde scuro, legge la scritta della madre, annuisce con un leggero cenno della testa, e lo porge all’amica. Questa rimane interdetta, con le labbra semiaperte che non riesce a rispondere, sorpresa dal gesto naturale della ragazza. Riusce solo a dire: “per me?”.

La ragazza si lascia sfuggire un sorriso e torna a masticare le sue conchiglie al pesto. L’amica prende il contenitore e il cucchiaio di bambù che la ragazza le ha teso, legge la scritta sul coperchio, lo apre e inizia a mangiare il riso. Tutte e due continuano a camminare con passo tranquillo, mangiando e chiacchierando, mentre seguono il percorso che le porta verso la biglietteria e il sospirato ingresso nel mondo del Salone Internazionale del Libro. 

L’uomo le osserva con un sorriso.    

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La mezzaluna in una sera di fine estate.

Aveva trascorso il pomeriggio camminando per i boschi. Nel suo vagabondare, dopo una discesa in un prato verde, affiancato da un canneto inusuale per quell’altezza, si trovò di fronte un reticolato di sentieri che si insinuavano tra gli uliveti. Senza seguire nessuna logica decise di seguirne uno che scendeva verso valle. La terra era nera, ancora umida dalla pioggia che era caduta nel pomeriggio. Intorno un profilo di erba gialla, alta. Oltre, la terra argillosa e il bosco di ulivi intervallati geometricamente con una cura maniacale. Intorno a lui c’era solo silenzio, interrotto dal soffio leggero della brezza che si solleva al tramonto. In fondo al sentiero torreggiavano due alti cipressi stretti e lunghi. Le cime ondeggiavano in simbiosi, come se stessero seguendo un ritmo all’unisono. In fondo, oltre la valle, le colline si arrampicavano verso l’alto, in cima un folto bosco di querce e faggi. In lontananza udì l’abbaiare di cani, probabilmente in qualche fattoria oltre gli alberi.

Continuò a scendere con un passo veloce. Osservava con attenzione il terreno, alla ricerca di tracce o di orme di cinghiali. In quella strana stagione le colline erano piene di famiglie di cinghiali che scorrazzavano nei campi. Lui aveva aveva paure delle mamme, che per difendere i loro piccoli avrebbero caricato a testa bassa chiunque pur di difenderli. Oltre la curva, di cui non vedeva la discesa e la fine, ascoltò un grugnito lontano. Era in tempo per ritornare indietro ma decise di andare avanti comunque. In quel momento non aveva paura di nulla.

Fausto, questo era il nome di quell’uomo, avvertiva un’assenza intensa dentro di sé. La percepiva come una sostanza spessa, avvolgente che gli richiudeva lo stomaco e gli allentava la forza nelle gambe. Per superare quell’assenza camminava instancabilmente. Girava per i boschi, per le campagne, si arrampicava sulle rocce senza tutele e senza difesa. Non aveva nulla da difendere, nulla da tutelare. Non era un uomo allo sbando. Era un uomo che semplicemente non poteva avere ciò che desiderava. E come spesso capita, in quella condizione decise di mollare gli ormeggi e di lasciarsi andare. Alla fine aveva solo due possibilità: o sopravviveva, imparando e accumulando esperienza di vita oppure periva e non è che gli importasse granché.

Mentre rifletteva su questi pensieri cupi, e nello stesso rivelatori, superò la curva e si trovò di fronte una ampia valle circondata da colline impervie ammantate di verde scuro. In fondo il sole, una enorme palla arancione, stava tramontando e si infilava pigramente dietro le cime all’orizzonte.

Si fermò ad ammirare lo spettacolo della natura, del giorno che finisce e lascia spazio alla pace della notte e del buio ristoratore. Si rese conto, però, che era tardi e che correva il rischio di restare bloccato nelle campagne senza punti di riferimento. Accelerò il cammino e si diresse verso le luci all’orizzonte. Camminò velocemente, lasciando indietro i pensieri e la mancanza. Ma passo dopo passo il peso cresceva. Finché riuscì ad arrivare alla periferia del borgo. Raggiunse una strada asfaltata nel momento in cui le prime stelle scheggiavano il blu cobalto del cielo. Qualche lampione arancione illuminava la strada. Guardò a destra e poi a sinistra. Decise di dirigersi verso il paese alla ricerca di un posto dove passare la notte. Dopo un paio di chilometri incontrò il cartello con il nome del paese e restò interdetto: era il paese in cui viveva lei. La sua mancanza. Guardò il cielo, ormai nero. In fondo stava risalendo, veloce come il tempo che scorre, la luna in fase crescente. Una mezzaluna bianca, selvaggia, dal naso aguzzo che lo osservava quasi irridendolo.

Si guardò intorno, indeciso. Tornare indietro o affrontare la sfida della vicinanza. Era stanco, anche di fuggire da quella assenza. Era arrivato il momento di guardarla, da vicino. La strada da percorrere la ricordava bene. Aumentò il passo, strinse le cinghie dello zaino e si diresse verso la via dove lei abitava. Non si fece domande, non si lasciò il tempo di riflettere. Non ci volle molto, il borgo era piccolo e deserto. Non passò sulla strada nemmeno una macchina.

Superò la rotonda, poi affrontò il bivio. Arrivo alla strada dove lui, quelle volte in cui si vedevano clandestinamente, l’aspettava con l’ansia dell’innamorato. Attendeva la vista di quel cespuglio di capelli, di essere guardato da quegli occhi profondi, in cui lui si perdeva come se cadesse in un pozzo profondo. Si fermò un attimo e inspirò a fondo il profumo degli alberi che coprivano l’asfalto e le poche macchine parcheggiate. Poi riprese a camminare e dopo un paio di semafori arrivò alla strada. Era una piccola, stretta, strada senza uscita. La percorse e arrivò in fondo, vicino al muro di antiche pietre che lo chiudeva. Guardò il portone. Spostò lo sguardo sulla finestra della cucina, la luce era accesa, la tenda tirata.

La vide, di spalle, il cespuglio di capelli fuori controllo. Le sue spalle dritte, il movimento delle braccia elegante, felpato. Stava distribuendo i piatti della cena. Chiuse gli occhi e ripensò alla morbidezza della sua pelle, le mani che accarezzavano le scapole, che la stringevano a sé. Lui scosse la testa, si girò, vide un gradino alle sue spalle. Slacciò lo zaino. Lo poggiò per terra. Si sedette sul gradino. Guardò di nuovo verso la finestra. Tastò dentro di sé la sua assenza, una roccia dalle punte aguzze che ferivano e che lasciavano scorrere il suo sangue. Un dolore insopportabile lo trafisse. Si prese la testa fra le mani. E pianse, disperato. Perché quell’assenza non l’avrebbe mai più abbandonato. Ed era un dolore insopportabile.

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Via del Silenzio

Lei arriva trafelata in via del Silenzio. Il cespuglio di capelli corvini, gli occhi scuri. Trema. Apre lo sportello e sale sulla macchina. La guardo, le sorrido, le sfioro la mano che è fredda. Indossa gli occhiali da sole, mi guarda e risponde al mio sorriso. Avvio il motore e parto.

Lei mi indica la strada da seguire. L’asfalto è sconnesso, guido piano con prudenza. Ad un certo punto, all’altezza di uno spiazzo coperto dalle foglie di alti e larghi platani, lei si piega in giù. Vedo due uomini che parlano davanti ad un cancello.

Si nasconde alla vista del marito. Si rialza di scatto, trema più di prima.

Lei sta male, le scivolano le lacrime. Le stringo la mano, senza parole.

Più avanti fermo la macchina. Spengo il motore. Siamo in zona esposta, mi dice. Le sorrido. Le dico: tranquilla, metti le gambe su di me. Ma. Dammi le tue gambe.

Si toglie le scarpe e le allunga sulle mie. Avverto il suo calore sulla stoffa dei pantaloni. Percepisco anche il tremore, ora rallentato. Le accarezzo. Sono lisce e lucide per la crema. Premo sui pori. Le punte depilate dei peli. Sorrido. Lei mi guarda dubbiosa. Le prendo i piedi tra le mani e li accarezzo, lentamente.

Lei continua a guardarmi. L’ansia sta scivolando via dagli occhi, segue la sbavatura del trucco leggero. I piedi sono piccoli, la pianta del piede è scheggiata dal camminare. Con la punta delle dita liscio le piccole pieghe, accarezzo il collo, le dita minuscole con le unghie laccate di glicine. Li bacio. Lei ora sorride.

Ma la paura è ancora lì. La sua postura è contratta. Con le mani salgo sulle ginocchia, percorro le cicatrici eredità del suo essere bambina. Risalgo le cosce, mi soffermo sui muscoli, li massaggio, sento che si sciolgono, la gonna nera è ricaduta sulle mie mani. Sento il pizzo degli slip, vado oltre. Arrivo sulla pancia, scatta sotto le mie carezze. Mi fermo e la guardo. Lei annuisce, non parla. Mi perdo nei suoi occhi scuri e profondi, sono due pozze in cui perdermi e ritrovarmi è facile.

Riprendo a massaggiare, chiudo gli occhi e inspiro premendo con le mani. Lei finalmente piega la testa all’indietro, sorride di nuovo. I muscoli si ammorbidiscono. La tensione passa nei palmi delle mie mani. La guardo, gli occhi sono aperti, le pupille dilatate.

Mi prende la mano e la porta sugli slip. “Ora portami con te”. La mano si fa strada sotto il pizzo.

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La goccia che scava

Il futuro è una goccia di torrente
Conosco dove è nata
Immagino come scivolerà
Non saprò dove cadrà.
Il presente ha il colore dei tuoi occhi
Conosco come mi guardano
Immagino cosa pensano
Non saprò dove, un giorno, guarderanno.
Il passato è un sentiero nel bosco
Conosco dove ho iniziato a camminare
Sono stato attento a seguirne il percorso
Tra alberi, prati, passeri e fiori pervinca
Dietro un largo tronco scuro
La punta concava della goccia
Si allarga ed è pronta, come il cuore,
A scivolare per sempre nelle tue braccia,

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Arriverà quel momento

Il tuo sorriso è di menta
Lo sguardo di spezie orientali
Le guance sono mascelle strette e impaurite
Le labbra hanno il profumo della notte stellata
La lingua il dolce succo del Kumcat
Il sesso il sale del mare sconfinato
Le tue mani disegnano onde verdi
Il passo è il salto allegro del daino
Le tue parole sono olio balsamico
Io sono la spugna che ti assorbe
Sono le mani che stringono il lampo
E hanno le ustioni che accendono
Infuocano l’aria pigra del mattino
Il nostro tempo arranca lento e legnoso
L’attesa profuma di pane caldo
Arriverà quel momento
In cui io stringerò l’olio balsamico
Inspirerò il profumo della menta
Mi perderò nelle spezie orientali
Scioglierò la stretta delle mascelle
Assaggerò il dolce aroma del Kumcat
E mi tufferò nelle onde del tuo mare.
Sì, arriverà quel momento

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L’alba attesa

Sfioro la pelle candida
Bacio le rosse efelidi
Rorida attendi l’amore
Inarchi la schiena
Penetro il tuo corpo
La lingua è nella mia bocca
Umori si mescolano
Calore e gambe si intrecciano
Si uniscono due vite
Distanti e dolorose
Gli occhi sono aperti
Si cercano e sorridono
Sono tristi e accecati.
Nelle nostre orecchie
Il battito lento di un bastone,
Sposta le foglie secche
Sfiora i frutti rossi e i funghi bianchi
Accarezza i tronchi scuri e nodosi
Sì, siamo nel bosco profondo
Tra le querce e gli abeti
Tra lo scuro e il silenzio
La valle morbida e arrotondata
Si apre ai nostri occhi.
Le mani sono unite e strette
Il passo è all’unisono
La nuova casa ci aspetta
Tra il sole, le nuvole e la bruma
Nell’alba attesa del nuovo giorno.

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Il giorno che verrà

Come il piccolo fiore giallo
Allarga la crepa nel cemento
E gagliardo si offre al sole,
La tua voce calda e rasposa
Entra nelle ferite aperte
E semina un minuscolo germoglio.
Quando il sole tramonta
E la luce da gialla diviene viola
il tuo sorriso si apre al rosso.
Le sapienti mani levigano
Accarezzano, annaffiano, levano
Il cuore spaccato loro consolano.
Nell’arancio che da pesca è cobalto
Il verde germoglio amato e accudito
Si apre allegro al giorno che verrà.

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Uno strano destino

Quando arrivò nel piccolo borgo toscano era ormai sera, Abbassò il finestrino per lasciar entrare nell’abitacolo il profumo di erba e di alberi. Inspirò a fondo e chiuse gli occhi per un attimo. Fermò la macchina all’ingresso del paese, sotto una quercia dalle fronde ampie. Lasciò il motore acceso e prese il Block notes con gli appunti che aveva trascritto. Poi prese lo smartphone e con un doppio tap aprì le mappe di Google. Digitò il nome della via e attese il risultato. Inserì la richiesta delle indicazioni per arrivare all’indirizzo. Avviò il tragitto e la voce femminile dell’assistente Google gli indicò il percorso da seguire. Inserì la marcia e ripartì. Doveva percorrere ancora poco più di un chilometro. Durante il percorso si guardò intorno: le strade erano deserte, non c’erano macchine lungo la via e solo qualche persona camminava veloce sui lati delle strade, la testa bassa e le mascherine tirate sul naso e la bocca. Era un borgo medievale e quindi non c’era traccia di marciapiedi, le strade erano lastricate di pietre laviche. La serata era quieta, non c’era vento e il cielo, ormai nero, pulsava di una luminosità gelida. A parte il ronzio tranquillizzante del motore dell’auto non percepiva nessun rumore. L’uomo si sentiva stanco. Aveva fatto un lungo viaggio per arrivare fino a lì. Era partito all’alba e aveva viaggiato per poco più di otto ore percorrendo il lungo serpente di asfalto delle autostrade. Si era fermato solo un paio di volte per bere un caffè e andare in bagno, stando ben attento a igienizzarsi le mani prima di rientrare nella macchina.

Ora, finalmente, era lì. L’assistente gli indicò la svolta ed entrò nella strada che aveva appuntato sul taccuino. Quell’indirizzo che per tanti mesi aveva sognato, ambito e che aveva rappresentato l’orizzonte finale di quella orribile pandemia che aveva stritolato la sua vita, come quella di milioni di persone. Lei gliel’aveva scritto in un messaggio all’improvviso, senza nessun riferimento. E l’uomo, senza commentare, lo trascrisse subito, prima che per qualsiasi motivo fosse cancellato.

Rallentò, voleva assaporare con lentezza quegli ultimi metri. Inspirò a fondo cercando di placare la tensione e l’ansia. La strada era più ampia di come se l’era immaginata e di come gli era apparsa su Google StreetView. In fondo al rettilineo vide la salita che portava ai sentieri che lei ogni giorno percorreva nelle sue sedute di allenamento. Quante volte aveva immaginato di prendere quel sentiero con lei, mano nella mano, per poi lasciarsi e iniziare a correre, il vento sul viso e la gioia di poter finalmente percorrere quel selciato in mezzo ai boschi.

Percorse gli ultimi metri lentamente, l’assistente lo avvisò che la destinazione era raggiunta. Parcheggiò la macchina di fianco ad un piccolo parco, il cui cancello di accesso verde scuro era chiuso con una catena e sigillato da un grosso lucchetto di metallo grigio. Osservò gli alberi, alti e fitti. La macchina era immersa nel buio coperto dai rami delle querce e degli abeti. Girò la testa e vide la casa. Era lì, di fronte a lui. Ora era realtà, esisteva, aveva una consistenza tridimensionale.

La osservò con calma. Era una piccola palazzina composta da piano terra e primo piano. Lei abitava al piano terra, un piccolo portoncino di legno scuro era l’ingresso. Ai lati due finestre chiuse da scuri doppi color verde, come il cancello del parco.

In una delle due finestre gli scuri erano aperti e la luce nella stanza accesa. L’uomo sussultò, dunque lei era lì, dentro la casa. Si chiese se quella fosse la stanza da letto dove lei si era fotografa centinaia di volte. Prese il cellulare, avviò la app dove conservava, in un cartella con il suo nome e criptata, la raccolta di tutte le foto che lei gli aveva inviato nel tempo. Ne guardò alcune e vide gli infissi verdi accostati, dietro la tenda grigia. Sì, probabilmente lei era lì dentro e si stava preparando per andare a letto. Il cuore dell’uomo accelerò.

Cosa era meglio fare? Mandarle un messaggio oppure citofonare? Immaginò la sua sorpresa, la gioia incontrollata nel vederlo lì, davanti a lei, in carne ed ossa. Finalmente sarebbe stato un corpo da abbracciare, stringere, baciare. Immaginò la testa di lei sulla sua spalla, poter finalmente inspirare il profumo dei suoi capelli, conoscerlo.

L’uomo scese dall’auto. Si stiracchiò i muscoli rattrappiti dal viaggio. All’arrivo si era fermato nell’albergo prenotato in una cittadina lì vicino. Si era fermato il tempo di accreditarsi, fare una doccia e mangiare un boccone. Si era poi rimesso in macchina perché aveva deciso che non voleva attendere l’appuntamento che si erano dati per la mattina dopo. Lui voleva vedere dove lei abitasse. Lui voleva vederla, gustare il suo viso sorpreso nel trovarselo davanti. Durante il viaggio aveva pensato molto a quel momento. Era stato l’obiettivo per cui aveva superato la stanchezza.

Chiuse con un clic l’auto e si avviò verso il portone della casa. Guardò all’interno della stanza illuminata. Le tende erano chiuse. Le riconobbe e sorrise. Lì dietro c’era il letto dove lei dormiva e dove un giorno, lo sperava, avrebbero fatto l’amore. Pensò al suo corpo che conosceva nella dimensione bidimensionale delle foto. Fra poco l’avrebbe avuto di fronte a sé, avrebbe avuto densità e consistenza. Alzò gli occhi al cielo e rimase stupito dalla quantità impressionante di stelle bianche nel cielo. Intorno era buio, in fondo intuì le forme delle pendici delle montagne boscose. Il silenzio era totale, percepì solo il rumore delle foglie degli alberi smosse dalla brezza serale. L’aria si stava rapidamente raffreddando.

Si scosse e capì che era arrivato il momento. Si mosse deciso verso il portone. Dietro la tenda all’improvviso vide la figura di una persona. Era lei. Sorrise. Ne vide leggermente sfumate le forme perché era di profilo. Ebbe l’impressione che fosse più bassa di come se l’era immaginata. Guardò il profilo del viso, il ciuffo di capelli, la forma del seno, più piena. Si fermò ad osservarla, incuriosito e felice di quell’attimo. Gli sembrò un regalo inaspettato, una parentesi di avvicinamento a lei. Dopo le foto, la voce, ora aveva di fronte a sé la sua sagoma e fra qualche secondo l’avrebbe stretta a sé. La sagoma era immobile, come se guardasse qualcosa in un punto della stanza.

Lui si fermò e aspettò, fu come una sensazione oscura che l’aveva bloccato. Poi comparve un’altra sagoma, più alta di lei. Era una figura mschile, sembrava senza capelli e dalla pancia prominente. Una sensazione di gelo gli corse dietro la schiena.

L’altro uomo si avvicinò a lei. La prese per i fianchi e la baciò. Dopo qualche lungo secondo le sagome si abbassarono e scomparvero alla vista. L’uomo conosceva la struttura della stanza e comprese subito ciò che stava accadendo.

Restò immobile ad osservare quella finestra illuminata.

Era rimasto raggelato. Non aveva pensato in quei mesi che lei potesse avere un altro uomo.

All’improvviso la sagoma della donna riapparve dietro la tenda. La scostò. L’uomo si spostò rapidamente per non essere visto. La donna aprì la finestra, il suo viso era in ombra, continuava ad essere una sagoma. L’uomo osservò, come al rallentatore, i gesti della donna che richiuse gli scuri. Poi non vide più nulla, se non il legno verde scuro dell’infisso ormai chiuso. Lei era scomparsa alla sua vista. Era tornata ad essere una figura bidimensionale. Aveva potuto però vedere i movimenti, sia pure per qualche secondo.

L’uomo rimase immobile. I pensieri erano scivolati via, scomparsi come la nebbia che al mattino si alza dalle montagne per poi dileguarsi, sciolta nell’aria fragile.

Sospirò e si incamminò verso il portoncino d’ingresso della palazzina. Vide che all’esterno erano attaccate al muro in una fila ordinata, le cassette per la posta. Si avvicinò e lesse i nomi sulle targhette di vetro. Vide il cognome della donna. Con le mani rovistò nello zainetto che aveva poggiato su una spalla e ne tirò fuori una piccola busta. Prese il taccuino e ne staccò un foglio. Scrisse qualche parola sul pezzo di carta e lo firmò. Lo infilò nella busta. Poi lentamente, forse con una turbata indecisione, staccò dall’orecchio il suo orecchino, una piccola pallina dorata, e lo infilò nella busta, insieme al pezzo di carta. Inserì la busta nella cassetta della posta della donna.

Si girò e andò via. Una lacrima gli scese sulla guancia, l’espressione del viso contratta, le mascelle serrate per non urlare. La disperazione si irradiò nel corpo insieme alla pace che segue sempre una sconfitta cocente.

L’uomo andò verso la macchina, la aprì con uno scatto, salì, mise in moto e accelerando andò via.

Non si accorse, gli occhi velati dalla rabbia e dalle lacrime, che dietro gli scuri c’era sempre l’ombra della donna. L’ombra seguì il suo uomo con gli occhi annebbiati dalle lacrime che le colavano sul viso bollenti e salate.

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I tuoi occhi

I tuoi occhi lucidi 

Sono pozze profonde

Che disseminano il mio cammino,

La polvere dorata nell’aria

e impregnata di te 

Scivola lenta ondeggiando,

Intorno nei campi verdi

Punteggiati di rosso

fluttuano papaveri al vento,

Il profumo del mirto bruno

l’aroma dolce della liquirizia 

Sfiorano le nostre ansie,

La tua pelle bianca

solcata dalle righe del tempo

Inquieta le mie labbra,

Le mani si stringono

Il respiro si spezza

i cuori disperati si inseguono,

Mentre il vento spazzola

Indifferente alle nuvole bianche,

I prati ispidi della primavera.

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Il riflesso d’oro

Si avvicinò alle tende, osservò il colore grigio chiaro. Non le piaceva. Chissà cosa le era passato per la testa quando le aveva scelte. Le scostò, gli scuri erano chiusi e la stanza era illuminata solo dall’abatjour. Fu infastidita anche dalla luce della lampadina che emanava poco calore. Aprì la finestra e socchiuse gli scuri. Il cielo era grigio ferro, le nuvole erano compatte e coprivano il cielo. Del sole nemmeno una traccia. Pioveva, leggermente, una doccia di gocce sottili che battevano sul selciato ad una intermittenza regolare. Fu colpita da questa scansione del tempo, così simile al battito del suo cuore, regolare e solido.

Sbuffò, chiuse gli scuri e la finestra. Voleva uscire, la scusa era andare nella piccola libreria del borgo per dare un’occhiata alle nuove uscite della settimana. Si guardò. Aveva indossato un paio di collant neri e velati. L’aveva fatto per lui, per fargli una sorpresa. Voleva fotografarsi e inviargli un paio di foto, per fargli ricordare quanto lei sapesse essere sensuale, senza volgarità. Ma il malumore aveva preso il sopravvento. Lui non si meritava quelle attenzioni e lei non voleva essere succube. Lui non le aveva mai chiesto nulla. Anzi, alle maliziose provocazioni di lei rispondeva con un sorriso ironico, quasi beffardo. Scosse la testa. Accese la luce nella stanza da letto, aprì l’anta dell’armadio e si specchiò. Le sue gambe erano lunghe, eleganti e con quelle calze si ritrovò bella. Era lei, insomma. E lui, invece, era scomparso.

Indossò sopra i collant un paio di calzini a rombi neri, un paio di jeans e un maglione a collo alto e largo perché non sopportava la costrizione, il collo doveva muoversi liberamente. Nel bagno si specchiò, passò un filo di matita intorno agli occhi e si spruzzò un paio di gocce di profumo, Riavviò i capelli crespi, in quei mesi erano ricresciuti. A lui piacevano così e lei, per provocarlo, la mattina se li stirava e poi gli mandava una foto sul cellulare come buongiorno. Immaginò ancora il suo sorriso, ironico come sempre, e si ritrovò anche lei a sorridere.

Si infilò il giubbotto, indossò la borsa a tracolla, calzò gli stivaletti e prese l’ombrello. Scelse il color viola chiaro che adorava.

Lungo la strada inspirò a fondo l’aria fresca ed umida. Le colline intorno al borgo erano sfocate, le nuvole gonfie e pesanti stavano velocemente scendendo a coprire le cime. Camminò lentamente, evitando le pozzanghere, cercando con gli occhi qualche volto amico con cui fermarsi a scambiare due parole. Non c’era nessuno. E la sua mente ritornò con rabbia a lui. Ormai non lo vedeva da sei mesi. L’ultima volta fu quando si salutarono sulla baita, in cima al passo del monte sopra il borgo. Lui la salutò con un abbraccio forte, la baciò con intensità, girò le spalle e scese a valle inseguito dal cane. Da quel momento lui era scomparso, anche il cane. L’aveva cercato ovunque, spesso entrò nella casetta vicino alla riva del lago dove lui viveva. Non c’era nessuno. Eppure tutto era stato lasciato come se fosse uscito per fare una passeggiata, i quaderni e i libri sul tavolo sotto la finestra, il letto e la cucina in ordine, era come se tutto fosse in sospeso.

Dopo qualche giorno si fece vivo da un numero sconosciuto e via mail. Le aveva chiesto scusa e aveva spiegato il perché di quell’allontanamento. Lei si era infuriata, non rispose più ai suoi messaggi su Telegram, che lui le aveva chiesto di utilizzare, e neppure alle mail, inviate da un account Proton criptato. Camminava e ripensava rabbiosa a quell’abbandono. Lui le mancava, intensamente, maledettamente. Le mancava la sua voce, il suo corpo, il sorriso, lo sguardo con gli occhi socchiusi e l’aria sorniona, da gatto pigro. Da alcuni giorni lei aveva deciso di inviargli dei messaggi audio. Era consapevole dell’effetto che la sua voce aveva su di lui, di come riuscisse ad abbattere la sua razionalità e ad intrufolarsi nella crepa delle emozioni. Lui le blindava con determinazione. Lei riusciva ad intrufolarsi e ad aprire le pareti di quel mondo.

Dove sei? Perché non sei qui con me? Aumentò il passo, infilò il piede in una pozzanghera e bestemmiò con la voce rotta.

Il cielo si era scurito, un lampo scosse il silenzio del borgo. Una folata di vento gelido arrivò dall’oceano mescolata all’odore delle alghe e un vago sentore di sabbia bagnata.

All’improvviso si scatenò il nubifragio. L’acqua cadde a secchiate, rimbalzando sull’asfalto crepato e schizzando via quella nelle pozzanghere. Si rese conto che l’ombrello era piccolo e non reggeva l’acqua. Onde di pioggia scivolava verso la parte posteriore e colava sul giubbotto per poi intrufolarsi nell’apertura degli stivaletti. In pochi secondi si ritrovò i piedi inzuppati. Scappò e si infilò sotto un porticato buio e umido. Scosse l’ombrello, innervosita. Lanciò un urlo: “dove sei??? Perché non sei qui con me? Perchè?” E si ritrovò con le lacrime che scendevano sulle guance. Se le asciugò con un gesto rapido e si scosse, arrabbiata da questa debolezza. Strinse i pugni e serrò le labbra. Lui era la sua pioggia, era l’acqua che le aveva inumidito la schiena, era i brividi che la scuotevano.

In quel momento avvertì una scossa al polso. Guardò l’orologio e vide l’avviso di un messaggio Telegram. Afferrò il suo cellulare, lo sbloccò. Era lui.

“Che fai?” Le gli rispose che stava andando in libreria e chiuse la comunicazione.

Riprese il cammino verso la sua destinazione ormai indifferente alla pioggia, all’acqua nelle scarpe, ai calzini bagnati, ai collant neri indossati per lui e alle lacrime che continuavano a scendere senza che nemmeno se ne accorgesse.

Arrivò in libreria. Entrò con un sorriso, infilò l’ombrello nel secchio all’ingresso. Salutò la proprietaria, sua amica, si abbracciarono ridendo per la pioggia e per come si fosse inzuppata.

“Scusami, ti bagnerò il pavimento”. La proprietaria le rispose con un gesto che diceva: non importa. Chiacchierarono per qualche minuto e dopo la lasciò libera di gironzolare dirigendosi verso il banco dove aveva già preparato il libro che l’amica le aveva ordinato.

Lei prese il telefono, accese la app per le fotografie e scattò una foto del locale mettendo al centro dell’immagine i nuovi arrivi. Prima di ripensarci la inviò a lui. Dopo qualche secondo vibrò di nuovo. Lei si sorprese. Aprì rapida Telegram. “Guarda, il libro al centro della foto: è bellissimo”. Lei rispose, secca: “oggi no. Devo ritirare quello che ho ordinato. Lo sai che non riesco a accumulare inutilmente.”

“Ok, hai ragione.” e di fianco l’emoticon sorridente.

Poi un altro messaggio: “Fammi vedere il libro che hai ordinato. Sono curioso”

Lo lasciò aspettare. Girò nei due corridoi della piccola libreria, un vago senso di fretta dietro la schiena contro cui cercò di imporsi. La luce della bottega era calda, piacevole e illuminava tutti gli angoli. Gli scaffali laterali erano colmi di libri ordinati e ben tenuti.

Si avvicinò al banco. L’amica le posò il libro sul banco, sorridente. Lei riprese il telefono e scattò una foto, la inviò a lui. Poi sorrise all’amica e le chiese il costo. Pagò, abbracciò stretta la donna e uscì dal locale. La pioggia era meno intensa, di nuovo si era trasformata nella cascatella continua di gocce che offuscava i contorni di tutto ciò che aveva di fronte. Era una nebbiolina increspata e fastidiosa.

Vibrò il telefono. Lo prese.

“Ma è il libro che ti avevo consigliato qualche mese fa!”

“Sì”

“Sono contento”

Iniziò a digitare furibonda, poi cancellò, poi ricominciò e cancellò di nuovo.

“Beh? A chi stai scrivendo?” scrisse lui, l’emoticon arrabbiato.

“Cretino, che vuoi?”

“Te”

“Allora dove cazzo sei? Perché sei sparito?”

“Devi fidarti di me”

“Sono sei mesi che non ti vedo!”

“Lo so. Mi dispiace. Ma ti penso sempre. Ogni secondo sei nei miei pensieri.”

“Io ti voglio qui con me!”

“Fiducia”

Si rese conto che stava tremando, invasa dalla rabbia. Non riusciva a tenere fermo l’ombrello, le gocce avevano ripreso a bagnarla. Aveva freddo, si sentiva un buco nel cuore. Strinse ancora i pugni e le labbra.

Abbassò la testa, l’asfalto era grigio scuro. Sotto i suoi piedi c’era una piccola crepa e all’interno era cresciuto un cespuglio verde e al centro un bocciolo di fiore giallo. Lo osservò. Doveva fidarsi? C’era una speranza?

Davanti ai suoi piedi si era creata una larga pozzanghera scura, in cui si specchiavano le nuvole che come batuffoli di cotone sporco ingombravano il cielo. In quello specchio screziato dalle gocce di pioggia apparve un’ombra. Nello scuro si specchiò un piccolo riflesso dorato. Lei alzò la testa.

Lui era lì, davanti ai suoi occhi, con la pioggia che gli scivolava sulla testa lucida. Si era rasato i capelli e aveva una folta barba. Gli occhi neri erano ancorati ai suoi. Sulle labbra il suo sorriso, ironico, sornione, con una leggera piega verso destra.

Lei gli tirò un pugno sulla spalla. Lui invece si avvicinò ela abbracciò stretta, inzuppando quel poco di lei che era rimasto solo umido. Lei guardò l’orecchino, il riflesso d’oro nell’acqua. Sorrise. Avvicinò le labbra all’orecchio e gli leccò il lobo e l’orecchino. Lui ebbe una scossa violenta e finalmente scoppiarono a ridere. Si baciarono a lungo, intensamente, le lingue intrecciate. L’ombrello era caduto per terra. Lui le prese la mano, la strinse mentre lei si piegò per raccogliere l’ombrello.

“Andiamo a casa” le disse lui.

“Sì, andiamo” e pensò alle sue mani su di lei, finalmente.

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