Nel pomeriggio Albert decise di tornare in paese e andare a trovare Walter al pub. Il cielo era grigio, coperto di nuvole, e il vento si era rafforzato da ovest. L’oceano rombava la sua carica con forza e le onde alte si schiantavano sulle rocce bianche della scogliera. Gli schizzi della spuma bagnavano l’asfalto della strada che l’uomo percorreva a larghi passi. Per evitare di bagnarsi camminava sul lato che fiancheggiava il bosco e poi la campagna. Le macchine erano rade e procedevano a una bassa andatura.
Arrivò con il viso ghiacciato dalle folate di vento umido. Si sentiva bagnato ovunque. Entrò nel pub e provò una immediata sensazione di benessere al calore, anch’esso, umido del locale. La luce era soffusa, come sempre, e dovette socchiudere gli occhi per vedere all’interno. I tavoli tondi erano occupati ma il silenzio era innaturale. Girò la testa guardandosi intorno e fu colpito dalle espressioni mute, fisse, di tutti gli astanti. Bicchieri di birra gelata erano sui tavoli ma nessuno beveva.
Walter era dietro il bancone e, come al solito, impegnato a strofinare con una cura maniacale un boccale di birra. Il suo sguardo era perso nel vuoto e le mani agitavano velocemente uno strofinaccio intorno al boccale. Ogni tanto si interrompeva, alzava il bicchiere contro la lampada e controllava che fosse pulito. Si girò e lo posò su un ripiano.
“Ciao Walt”
“Ehi, ciao scrittore.”
Restarono in silenzio per qualche minuto, ognuno seguendo i propri pensieri.
L’uomo alzò la testa e guardò negli occhi Walter.
“Che succede?” gli chiese.
Walter continuò a tenere la testa bassa con le larghe mani pggiate sul bancone di legno scuro perfettamente lucido.
“Oggi è una brutta giornata, scrittore.”
Albert lo fissò con una espressione interrogativa. Si grattò la barba incolta e poggiò la mano sul bancone, accarezzandolo lentamente e seguendo i nodi del legno sotto le dita.
“E’ morto Mob, Albert. E’ morto il nostro caro Mob.”
L’uomo avvertì un brivido freddo scendergli lungo la schiena. Pensò all’espressione di Caitlin dell’altra mattina, ai suoi capelli lunghi sulle spalle in controluce al cielo dell’alba, sul lago.
E poi pensò all’uomo che aveva incontrato il primo giorno che era capitato in quel villaggio. Lo sguardo di intesa con quegli occhi tristi, l’arrivo del ciclone Caitlin nel pub, la scoperta che l’uomo era su una sedia a rotelle.
“Come è morto?” chiese all’oste con un filo di voce bassa.
“Era malato da tempo. Da molto tempo. Ha smesso di soffrire, per sua fortuna, ma ha lasciato nel momento peggiore Caitlin.”
Sospirò e abbassando ancor di più la testa, disse: “Che farà ora quella povera ragazza? Di chi si occuperà? Come farà a sopravvivere?”
Albert seguiva le labbra di Walter e ascoltava con attenzione. Si chiese a cosa si riferisse l’oste con quelle frasi. Chi era Caitlin?
“Perché parli così Walt?”
L’oste girò lo sguardo sulla sala, il silenzio polveroso era talmente denso che si poteva toccare. Poi, rivolto a lui, rispose: “La storia di Caitlin è complicata. Molto complicata. Non posso raccontartela perchè so che mi tirerebbe addosso i bicchieri che ho alle spalle. Caitlin è nata ed è vissuta qui per molti anni. Poi andò via per alcuni anni, lasciando Mob da solo. Ma allora Mob era sano ed era uno dei migliori pescatori della zona. Poi si ammalò. Gravemente. Lei, di cui non avevamo più notizie da tempo, tornò all’improvviso. Era un fantasma. Magra, triste, trasandata. Lei che da ragazza era una forza della natura, allegra, solare, bella.”
“Tu sai cosa le è successo Walt?”
L’uomo annuì e con la mano lisciò la tovaglietta sul bancone.
“E poi?”
“Non è tornata da molto tempo, scrittore. Ora iniziavo a veder sparire qualche ombra del passato nei suoi occhi e rivedevo qualche sprazzo della ragazza di un tempo.”
“Era molto legata a Mob?”
“Si”
“E perchè era andata via?”
Walter non rispose.
“E perché non avevate più sue notizie?”
L’oste restò ancora in silenzio, guardandolo con una espressione ostile. Poi, quasi scusandosi: “non posso dirtelo Albert. Mi dispiace.”
L’uomo scosse la testa e poi annuì.
“Posso fare qualcosa Walt? Per Caitlin, dico.”
Walter si grattò il mento e parve riflettere a lungo.
“Vai da lei, Albert. Non so perché ma penso le potrebbe fare piacere.”
L’uomo si alzò dallo sgabello, si abbottonò il giaccone e si mise sulla spalla lo zaino.
“Dove abita?”
“Prendi a sinistra e vai verso il centro del paese. Gira alla seconda a sinistra e scendi per la strada. Dove ci sarà un gruppo di persone troverai la casa di Mob. Ora vai.”
Albert alzò la mano con un gesto di saluto, si girò e uscì dal pub.
Si chiuse la porta del pub alle spalle. Stava scendendo la sera. Si alzò il bavero del giaccone, si riavviò i capelli e seguì le indicazioni di Walter. Girò per la stradina e percorse circa duecento metri in un viottolo piccolo e illuminato da lampade gialle, che davano un calore misterioso alla via. In fondo alla strada, quando le case all’improvviso si interrompevano per lasciare spazio ad una campagna verde molto erbosa e con qualche sporadica quercia dal largo tronco.
Come aveva previsto Walter, davanti l’ultima casa nella via Albert notò un gruppo numeroso di persone. Si avvicinò rallentando il passo. Alzò lo sguardo verso il cielo, il cui colore è di cobalto. Le nuvole si stavano aprendo e nei larghi spazi aperti del cielo si intravedevano le prime stelle e il viso ampio e sorridente di una luna bianca.
Arrivato nei pressi della casa, Albert si fermò e salutò con un cenno del capo i volti che si erano girati, incuriositi, verso di lui. L’uomo osservò che erano persone dall’età avanzata, facce rugose con la pelle cotta dal sole e dalla salsedine. Le donne erano vestite con larghi abiti colorati, dai lunghi capelli raccolti in code di cavallo. Tutti erano incuriositi da quell’uomo sconosciuto. Un sottile brusio iniziò a circolare sulle loro labbra.
Albert era intimidito. Si chiese perché fosse andato lì. Cosa c’entrava lui in quel posto? Cosa aveva a che fare con quelle persone, con quella ragazza che, era evidente, non lo poteva sopportare.
Albert ripensò alle parole di Walter e capì che doveva entrare, doveva vederla. E lo fece.
Cercando di essere gentile, spinse delicataente le spalle delle persone davanti alla porta d’ingresso della casa. Era spalancata; notò che era una finestra in legno spesso, stropicciato dal tempo, con due rettangoli di vetro oscurati da tendine scure e dalla stoffa grezza. Entrò, bussando sul vetro dell’anta aperta.
La stanza d’ingresso era una sala da pranzo, non molto larga. Le pareti erano di un caldo color pesca. Il pavimento era di un cotto antico e ruvido. Pochi mobili erano nella stanza, Un tavolo coperto da una tovaglia con quattro sedie in legno scuro, un divano a due posti coperto da un plaid fiorito e in tinta con le pareti. Sulla parete più larga una dispensa anch’essa antica e di legno. Albert vide una bella e ampia finestra che si affacciava sui campi. Intravide, spostandosi verso il centro della stanza, l’ampio volto della luna che sorrideva. Inconsapevolmente sul suo viso si disegnò un sorriso largo.
“Che hai da sorridere tu?” Una voce irritata interruppe i suoi pensieri.
Si girò verso la porta aperta di fronte a lui. Sulla soglia c’era Caitlin, le mani sui fianchi, gli occhi socchiusi, le labbra stirate in un ghigno di sofferenza.
“Caitlin…” riuscì a malapena a dire.
“Allora! Cos’è che ti fa sorridere? Che ci fai qui?”
Lui abbassò lo sguardo e aprì le mani in un gesto di resa.
“Mi dispiace Caitlin. Scusami.”
Si girò e uscì da quella casa. Schivò, ancor più intimidito, gli sguardi ostili delle persone all’esterno. Il silenzio amplificò il rumore dei suoi passi sul selciato della strada. Arrivò velocemente sulla strada principale. Si fermò, sudato, dietro l’angolo. Si appoggiò al muro e si accorse che le lacrime gli scorrevano sul viso. Non si chiese il perché. Non voleva interrogarsi. Prese la strada e nel buio della sera, sotto le folate del vento freddo e umido rientrò verso il bosco.