Trans Europa Express

 

Si può aggiungere la sesta stella alla valutazione finale di un libro? “Trans Europa Express” è in assoluto uno dei più libri più belli che abbia mai letto e, a parer mio, il più bello scritto da Rumiz. E’ una perla luminosa in ogni sua parola, un viaggio di una malinconia struggente che prende dalla prima all’ultima parola.

TransEuropaExpress

 La capacità poetica, e da un altro verso la concreta abilità descrittiva, di Paolo Rumiz nel raccontare paesi, popoli, religioni ma soprattutto la bellezza delle contaminazioni culturali è unica nel suo genere.

Lo scrittore non narra viaggi per tirare giù delle guide ma per ricercare le origini di un lontano passato, la matrice di identità culturali uniche che la modernità sta cancellando, portandone via anche l’umanità intrinseca.

In questo lungo viaggio, in perenne bilico tra Europa, Asia e una folgorante terra di mezzo, Paolo Rumiz ci guida passo per passo, con il suo sguardo aperto, innamorato ma disincantato, in luoghi che sono sconosciuti e che pure rappresentano la genesi del nostro continente e le origini culturali di un antico modo di vivere e accogliere.

Un libro splendido, una nuova bibbia su cui riflettere a lungo. E, come al solito, terminata la lettura di un libro di Rumiz sale un vago e sottile magone accompagnato da una insopprimibile voglia di partire.

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I rami e i bambini

Sono seduto sul balcone, scomodamente stravaccato di traverso su una vecchia sedia di plastica bianca. Più che altro un tempo era bianca. Ora è un paesaggio lunare con macchie di carbone nero piovuto dal cielo e mescolato all’antico biancore. La pulisco, la scartavetro con il Cif ma quelle macchie non vanno via e mi ricordano, instancabili, ciò che respiro nel cielo azzurro dell’alto Salento, in riva ad un mare verde stretto tra tre centrali a carbone.

Leggo l’ultimo libro di Paolo Rumiz, “Trans Europa Express”, e il cuore si gonfia di meraviglia nel leggere quella scrittura che mi incanta , mi strattona e mi catapulta in un mondo profumato e ricco di una umanità che getto ai lati della mia vita.

Il viaggio. Il viaggiare. La sottrazione delle cose, un bagaglio ridotto all’osso con poche cose indispensabili, gli occhi aperti sulla terra, lo sguardo accogliente verso l’altro, la barba bianca che incornicia il volto segnato dal tempo e dalla vita.

La mente viaggia e sono su un sentiero, immerso nei boschi del Trentino, tuffato nel silenzio rotto dai rami che si scuotono, dal legno degli alberi che respira, dalle foglie secche che si accartocciano e si inseguono nell’humus rosso e giallo spento del sottobosco. Ascolto il mio passo che mantengo leggero perché sono, lì dentro, un corpo estraneo e non lo dimentico. Voglio passare senza disturbare un equilibrio che non è il mio, di cui vorrei fare parte ma non lo sono. Il silenzio delle montagne è talmente profondo, gonfio di umido e di storie, che i rumori del mio corpo, interni ed esterni, sembrano i suoni di una macchina svalvolata. Sento gli occhi socchiusi e pigri degli uccelli che mi sorvegliano, il muso alzato delle lucertole immobili al sole, il fruscio delle fragoline che si scuotono alla brezza che sfoglia gli alti alberi che afferrano la terra e le rocce unendole in un unico che non scioglierà nessuno, se non la bramosia distruttiva degli uomini che tutto devastano.

Riapro gli occhi. Il silenzio del bosco, non esiste più. Il clangore di un’ancora calata nel mare argenteo del porto giunge devastante sul balcone. Uno stormo di gabbiani bianchi vola alto nel cielo, segnale che il tempo sta per cambiare. Le strisce di nuvole bianche si attorcigliano e si ricercano in un vortice delicato e inesorabile: stasera pioveranno gocce luminose che porteranno al suolo le polveri di carbone che strieranno con i colori lucidi dell’arcobaleno le pozzanghere rossastre.

All’improvviso osservo, proprio lì davanti ai miei occhi, i rami lunghi e sottili del mio albero di gelsomino. Il vento, che odora dell’aroma grasso e amaro della chimica, sbatte quegli stecchi grigi con le piccole foglioline di un verde acceso che si affacciano alla vita.

Il loro movimento, lo guardo con gli occhi socchiusi e pigri, come quelli degli uccelli che mi osservavano mentre mi inerpicavo sul sentiero del bosco. Il vento non muove quei rami con un movimento uniforme e parallelo. No, loro oscillano con un ordine che è diverso da quello che mi aspettavo. Si cercano, i rami si vengono incontro, si sfiorano, si accarezzano e poi vanno alla ricerca degli altri. Sono come un groviglio i braccia che stringono i bicchieri lucidi e trasparenti e si cercano per un brindisi benaugurante.

Quei rami giocano con il vento e si divertono in un acchiaparello delicato come bambini gioiosi che si inseguono per i viottoli di un condominio al primo sole, dopo un inverno passato al chiuso di mura incalcinate e i nasi incollati ai vetri gelati di una stanza.

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A Gaetano

La luna è velata,

Aspetta pigra il tuo scatto,

Ti chiama! Coraggio!

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Avere 51 anni

Avere 51 anni. Sono alla finestra, dietro il vetro camera che assorbe i rumori esterni. Guardo l’orizzonte. I pini sono dritti e tagliano con linee verticali il cielo. Un soffio di vento si intrufola tra le fessure del legno scuro. Si infila nei miei pensieri, Li scuote, li rimescola, li confonde. Le immagini si accavallano. Passato e presente. Ma la linea guida è sempre la stessa: avere 51 anni. La stessa età di Barack Obama. Ma lui è il Presidente degli Stati Uniti d’America. Io sono a casa mia, in un piccolo quartiere di una piccola città di provincia ad attorcigliarmi in una crescente sensazione di fallimento.

Lo so, mi ci attorciglio spesso. Ma oggi ha un altro sapore, molto più amaro. E’ una sensazione che ha lo spessore doppio, quasi nodoso, delle nuvole bianche con la pancia scura che attraversano il cielo blu di fine aprile. Sono nuvole che si rincorrono e poi si uniscono, diventando una massa imponente che minaccia solo pioggia. Il vento aumenta di intensità e gli stormi di uccelli abbandonano il cielo per trovare riparo tra le fronde appuntite dei pini. Da qualche giorno sono arrivate le rondini. Nei pensieri si infila il loro grido felice, il volo giocoso tra le strette vie pietrose del centro di questa piccola città. Di provincia.

La sensazione del fallimento ha gli occhi di un figlio che inizia ad affacciarsi all’adolescenza; è vedere sul suo viso, come in uno specchio deformato, gli stessi tic nervosi che sono lì, appiccicati, sul mio volto; è notare in lui le stesse reazioni che avevo io alla sua età. E mi chiedo il perché. E’ un fatto genetico? O è, invece, il risultato di una finzione?

Perché finzione? Perché ero convinto di essere cambiato, di aver rimosso le insicurezze, la paura di vivere, i tic. E invece ora sono lì, di fronte a me. Spietati come lo sono stati gli anni della mia adolescenza. E di come, evidentemente, lo sono anche per lui: spietati.

Avere 51 anni. Sentire il corpo che inizia ad invecchiare. Capire che di fronte non ci sono molte altre possibilità. Fino all’altro ieri ogni occasione perduta era cancellata con un gesto della mano come a dire: vabbé, sarà per la prossima volta.

Ora, quella prossima volta non ci sarà più. Forse.

Il film al cinema perso per pigrizia.

Il libro abbandonato in mezzo ad una catasta di altri libri, sul comodino di legno scrostato al fianco del letto.

La cena al ristorante, scartata per quella ruga di disapprovazione apparsa sul volto della propria compagna.

Il viso di cera di una madre morta che ti sbatte al muro e ti chiede: perché non sei venuto a trovarmi quella domenica sera? Mi avresti visto viva! E invece, per pigrizia, sono rimasto a casa a leggere le ultime pagine di un libro che nemmeno mi è piaciuto.

Il bacio che non hai avuto il coraggio di poggiare su quelle labbra rosse e morbide che ami e che ora ti stanno riversando addosso tutta la rabbia accumulata. E tu pensi: che sapore avevano? Ma non lo saprai mai più perché ora sono una riga amara che ti vomita addosso parole corrosive.

Avere 51 anni. Nemmeno fosse una maledizione. Non lo è, ma ha il suo stesso sapore, la sua consistenza dolorante, la sua faccia rugosa e ammalata. Quella faccia, la mia, che adesso guarda all’orizzonte, al tramonto e che deve fare i conti con la giornata che è trascorsa.

In quel momento, osservando il cielo che si scurisce, uno squarcio di luce taglia la massa di nuvole blu. E la luce gialla, calda, si mescola con l’arancio, con il color pesca, con il violetto del tramonto. Lampi di cielo color cobalto si intravedono e la luce bianca, limpida, del quarto di luna si innalza alta nel cielo.

In quel momento capisco, ruvidamente, che non ho capito, ancora una volta, un cazzo.

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La Scrittura

Parole sfocate,

Segni neri sul bianco,

Nuvole nel vento.

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Addio

Oltre la linea,

Il rosa sfuma nell’arancio,

Gonfia un addio.

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La sentenza

L’hai letta su molti libri. L’hai vista in molti film. L’hai ascoltata nel racconto di molte persone, tante conosciute e altrettanto no. E’ una specie di classico della letteratura contemporanea. E’ l’immagine di una mano che casualmente incontra un rigonfiamento, o sfiora un seno e sente il nodulo, o è un rigonfiamento su un lato della pancia, o è una striscia rossa nell’acqua del water, o una traccia nera nel fiotto del seme eiaculato al culmine di un atto d’amore o di una triste masturbazione in un bagno rosa illuminato da una limpida striscia di sole.

E’ una storia banale. E’ l’avviso dell’ultimo giro, è la campanella che avvisa: amica, o amico, ora tocca a te.

E iniziano i giorni convulsi spezzati tra il terrore della fine e la speranza del falso allarme. Si va dal medico generico, si iniziano i primi accertamenti come se ci si dovesse districare tra le mille pratiche per aprire la pratica di un mutuo. Ci vuole tempo. Tanto. E non sai se il tempo, quello che senti giusto, ce l’hai. I giorni passano, ritiri i referti e ciò che sta accadendo ti sfugge. La linearità della speranza si frantuma in mille vicoli che si aprono di fronte ai tuoi occhi e che, nella tua mente, sono tutti bui e nascondono insidie invisibili. Speri, con una fiducia che riconosci come falsa già nel momento in cui si affaccia nei tuoi pensieri, che almeno uno di quei vicoli sia una via di fuga. Ti affacci attento in ognuno di quegli angoli oscuri e ti tendi conto, con l’ansia che ti assale implacabile e ti strangola e ti toglie il respiro, che invece sono tutti chiusi. In fondo, immerso nell’umido rigonfio di aria stantia, inevitabile si erge un muro grigio e scrostato, troppo alto per essere scavalcato.

Poi, dopo tanta attesa, arriva la fine della strada. L’incontro con l’ultimo medico, quello che ti dirà l’ultima parola. Non vedi l’ora che arrivi quel momento, perché non ce la fai più e vuoi sapere la verità. Però vuoi aggrapparti, attaccandoti con le unghie al tuo ultimo muro, ai giorni che ti separano da quel momento. Vuoi vivere e concentrare tutto ciò che non hai fatto in tutta una vita. Vuoi uscire a passeggio, andare a correre sotto la pioggia e sentire l’acqua che ti scorre sul viso; vuoi andare a provare la pizzeria che hai evitato, rinviando ad una prossima volta, per mesi; vuoi assaggiare una birra gelata artigianale che non hai ordinato perché costava troppo; vuoi andare a cinema a vedere qualsiasi cosa, magari preferendo le storie d’amore piene di una speranza che hai smarrito nella nebbia del tempo, pur di interrompere quel ronzio terribile che senti nel tuo cervello. Vorresti urlare: bastaaaa! Silenzio!!!! Rivoglio la mia vita, sarò migliore!

Sai, però, che non potrà mai più essere così. Sai che altri giorni potresti non averne più. Stranamente la notte dormi e finalmente i tuoi pensieri si mescolano nel buio e nel silenzio, si smarriscono, si sciolgono, evaporano. La mattina una luce tenue si frammenta negli interstizi delle tapparelle grige e ti fa aprire gli occhi. Guardi l’orologio e ti tendi conto che inizia un altro giorno, ma soprattutto che un altro pezzo di speranza a cui aggrapparti l’hai lasciato alle spalle. Il tempo sgocciola lentamente le energie e consuma la speranza, erodendola sino al torsolo.

Poi arriva, improvviso come un fulmine, la telefonata che ti comunica l’orario della visita finale. E sai che non hai più tempo. Il momento dello scontro con la verità è di fronte a te. Non puoi più rimandarlo. E la pace scende dentro di te, il silenzio si impossessa pietoso del tuo corpo e della tua mente. In fin dei conti è solo una scommessa. L’esito è semplice: vita o morte. E scopri di non avere paura di giocarla quella scommessa perché qualunque cosa è meglio di quello sgocciolio del tempo e della speranza che ti ha consumato. Aspetti nella penombra di un lungo corridoio buio e caldo di un ospedale. Guardi con l’ombra di un sorriso le altre persone che attendono il loro turno prima del tuo. Scopri di poter ancora essere gentile. Poi resti ad attendere, solo e stravaccato su una sedia scomoda. Il vento sibila nelle crepe dei marmi bianchi, si intrufola nell’anticorodal cromato delle finestre. Osservi, con lo sguardo perso, le gocce di pioggia che bagnano i vetri opachi e che scivolano verso il basso. Vorresti essere oltre quel vetro, fuori da lì e correre ancora sotto la pioggia e il vento.

Poi la porta azzurra si apre e tocca a te. Entri, sorridi, racconti; tremi ma pur di sapere il vero ti lasci fare qualsiasi cosa. Ti lasci violare, toccare, rivoltare, riempire di raggi, ultrasuoni, di mani, di aghi. Qualunque cosa pur di sapere. E la sentenza arriva, improvvisa come la telefonata di qualche ora prima.

Resti a bocca aperta. Sei vivo, per ora. La scommessa è vinta. Vinta? O rimandata

Esci dallo stanza. La porta si chiude e la luce fredda del neon svanisce, sciolta anch’essa nella penombra del corridoio. Scendi le rampe delle scale, osservi i muri sporchi, le cicche delle sigarette buttate negli angoli, i nomi dei bambini nati in chissà quanti anni scritti sui muri scrostati intorno al metallo delle porte unte dell’ascensore.

Sei vivo. “Stavolta ti è andata bene”. Risuonano nelle orecchie quelle parole lanciate, quasi con indifferenza, dal medico mentre batteva i tasti del computer.

Dovresti essere felice, ma non lo sei. Sei un ingrato? Forse. Però quelle parole ti rimbombano nella testa, ancora uno sgocciolio che senti dentro di te.

Finalmente sei fuori. Alzi il viso verso il cielo buio. Le gocce di pioggia, spinte dal vento di tramontana gelida, ti bagnano il viso e si mescolano con le tue lacrime.

Sei vivo. Ma ti chiedi, senza alcun dubbio: te la saprai vivere questa vita che ti è stata regalata?

Sei serio mentre il vento fischia tra gli alberi e li scuote con violenza. Le tue labbra sono tirate.

Un vago senso di colpa ti assale.

Sei un sopravvissuto.

Lo sai.

E ti fa paura.

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Un lunedì diverso

Le macchine sono ferme lungo la striscia di asfalto grigio. I motori fischiano silenziosi, la massa informe di metallo arroventato e gocciolante d’umido vibra, i pneumatici fumano. Luigi è dentro la sua macchina, il braccio poggiato sul finestrino e la mano che regge la testa, pensosa e fumante come le ruote della macchina alla sua destra. Lampi di sole si infiltrano tra le ombre scure dei palazzi, in cima alla salita dove scompare l’orizzonte della strada. Davanti a sé c’è una lunga fila di macchine. Non si muovono. E’ il solito ingorgo di ogni lunedì mattina. Luigi pensa, ma un pensiero si infila tra il groviglio di nebbia nella sua testa: farà tardi al lavoro. Una pallina sarà disegnata da una penna rossa al fianco del suo cognome, a sancire quel ritardo che gli costerà qualche euro nello stipendio alla fine del mese. Già immagina il sorriso ironico del suo responsabile di ufficio nel coglierlo in fallo. La giornata inizierà male. Fa spallucce e riprende a vagabondare con la testa.

Il sole si alza lentamente nel cielo color latte. Illumina la striscia di asfalto che si trasforma in una mare luccicante immobile. Sottili nuvole di vapore si alzano dal catrame con l’avanzare della luce e si mescolano con il fumo dei tubi di scarico delle macchine. Luigi prova ad abbassare il finestrino perché gli piacerebbe respirare l’aria fresca del mattino e annusare con un lungo respiro il profumo delle alghe. Il mare è alla sua sinistra, è vicino ma in realtà non potrebbe essere più lontano. Fuori l’aria puzza per gli scarichi delle auto in fila, e per i miasmi della fogna che, proprio sotto di lui, scarica nel mare le scorie organiche della città. E’ lui è bloccato dentro quella scatola di metallo caldo, con il motore che ansima lento.

Chiude gli occhi. Un lungo sentiero di ghiaia si materializza nei suoi pensieri. Lui lo risale appoggiandosi con il bastone di legno chiaro. Un bastone nodoso che ha ripulito con il suo coltellino dalla corteccia, mettendo a nudo gli anelli e le strisce longitudinali di legno bianco. Avanza lungo quella sottile linea di pietrisco, immersa in un bosco di alti lecci e abeti, nel silenzio totale; rotto ogni tanto dal canto di un uccello o dallo stormire di ali che volano lontano, verso la cima della montagna. Luigi cammina, lentamente, in silenzio e aspirando con larghe boccate l’aria fredda del mattino. Il silenzio è fuori. Il silenzio è dentro di lui.

All’improvviso è rotto dall’abbaiare di un cane. Lo sente forte, è vicino.

Non ha paura, Luigi. Anzi, ha voglia di compagnia nel percorrere quella strada faticosa.

Inspira forte e apre gli occhi. Il rumore dei motori si gonfia. La fila di auto si muove. Guarda l’orologio sul cruscotto. Farà decisamente tardi. Solleva gli occhi al cielo. E in quel momento lo sente di nuovo. Un cane che abbaia.

Luigi infila la marcia e spinge il piede sull’acceleratore. L’auto, lentamente, si muove. E lo vede.

Alla sua destra, un po’ avanti, sul marciapiede. E’ appoggiato mollemente al muretto di una vecchia fabbrica abbandonata. Il muro è bianco, scrostato dall’incuria e dall’umido. Il cane è lì, con la schiena appoggiata a quel vecchio muro. Il muso dritto, gli occhi chiusi, le gambe che disegnano linee perfette, eleganti. Le zampe posteriori sono accovacciate, quelle anteriori dritte. Il cagnolino è piccolo, un bastardino bianco, pezzato da grandi macchie marroni. Il sole lo illumina, diretto e lui se lo gode, tranquillo e ora silenzioso. Probabilmente ha abbaiato disturbato dalle macchine o da qualche ciclista che è passato veloce vicino a lui, disturbandolo con il graffio dei raggi metallici delle ruote.

E’ bello, sereno e sembra quasi che sorrida. Luigi non riesce a staccare gli occhi da quel musetto che é lì, in mezzo al maremoto delle macchine che si intrecciano, un millimetro alla volta, per tormentarsi alla ricerca di uno spazio che le faccia avvicinare ad un parcheggio, dove dormiranno per un’intera giornata in attesa che il loro padrone le riprenda dopo il lavoro per rientrare a casa, in un garage che puzza di benzina e di olio bruciato.

Luigi chiude di nuovo gli occhi, solo un attimo, e ripiomba nel suo sentiero. Lì dove vorrebbe essere. Poi ritorna alla luce e osserva ancora il cane che ora si è sdraiato sul marciapiede, intiepidito dal sole. Il musetto é sollevato verso la fonte di luce e di calore.

L’uomo sterza verso destra, di scatto. Le macchine dietro di lui strombazzano, vede mani che si sollevano, bocche che si aprono in mute offese. L’auto sale sul marciapiede, viene diretta verso lo sterrato oltre il cemento. Spegne il motore. Scende dall’auto e si dirige verso il cane.

Lo vede avvicinarsi, solleva il musetto ma continua a sorridere. Luigi si chiede se sorrida veramente o se è solo una sua idea. Poi scuote la testa e continua a camminare. Arrivato al fianco dell’animale, alza la testa e osserva la fila delle auto. Vede sé stesso lì in mezzo e si compatisce.

Solleva il cappotto e si siede vicino al cane, appoggiando la schiena al muro sfarinato. Sente il tepore del marciapiede riscaldato dal sole e chiude gli occhi, come il cane. Alza la testa per ricevere in pieno la luce e il suo calore. E si rende conto che sta sorridendo, come il cane.

Socchiude gli occhi e sente un peso leggero sulla gamba destra. Il cane gli ha poggiato il muso. Lui mette la sua mano larga su quella testolina pezzata e lo accarezza.

Sarà un lunedì diverso.

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Mille sfumature di grigio

Ci sono giorni in cui correre è difficile. Come oggi. Il passo è pesante, come la testa. Il cielo è grigio antracite e sbaffi di nuvole scendono dalle onde di cotone sporco per tentare di toccare la terra umida. L’aria è immobile, anche se il vento gira in tondo come se fosse alla ricerca di qualcosa. O, forse, gioca solo a rincorrersi una coda invisibile come un cane di quartiere. Il cemento su cui battono forte le mie scarpe è chiazzato di pozzanghere. Stanotte è piovuto e anche se i miei occhi, nel letto in cui era adagiato nervosamente il mio corpo, erano spalancati e il cervello in subbuglio, non ho sentito le gocce sbattere contro la ringhiera del balcone. E’ stata una pioggia leggera, discreta nel buio. Oggi corro lento, pesante, anche se il cronometro dice che il tempo è sempre lo stesso: 5 minuti e 35 secondi per chilometro. Ma il corpo è legato, le gambe di legno. Sono schiacciate dalla mia testa, dai pensieri che continuano ad affollarsi e che non escono, chiusi da un tappo invisibile che ho piazzato io; l’ho calcato bene in modo che anche il movimento della corsa non lo possa far saltare via.

Tump…. tump…. tump…..

Avrei voglia di fermarmi. E’ tutto inutile. Il tempo che passa non lo si ferma. I pensieri cattivi non li si caccia via. L’idea geniale per far andare avanti il racconto che mi ronza in testa da mesi non viene. Il chiodo infilato nel cervello resta lì e si infila sempre più in fondo.

Forse è arrivato il momento di dire basta, di riconoscere che non ce la faccio più.

Guardo l’iphone. L’app (che termine odioso!) mi dice che ho corso per circa quattro chilometri e non me ne sono accorto. Il tempo è perfettamente in media, il respiro tutto sommato è buono anche se ho un peso che mi chiude il collo. Sto per fermarmi, spento come se qualcuno mi avesse spento la luce. Non ho più la voglia di correre, il desiderio sorridente di andare avanti.

All’improvviso, attesa, dal cielo scuro inizia a cadere una leggera pioggia. Sono gocce piccole, quasi invisibili. Gli occhiali si bagnano e il mondo si trasforma, lentamente, in uno schermo deformato. Mi alzo il cappuccio del giubbotto antivento. Mi sento come se avessi la testa infilata in una palla di vetro. I rumori delle poche auto che mi sfiorano si amplificano, si disperdono nell’aria e ne smarrisco la percezione. Non riesco più a capire da dove vengano e dove si dirigano. Mi perdo nei suoni distorti. Chiudo gli occhi e corro a memoria. E nel buio screziato dalla luce grigia che si infila tra e palpebre vedo i pensieri, le paure, i rancori, i rimorsi, i rimpianti. Ne intuisco i colori, ne assaporo l’amaro, ne respiro gli afrori. Sono miei e sono radicati nelle cellule del mio corpo. Stringo ancora di più le palpebre, cerco il buio. E’ paradossale ma in realtà voglio sondare il mio buio interiore, vedere tutto. Voglio capire.

Un clacson rimbomba acuto nelle mie orecchie. Sbando, spaventato. Da dove arriva questo suono così stridulo? Spalanco gli occhi all’improvviso e la luce mi disturba. La macchina è dietro di me, ne vedo la punta. Mi si affianca e il guidatore, un ragazzo con il cellulare attaccato all’orecchio, mi fa un gestaccio.

Continuo a correre ma una mano chiusa a pugno con il dito medio alzato si solleva contro quell’auto. Una voce urla “stronzo!”.

Poi mi rendo conto che sia la mano che la voce sono le mie.

“Vaffanculo!” gli urlo ancora, ora perfettamente conscio di ciò che faccio.

La macchina frena. Un attimo. Poi ci ripensa e riprende il cammino e scivola via rombando.

Inspiro a fondo, continuando a correre. Quando si corre l’importante è non fermarsi mai, non rompere il ritmo e il fiato. E io continuo e sorrido. Non so il perché ma sorrido, di nuovo.

La pioggia è intensa. Davanti a me ho un muro di strisce d’acqua dritte che cadono dal cielo e rimbalzano sui piccoli specchi d’acqua per terra. Infilo le scarpe nelle pozzanghere e vedo l’acqua schizzare.

Tutto intorno a me ha perso vita e colori. E’ un paesaggio in bianco e nero. No, non è in bianco e nero come non lo sono le fotografie o i vecchi film; in realtà è tutto un mondo, una vita, una serie infinita di racconti dai più banali ai più intensi sino a quelli assolutamente geniali, tinto di mille tonalità di grigio. Una serie incredibile di sfumature che non si possono banalizzare con un: è in bianco e nero. Non è vero. E’ falso. Assolutamente falso.

Attraverso aumentando la velocità la piazza della chiesa. E’ uno spazio ampio tagliato in due da una grande aiuola al cui centro è piantato un largo albero di ulivo. Il suo tronco è immenso, un largo cilindro intrecciato di legno scuro; un groviglio duro che non trova spazio e si abbarbica quasi cercasse la salvezza in un abbraccio inestricabile con sé stesso. Il tempo l’ha segnato e il distacco dalla sua terra, quella in cui è nato e cresciuto e in cui ha gemmato, fiorito, e partorito olive piccole, di un verde scuro che è un quasi nero, l’ha segnato. Non l’ha spento perchè è vecchio e forte, ma le sue foglie sono spente, molli, tristi.

Sulle scale della chiesa c’è un gruppo di persone, anch’esse grige come il cielo e le pozzanghere che riflettono il cielo. In mezzo a quelle persone al riparo sotto la tettoia, con i piedi ancorati sulle prime scale, spicca un giubbotto rosso scuro di una bambina dai lunghi capelli biondi. Mi guarda mentre passo, oltre la piazza e l’albero di ulivo, e mi segue con il suo sguardo azzurro.

Nel grigio, tra le mille sfumature di grigio (oltre, molto oltre le cinquanta) il colore di quel giubbotto, di quei capelli e di quegli occhi resiste e mi segue. La pioggia aumenta di intensità. Mi tolgo gli occhiali; mi abbasso il cappuccio; mi sfilo il cappellino di pile; mi tolgo i guanti neri. Alzo la testa verso il cielo e sento le gocce cadere con forza sul mio viso. Non ho dolore. Ho un piacere delicato, intenso. Mi lava via il sudore, mi sciacqua dal ronzio che ho nel cervello. Il passo, le mie gambe, iniziano a diventare leggere. E corro, sempre più forte.

Ce la posso fare. Il colore, quel giubbotto rosso, c’è.

Nonostante me. Nonostante i pensieri. Nonostante gli occhi spalancati nel buio della notte.

Il colore è lì.

 

 

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L’isola che non c’è

roccia nel mare4

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