La fame e il lago

Lui è alla finestra della baita, ha un quaderno davanti a sé, aperto sul tavolo segnato dal tempo, e la penna in mano. Sente dentro di sé la storia, avverte la fame di riprendere a scrivere. Ha scritto molto, nel passato, su quella storia. O meglio, ha scritto molto sul contorno di quella storia, ne ha disegnato la cornice con qualche cessione alla pruderìe sessuale che ogni tanto lo assale. Ma ha scritto talmente tanto che la nebbia della confusione lo ha avvolto e non sa più come districarsi. Insomma, ha smarrito il sentiero e non riesce più a ritrovare le sue coordinate.

Sì, ha dentro la fame di riprendere. Sente montare l’ansia dello sviluppo, la vista dell’ultimo chilometro, la curva che, una volta percorsa, gli svelerà il traguardo e la promessa dell’abbandono, del sospiro finale, del lento rilassamento muscolare e del fiato che prima singhiozza e poi si distende nella normalità, del battito cardiaco che scende rapidamente.

Guarda il taccuino aperto, la striscia di raso blu che segna la pagina, il pallore crespo della carta riciclata eppure a suo modo immacolata. Porta la mano a sorreggere il viso, alza la testa e guarda oltre il vetro. Il lago è lì, spiegazzato dal vento che soffia da tutte le direzioni. La luce è intrisa di ombre, un grigio metallico avvolge il bosco e le montagne, risucchiando i colori che ormai sono scomparsi.

E’ grato per quel panorama che qualche tempo prima, lui uomo di città, avrebbe percepito come opprimente. Aveva sempre pensato alla montagna come un luogo di silenzio tombale. Ora sa che non è così, che la vita nel bosco non va mai a riposare. La montagna è un luogo gonfiato dai rumori, dagli scricchiolii del legno e dell foglie, dallo zampettare di mille animali, dal raspare del fungo che cresce di notte e che sposta le foglie morte per uscire all’aria fredda e gonfiarsi di bianco sporco, dall’uh-uh dei gufi che non chiudono gli occhi e che vigilano per tutta la notte, dallo sbatter d’ali delle infinite specie di uccelli, del lavoro incessante dei ragni sul legno marcio degli alberi vecchi, del rimestare di milioni di formiche rosse e nere nella terra e sulla corteccia degli abeti e delle querce. E’ un mondo infinito, mai domo e mai fermo, è un richiamo costante alla fatica della vita in tutte le sue forme. Lì si è reso conto di non essere nulla, di non avere alcun diritto di primazia sulla natura. E’ solo un misero pezzo di quel mondo e nemmeno fra i più scaltri.

A questo pensa l’uomo mentre guarda quel mondo al riparo della sua baita ai piedi del lago e sotto tre montagne alte e confortanti, nonostante la loro minacciosa forma, con le guglie alte e rocciose che pungono il cielo in cui le nuvole quel giorno si rincorrono e si scontrano. L’uomo percepisce la carica montante di elettricità.

A questo e ad altro pensa mentre cerca di trovare il filo del racconto che è dentro di lui, la sua storia. Che non sarà più sua nel momento in cui la scriverà, ma fino a quel momento lo è. Una storia personale, in cui si mescola la fantasia con la realtà, in cui la sua voglia di sesso sarà fusa con il desiderio di carezze, di parole, di sospiri, di gesti morbidi, di rispetto, di alterità.

Ora, però, è la pigrizia della pace che lo avvolge, che da quel mondo oggi grigio cola nel legno della baita e che si diffonde dentro il suo corpo e la testa, svuotando i pensieri e placando, in altro modo, la fame.

Sorride, l’uomo. Sorride e si perde nelle onde crespe di quel lago.

Il tempo per pensare alla sua storia arriverà, lo sa.

Ma ora ha bisogno di quella pace.

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