L’ultima battaglia

L’uomo entrò nella casa diroccata. Una tenda lacerata, appesa dietro la porta, copriva l’interno. La spostò ed entrò con prudenza. Le mura erano scrostate e sporche di sangue secco. Le stanze erano vuote tranne un paio di mobili spaccati e gettati in terra. Si ritrovò all’improvviso davanti ad uno specchio. Era antico, pieno di macchie di muffa e spaccato in vari punti, ma infilato in una cornice di legno scuro intarsiato. L’uomo si guardò in quella tavola verdastra e vide se stesso, quello che era diventato, dopo tanti anni. Guardò i contorni di quel corpo muscoloso, la barba lunga e i lunghi capelli che intuiva ormai grigi. Restò immobile a ripercorrere le linee di un corpo che non riconosceva più come il suo. L’ultima immagine che aveva registrato nella sua mente era quella di un ragazzino adolescente, dal corpo smilzo e lungo come una linea dritta e tesa.

Dopo una decina di minuti avvicinò il viso al vetro e guardò la pelle scura, cotta dal sole, piena di cicatrici. Si ricordava bello, dalla pelle liscia e ora ritrovava un uomo alle soglie della vecchiaia, brutto, reciso.

Indietreggiò di qualche passo e ammirò la sua corazza, liscia, lucente, dall’acciaio battuto a mano. Si inorgoglì per le numerose macchie di sangue, in parte suo ma soprattutto dei suoi nemici uccisi. Appoggiò lo scudo per terra e restò in piedi continuando a tenere in mano la sua lunga spada, anch’essa ancora sporca del sangue dell’ultima battaglia.

Scosse la testa e suo malgrado si inginocchiò. Aveva paura di ciò che vedeva riflesso in quello specchio, uscito integro chissà da quali violazioni di quella vecchia casa. Non riuscì a resistere alla vista del suo volto e abbassò lo sguardo.

La luce gialla del tramonto filtrò dalla finestra rotta e lo illuminò. Rialzò la testa e si vide riflesso in modo limpido, con i contorni netti. Si guardò stupito. Dunque, era così che si era trasformato. Quella cosa orribile che aveva davanti era lui, frutto di mille battaglie e di altrettanti combattimenti corpo a corpo. La luce scivolò sulla sua corazza. E vide le crepe, le rotture, i graffi.

Il grande combattente, l’eroe era ormai un residuo della violenza cieca.

Un flash nella sua mente gli fece scivolare rapidamente le immagini delle sue guerre giuste. Le guerre combattute insieme ai suoi amici. La lotta per la difesa della libertà.

Quante vite aveva spezzato con la sua spada? Quante ossa aveva rotto con il suo scudo impenetrabile? Quante gole aveva tagliato con la forza dei suoi colpi? Quante donne aveva stuprato per reagire alla violenza con la violenza?

Tutti i suoi compagni erano morti, ormai. Lui era rimasto solo e ramingo vagava per le terre incolte e bruciate dai suoi nemici. La libertà non esisteva più. Chi era nel giusto e chi dalla parte del torto?

Lui dov’era adesso?

Le crepe nella corazza erano ampie, vicine al punto di collasso. Non avrebbero retto ad altri colpi.

Il suo viso, riflesso nella luce calda di quel sole che aveva ormai dimenticato, era stanco, gli occhi senza luce. Ripensò a lei, alla donna che aveva amato. L’immagine di quegli occhi dalle pagliuzze viola lo fulminò. Pensava di non ricordarli più. Invece era ancora lì, dentro di lui.

Questo era l’esito della sua vita? Questa era la fine gloriosa del grande combattente?

Respirò a fondo, ingoiando le lacrime che salivano da dentro il suo corpo. Sentì lo schiocco violento del ferro. La corazza cedeva spezzandosi. La magia che l’aveva protetta per oltre trent’anni si schiantò in un pulviscolo lunare che si sparse al vento e ai raggi del sole, ormai vicino alla fine del giorno.

L’uomo pensò che avrebbe finalmente rivisto la sua carne, il suo sangue. Guardò rigido il ferro aprirsi e contorcersi in riccioli. Udì lo sfrigolio di qualcosa che ribolliva sotto la lamiera. Il dolore giunse improvviso, inaspettato, e lo colse di sorpresa. Non riuscì nemmeno a urlare. Dentro la corazza non c’era più carne, non c’era più sangue. C’era solo dolore e lacrime. Il dolore era un getto di vapore bollente che al contatto con l’aria scoppiava in scariche elettriche che si ritorcevano contro di lui, lo penetravano con violenza, come se volessero vendicarsi di quel dolore montato nei decenni e mai sfogato. Finalmente urlò, fiotti di lacrime uscivano dal suo corpo, lavando il sangue coagulato sui pezzi di corazza e dei finimenti che lo coprivano. Vide la sua bocca spalancata nello specchio, i lineamenti del viso sconvolti. E rivide in quel vetro l’immagine del dolore che aveva procurato nella sua vita. Le lacrime iniziarono a uscire copiose dai suoi occhi e il flusso dal corpo si ridusse lenendo il dolore insopportabile che ormai lo avvolgeva.

Dunque, quella era la sua vita? Quella era la libertà per cui aveva lottato?

La risposta la lesse sulle sue labbra specchiate. La urlò con rabbia. “Nooooooo”

Si vide riprendere la spada da terra, alzare il braccio e con tutte e due le mani infilarla con violenza all’altezza del cuore.

Sentì la lama penetrare qualcosa e giungere finalmente dentro il suo cuore, dilaniandolo per sempre. Aveva ancora un cuore, un pezzo di carne vitale.

La pace, finalmente, scese su di lui. Girò la testa verso la finestra con i vetri rotti e fece in tempo a guardare la luce del sole morente. Si accasciò sospirando un nome.

Ormai perso nel vento freddo della sera.

 

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