È come un sogno.

È come se mi fossi svegliato da un sogno; di quelli belli, che fanno stare bene e in cui ci sono tanti oggetti colorati, di una tonalità pastello. Di quei colori che rilassano, che fanno immaginare il mondo come un arcobaleno, con una luce diffusa che dona una sensazione di pace e di armonia.

Poi mi sveglio. In piena notte. Mi ritrovo al buio e non c’è una luce, nemmeno un puntino rosso come la luce di stand-by di un maledetto televisore anche piccolo, che mi dia un senso di orientamento. E non capisco dove mi ritrovo, dove sono, che ci faccio e, soprattutto, il perché io sia lì. Mi alzo di soprassalto, smanio, tento di afferrare con le mani l’aria ma non riesco a bloccarla, a portarla dentro i miei polmoni.

Nel silenzio della notte sento un rumore violento, come di tamburi vicini, che mi angoscia. Solo dopo un po’ riesco a capire che è il mio cuore che batte violento nel petto. E sento anche un dolore che me lo stringe. Il terrore è dentro di me, lo sento. Muovo la mano sul muro alle mie spalle e per una fortunata casualità sento sotto le dita un rilievo rettangolare. È l’interruttore della luce. Spingo il pulsante e, finalmente, la luce si accende.È una luce tenue, arancione, e illumina lo spazio intorno a me.

So dove sono ma non so il perché io sia in questa stanza rettangolare, spoglia, calda, vuota di aria e di cose conosciute. È un posto anonimo, senza che ci sia un briciolo della mia anima. Sento lo starnazzare di uccelli fuori della finestra. Uccelli di notte. Poi, veloce come il tempo, torna il silenzio profondo della campagna.

Mi sono svegliato. Il sogno era bello. È finito. Il risveglio è come una lama lucida che si infila, con un colpo secco, tra le scapole trapassando la carne, le ossa e conficcandosi dentro il cuore. E si porta via la vita, con un soffio gelido di tramontana.

Prendo la testa tra le mani. La mano torna al pulsante della luce. La spengo di nuovo.È meglio quella lastra nera, quella bolla angosciante che nasconde tutto piuttosto che la consapevolezza di essere in quella stanza anonima.

Così, oggi, finisce.

Nella consapevolezza del nulla dipinto di nero, senza punti di riferimento, con l’illusione che il sonno possa tornare e che il sogno possa riprendere.

Nel fare quel pensiero so già che non sarà così.

E perché il giorno arrivi ci vorranno molte ore. Troppe.

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