La stazione

Il vento spazzava la polvere depositata sul cemento. L’aria era gelida e il silenzio ovattato rinchiudeva le emozioni. Mulinelli di cartacce si innalzavano verso il cielo in un serpente animato. Maurizio si appoggiò alla colonna di cemento nero e si incantò a guardare quel movimento circolare, incredibilmente perfetto. Rifletté su come la spazzatura potesse avere una sua funziona nel gioco della natura. Il vento di tramontana la raccoglieva, la univa e poi la fondeva in un movimento armonico. I colori si mescolavano in un arcobaleno innaturale e l’incuria dell’uomo era cancellata in un gioco di forme e di materia.

Un lento scalpiccio attirò la sua attenzione. Dalle scale alla sua destra salì una coppia di anziani.

Lui si appoggiava sul passamano, lei si stringeva al braccio libero dell’uomo. Salirono le scale un gradino alla volta. Lui indossava un cappotto grigio scuro e dal taglio grossolano, una camicia lisa e una cravatta con un bel nodo. Lei, grassa e boccheggiante, calzava un buffo cappello a turbante. I loro visi erano arrossati dal freddo.

Dopo aver ripreso il fiato iniziarono a parlare fitti tra di loro, la mano della donna restò appoggiata sul braccio dell’uomo. Lui le guardava le labbra mentre parlava. La donna fissava gli occhi del vecchio. Li guardava con una intensità ironica che colpì Maurizio.

La voce dell’altoparlante annuncio:

“E’ in arrivo al binario 3 il treno FrecciaArgento proveniente da Roma e diretto a Milano.”

In fondo al binario Maurizio intravide una figura alta e dal passo dinoccolato dirigersi verso il lato nord del binario. La testa, di cui indovinava solo il profilo ovale, era scura. Vide il fumo bianco uscire dalla bocca.

La voce parlò ancora: “Si invitano i signori viaggiatori a non oltrepassare la linea gialla.”

Abbassò la testa e controllo di essere dietro la linea gialla. Poi ci ripensò e con un ghigno poggiò un piede oltre la striscia bitorzoluta e arricciata.

Lo stridio delle ruote di ferro sui binari anticipò l’arrivo del treno. In fondo alla curva si affacciò il muso metallico del treno. Due fari tondi occhieggiavano dalla linea centrale rossa sul locomotore. Le strisce luminose tagliarono il buio e illuminarono con due fasci gialli e nebbiosi la ghiaia tra i binari.

Il silenzio ovattato della stazione fu strappato dal rombo del motore del FrecciaArgento.

Maurizio si allontanò dalla striscia e si appoggiò con la schiena alla stessa colonna di qualche minuto prima. Alzò lo sguardo verso il cielo color cobalto. Una luna rossa a falce dava la schiena a due stelle lampeggianti. Il vento disegnava delle strisce sottili di nuvole bianche che correvano tra le cime dei palazzi scuri all’orizzonte.

Il rombo diventò assordante e il vento gelido fu spostato dall’aria rovente dei freni che iniziarono a fischiare potenti. Un lungo sibilo strappò a Maurizio una smorfia dolorante. Il treno si fermò e un sottile fischio continuò a ristagnare nelle sue orecchie ferite.

Non ebbe bisogno di cercare, allungando il collo verso l’interno dello scompartimento. Se la trovò davanti agli occhi. Era seduta nel posto vicino al finestrino, esattamente davanti a lui. Non si scostò nemmeno dalla colonna. Il marmo nero era freddo e un brivido gli corse lungo la schiena.

Guardò il suo profilo gentile, il naso a punta, gli occhi fissi in un punto perso del sedile.

Le sue mani erano sudate, ma le teneva infilate nelle tasche del giaccone. Sospirò e un filo di fumo bianco uscì dalla sua bocca e risalì nella tramontana.

La divorò con gli occhi in quel minuto in cui il treno restò fermo in stazione.

Non la vedeva da due anni, tre mesi e dodici giorni. Non era cambiata se non per due piccole rughe che gli parve di intravedere sul viso.

Udì il fischio del capotreno, immaginò il suo cappello rosso ma non riuscì a distogliere lo sguardo dagli occhi della donna, dietro il vetro del treno FrecciaArgento che da Roma andava a Milano.

Il treno iniziò a muoversi. La donna si girò e lo vide. Sbarrò gli occhi e aprì la bocca in una smorfia muta. Lui continuò a fissarla negli occhi ma restò immobile. Non riuscì a sorriderle.

Il treno accelerò. Lui si staccò dalla colonna di marmo e mosse qualche passo. Lei si girò per continuare a osservarlo. Il treno presto diventò un punto all’orizzonte e lui restò a fissare i due fari rossi posteriori.

Scosse la testa e si girò, grattandosi la barba gelata.

Sui binari le carte e la spazzatura erano ricadute senza alcun ordine e logica.

 

 

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