Natale è…

E’ in arrivo, non so su quale binario, il mio cinquantatreesimo Natale. 53, è un numero che, anche a sussurrarlo lieve sulle labbra screpolate dal freddo, fa paura. E’ un numero grande, quasi immenso. Troppo grande per me.

Mi guardo allo specchio e ritrovo le rughe solcate da 52 anni di vita vissuta e nove mesi al riparo da tutto nella pancia calda di mia madre. Cerco di ricordare com’era passare la mano fra i capelli folti e neri che mi scivolavano sulle spalle. Non li ricordo più.

Passo, allora, la mano, tra il cespuglio ispido e bianco della barba. Niente, il ricordo è scivolato via e non ritorna più.

Spolvero i ricordi attorcigliati di questi 53 giorni di Natale e risale una matassa di immagini, di odori, di luci, di paesaggi dietro 53 finestre, spesso diverse tra di loro.

Una piazza di un piccolo paese di provincia, me bambino con il naso caldo appiccicato sul vetro gelido, che afferro con gli occhi spalancati i fiocchi di neve che cadono copiosi e formano un manto bianco mai visto. Un anziano signore intabarrato in un cappotto lungo e grigio con una lampada in mano che urla: “E’ mezzanotte e tutto va bene! Buon Natale!”. Sì, ho fatto a tempo a vedere anche questo.

Un’altra piccola piazza di una cittadina del sud, una larga fontana illuminata di verde che spara acqua fredda, e due zampognari che strusciando i piedi soffiano nelle budella di pecora. Il suono ispido, acuto, che spezza il gelo della sera e profuma di pastori e campagna gelata sotto un cielo stellato di dicembre.

Il buio della notte, il silenzio totale spezzato da qualche rara macchina che solca la piccola strada dove abitavo, in qualche posto sperso da qualche parte. Il buio è rotto da luci colorate intermittenti. Non sono le microlucciole di oggi, ma palle enormi di pochi colori, blu bianche e rosse, sdraiate su un albero che abbiamo addobbato per più di trent’anni prima che crollasse vecchio e stanco. In quel silenzio solido cercavo, il viso infilato sotto le lenzuola e le coperte di lana grigie, di carpire il respiro di Babbo Natale e di riuscire a vederlo mentre entrava, chissà da dove, nella stanza per portare i doni ad un bambino che non sapeva mai se era stato buono oppure no, se avrebbe ricevuto il regalo richiesto oppure solo cenere e carbone. Ma la paura era talmente tanta da non essere mai riuscito a spiare da sotto il lenzuolo.

Fra poco è il mio cinquantreesimo Natale. L’ansia del regalo non c’è più perché il mistero è stato svelato. Come quel bambino di tanti anni fa resto con il naso caldo appiccicato al vetro gelato. Ma l’omino nel cappotto grigio non c’è più. Il silenzio della notte non c’è più, anzi ora si aspetta un attimo di respiro tra i rombi delle macchine che transitano sulla strada larga sotto casa.

Fra poco è Natale. L’unico desiderio rimasto è di potere vedere il giorno di Natale numero 54.

Tanti auguri.

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Il tramonto di un giorno di novembre.

Era lì, dietro la porta di legno grigio scrostato. Intuivo l’ombra che nel corridoio spezzava la luce gialla della lampada. Ero seduto per terra, le braccia incrociate afferravano le gambe ma non riuscivano ad arrestare il leggero tremore. Grattava con le unghie sul legno. Era insopportabile quel rumore stridulo che penetrava nelle orecchie, ne scartavetrava i timpani e si infilava dritto come un sottile ferro rovente nel mio cervello.

La paura mi stringeva il collo. I pensieri si affollavano nella mente. Grattavano anche loro le pareti del mio equilibrio. Il panico risaliva acido lungo la gola. Lo immaginavo arancio, torbido, pieno di grumi.

Mi alzai di scatto, scavalcando i pensieri, la ragione, la logica. Afferrai la maniglia della porta e la aprii di scatto. L’ombra arretrò, quasi spaventata. Non la guardai. Mi infilai lungo le scale di fronte a me e scesi, con un gesto rapido la mano sinistra si riempì delle chiavi dell’auto mentre la destra tolse dall’appendiabiti il giaccone. Aprii la porta d’ingresso e uscii sul patio. Mi diressi verso l’auto, ma rallentai attratto dal cielo limpido e dall’aria fresca. Il vento era calato e una brezza leggera scendeva dal lato della Tramontana.

Il sole era all’orizzonte. Feci scattare l telecomando e l’auto occhieggiò con le sue frecce gialle. Mi infilai e con la coda dell’occhio afferrai il movimento rapido dell’ombra che entrò dietro di me in macchina.

Accesi il motore e con uno scatto leggero percorsi il viale selciato e superai il cancello. Nel silenzio ovattato, il motore ronzava pigro, dell’abitacolo mi diressi verso la strada che costeggiava il mare.

Il sole scomparve dietro l’orizzonte e il cielo si accese di un color pesca intenso che digradava verso il viola. La macchina scivolava lungo le curve della scogliera, ma il mare era nitido, luminoso nel suo essere una tavola color mercurio tagliata dai profili dei pescatori. Alzai lo sguardo verso il cielo. Una stella brillava, grande, al centro della volta. Era una luce brillante, screziata nei bordi. Pensai fosse un aereo che iniziava a planare verso la pista dell’aeroporto. Fermai la macchina per osservare meglio. Era ferma, immobile nel vento leggero profumato di alghe e di muschio. Le tonalità del cielo diventarono sempre più intense, quasi brucianti. Era come se il cielo stesse per esplodere e mi ritrovai con i piedi sulla sabbia; ero sceso dall’auto, avevo spento il motore e le luci. Ero immerso nella penombra, il fruscio della brezza dentro le orecchie a calmare, come un unguento emolliente, il dolore dei miei timpani. La risacca del mare si sospese, scomparve nel vuoto. L’ombra non la potevo più vedere, ma avvertii la presenza al mio fianco. Non avevo più paura, la sentivo parte di me.

Nel cielo color cobalto, al fianco della stella, le nuvole, accartocciate e arrotolate, di allungarono in onde grigie con la spuma colorata di un rosa antico. L’alone solare si spegneva pian piano in una mescola di colori pastello che mi lasciò senza fiato.

Rimasi in silenzio sulla sabbia di una piccola spiaggia in riva al mare. Il respiro rallentò e si sincronizzò con il pulsare del cosmo, con il battito della luce nelle stelle. I muscoli si placarono, la pace si distese, il ronzio elettrico del cervello rallentò. Il silenzio, finalmente, scese.

L’ombra era lì, al mio fianco. Nera ma stavolta leggera. Mi girai e nel buio vidi lo scintillio dei suoi occhi. Sul viso pallido, su quella pelle raggrinzita e diafano, la luce stellare illuminò le lacrime che, lentamente, scivolavano.

La guardai e le sorrisi.

Anche lei si girò e mi osservò, ne avvertivo lo sguardo limpido.

“Adesso ho capito” mi disse.

“Sì” le risposi. “Siamo qui per questo: perché speravo capissi.”

La morte si girò e rientrò in macchina.

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Il Silenzio e il Taccuino

E’ tempo che non scrivo nulla su questo blog. E’ tempo che rifletto sul senso di queste pagine. Ed è tempo che non so darmi una risposta. In realtà non ho smesso di scrivere. Semplicemente ho smesso di desiderare che le parole, i pensieri, qualche straccio di idea o di sentimento, sia reso pubblico. Oddio… pubblico. Non ho mai saputo esattamente quante persone vengono a dare una sbirciata su questo blog, che poi non è mai stato un vero blog. Posso immaginarne alcune. Altre, che un tempo venivano a leggere, so per certo che non lo fanno più. Sono rapporti consumati dal tempo, strappati dalle parole o da gesti non compresi o mal interpretati oppure, al contrario, interpretati per quello che erano: una girata di spalle e l’incamminarsi su un’altra strada.

Questo è ciò che ho fatto in queste settimane. Ho cercato di percorrere un’altra strada. E ho cercato che fosse una strada immersa nel silenzio. Ci sono riuscito solo in parte ma almeno ci ho provato. Queste righe non vogliono essere un diario ma una spiegazione, che forse tento di dare prima a me stesso che ad altri.

Tutto è nato dalla lettura di un libro, che consiglio a chiunque legga queste righe: “Sulle strade del silenzio” di Giorgio Boatti. E’ un viaggio, durato più di un anno, che questo bravo giornalista ha percorso, in lungo e in largo per l’Italia, tra monasteri ed abbazie. Non è un libro religioso, anzi: è il racconto di un viaggio interiore percorso da un uomo che è un ateo, un comunista, ma che era alla ricerca del silenzio, della essenzialità; alla ricerca di una strada per affrontare il suo “spaesamento”, che deriva dal vivere in un’Italia, che si è profondamente modificata negli ultimi vent’anni e da cui, lui!, si sente distante.

Questo libro ha scoperchiato un dolore che avevo dentro. E mi ha spinto ad iniziare un percorso simile, partendo però da qualche prima riflessione sulla mia vita e sulle molte domande che mi assillano da tanti anni. Queste domande non hanno mai avuto risposte e sò che, in larga parte, non ne potranno più avere. Per una serie di ragioni.

Ma non è questa la cosa importante. Dal momento in cui ho letto le ultime righe di quel libro e ho chiuso l’ultima di copertina ho deciso di guardare dritto negli occhi la stessa sensazione che avverto dentro, e fuori, di me e che era così ben descritta nelle pagine appena lette: lo “spaesamento”.

Questa sensazione ha tante facce, tanti colori, tante emozioni, tanti rimpianti.

Spesso su queste pagine ho scritto racconti sulla corsa. Lo sapete che correre è una cosa che mi piace molto, un bisogno quasi primordiale che, mentre si liberano le endorfine, rende trasparenti i pensieri, dona il coraggio di guardare sino in fondo sè stessi. E’ una sensazione simile alla meditazione. E’ quel piccolo punto nero in un muro di bianco splendente su cui si concentra l’attenzione, il respiro, la forza interiore.

La corsa è un pezzo fondamentale per la mia vita quotidiana. Beh, mi sono spaventato quando mi sono reso conto che non avevo più voglia di correre, che era diventato quasi una sorta di dovere. Nonostante tutto correvo lo stesso, anzi cercavo e cerco di farlo ogni giorno. Ma il mio passo rallenta, le forze mi mancano, il sudore cola sulle tempie più intensamente di prima. E il pensiero non si libera più, resta chiuso in un groviglio inestricabile. Ho cercato di percorrere strade nuove, di immergermi nella natura, di ascoltare con un sorriso il cinguettio degli uccelli, lo stridio delle numerose rondini che circolano nel cielo battuto dal vento di Brindisi. Ho continuato a cercare di guardare verso il cielo ma mi veniva spontaneo solo abbassare lo sguardo verso la striscia grigia del cemento.

Lì, in quel preciso momento, ho intuito che lo “spaesamento” era arrivato ad un punto critico. Lì ho capito che mi ero perso: ho perso le storie da raccontare, ho smarrito il desiderio di lasciare libera la fantasia, o forse si è semplicemente prosciugata la fonte che mi ispirava. Oppure tutto è andato da un’altra parte.

Non lo so. Non so dare risposte.

Ho provato, allora, a cercare di riportare alla luce le domande. Anche quelle che so che non possono avere risposte. Ho seguito parte del viaggio percorso da Giorgio Boatti. Ho visitato alcune abbazie e monasteri. Ho camminato per alcuni paesini medievali, dalla splendida ed intatta bellezza e semplicità. Ho spiato nelle piazzette sterrate in cui  alcune anziane signore chiacchieravano nella penombra, strette su antiche panchine di legno, osservando con un sorriso un vecchio labrador che giocava, paterno, con i loro nipotini. Ho annusato il profumo dell’erba bagnata che giungeva nel centro di quei sperduti paesi, spinto dal maestrale potente che spazzava via anche i cattivi pensieri. Ho ascoltato quel sussurrare leggero tipico di un’Italia che non vedevo, e non ascoltavo, più da molto tempo. Ho guardato, smarrito, bambini che mangiavano i loro gelati e che, se il vento buttava per terra i fazzoletti che ricoprivano le cialde croccanti, raccoglievano da terra la carta stropicciata e la gettavano nel cestino. Ho apprezzato il ruvido silenzio di una donna magra calabrese che, in una vecchia osteria in un paese nell’interno della Toscana, ha riconosciuto l’accento meridionale e all’improvviso si è aperta nel racconto della sua vita complicata. Al centro di quella vita, quasi ritmicamente nelle sue parole, si affacciava, anch’esso spaesato, il dolore, lo strappo rossastro, della separazione dalla sua terra. E mentre parlava il tono graffiante della sua voce disegnava le rocce dell’Aspromonte, il verde selvaggio dei suoi boschi, il silenzio torvo della sua gente, il cuore morbido che quel silenzio nasconde.

In quella donna ho ritrovato emozioni sopite e uscendo dalle ombre dense del legno antico di quell’osteria ho ritrovato la condivisione di quel vuoto che abita, ora, dentro la mia vita.

Sono andato nei boschi delle mie amate montagne del Trentino. Come ogni anno ho sognato di poterci passare molto più tempo. Le ho sognate, le ho desiderate, ne ho annusato i profumi a centinaia e e centinaia di chilometri di distanza. Quest’anno temevo che non le avrei viste, che non avrei potuto solcare il selciato di quei sentieri. L’ho potuto fare, ma solo per pochi giorni. E quando sono partito, per tornare a casa (?) ho avvertito intenso lo strappo, quasi definitivo, da una terra che, anche se non mia, amo sino al midollo perché quel silenzio naturale, le poche parole ruvide di chi ci abita ma che le conosce, le rispetta e le ama, lo sento mio e mitiga lo “spaesamento”.

Ho camminato in quei pochi giorni trascorsi in Trentino per chilometri e chilometri. Ho affondato gli scarponi nelle continue salite. Ho sudato. Ho ascoltato il silenzio totale che, passo dopo passo, ricuciva le ferite di un anno doloroso in cui ho perso persone importanti e che hanno partorito altre domande senza risposta.

Domande che bisogna avere il coraggio di accantonare.

Ho ascoltato il silenzio rotto dal vento tra le foglie. Ho osservato l’erba che si mescola al tappeto delle foglie secche, rosse gialle e ambrate, che ricopre la terra nera; le rocce imponenti che murano le curve dei sentieri. Lo sguardo ha vagato nello spazio compatto e ha incontrato il colore dei ciclamini, che scurisce man mano che si sale di altezza e che l’aria rinfresca e si ripulisce dalle scorie vomitate dall’uomo. Ho visto il colore rosso intenso delle fragoline di bosco, il violetto leggero dei lamponi, il rosso e il nero dei ribes e dei mirtilli. E ho sentito all’improvviso lo scrosciare delle acque, dei torrenti che spezzano la terra secca del sentiero e lo riempiono di piccole pozze di acqua gelida e pura. Il frullare veloce di un uccello che si alza in volo, spaventato dallo scricchiolio dei miei scarponi sulle pietre. Il passo veloce di uno scoiattolo che mi passa davanti portando in bocca una grande pigna. Poi interrompe la corsa, si ferma, si alza sulle zampette posteriori, gira veloce il muso verso di me e pare quasi sorrida, o mi irrida. Poi via, veloce come il fulmine.

In quel silenzio totale, nella fatica del passo in salita, nell’arrivare al piano erboso e immerso di abeti, alti come giganti epici, ho ritrovato la pace. Ho ritrovato le domande e ho capito che darsi risposte non sempre è necessario. Nel silenzio di una piccola baita, una di quelle poche vere baite i cui proprietari sono ruvidi e di poche parole ma che sanno offrire un buon caffé e una crostata fatta a mano e cotta in un forno a legna, ho potuto gettare lo sguardo sulle guglie rocciose del Brenta. Nel silenzio i pensieri si sono fatti di nuovo limpidi, si sono liberati. E il vuoto, il dolore, è emerso nel freddo pungente di un mattino.

E’ un vuoto, e un dolore, che ha dei nomi e dei cognomi. Sono pezzi di vita interrotti e franati via perché la vita è fatta così, forse. Ma sono pezzi che mancano, piccole e grandi frane che hanno prodotto lacerazioni; altre domande che grondano sangue.

Ora sono di nuovo qui. Come leggete, confuso. Sono tornato alla quotidianità. La mattina mi alzo e vado al lavoro. Torno, vivo, corro, leggo. Lo “spaesamento” è ancora qui, dentro. Ora so, però, che non è solo mio ma della gran parte delle persone che incontro ogni giorno. E’ uno spaesamento che ha bisogno di essere portato in superficie, ha bisogno di essere raccontato, manifestato. E ha bisogno di amore.

Ha bisogno di un amore vero, profondo, di attenzioni, di parole, di piccoli gesti. Non ha bisogno di mezze misure e di ipocrisie.

Con questa piccola consapevolezza ho ripreso a correre. Ho ritrovato qualche pensiero sporadico, ho ripreso ad alzare la testa e guardarmi intorno. Non sempre ci riesco. Vorrei tornare a scrivere qui, magari a scrivere qualche nuovo racconto. Da un paio di mesi ora scrivo sul mio taccuino. Scrivo con una vecchia penna nera il cui tratto è netto, intenso, senza sbavature. I pensieri personali finiscono lì, anche qualche bozza di racconto. Anche qualche piccolo gesto d’amore.

C’è un pensiero mi accompagna ogni giorno, pur nello spaesamento. Perché nella vita mi è capitata una di quelle strane vicende che, forse, meriterebbero di essere raccontate.

C’è una persona che, pur non avendola mai incontrata, mi ha spinto a correre seriamente e mi ha spinto a scrivere. E’ una persona che mi ha aiutato a farmi domande ma anche a superarle. Ne conosco il volto perché ho visto qualche fotografia; non ne conosco il profumo, non ho mai visto le sue mani. Non so come le muove, non so come aggrotta la fronte mentre parla, non so come apre le labbra mentre sorride, non so tante cose. So però che, sia pur a grande distanza, ha cambiato il corso della mia vita. Nel tempo l’ho persa, come si perdono tante persone nel cammino della propria vita. Ma se scrivo e corro lo devo a lei e non lo dimentico perché è una di quelle rocce che mura la curva del mio sentiero e che mi ripara dalle frane. Questa è una certezza che resta nel tempo, anche quando si arriva alla fine del sentiero.

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Il ricordo dimenticato

L’ho trovata sul tavolo, appena rientrato dalla corsa. E’ tardo pomeriggio e correre è stato faticoso. Il caldo era spesso, come la sabbia del mare che vola nell’aria a mucchi bagnati e si incolla alla pelle sudata, e correvo lottando contro un vento freddo e violento che rendeva il mio passo pesante e incerto.

La stanza nella casa era in penombra, sul balcone le piante di pomodoro, alte e verdi, ondeggiavano colpite dal maestrale. I piccoli fiori gialli diventavano strisce sottili che si mescolavano al colore intenso delle foglie larghe. Le osservavo con lo sguardo pigro della fatica.

Ho abbassato gli occhi, forse più per istinto perché avevo percepito un odore dolciastro nella stanza non appena avevo chiuso la porta, ed era lì davanti a me sul tavolo. Una torta di mele. Infilata in una teglia rettangolare, banale nel suo colore brunito. Mi sono avvicinato, l’ho sfiorata con una mano ed era morbida. Ho pensato “quanto basta”. Ho afferrato il coltello e ho tagliato un angolo che percepivo più solido. E ancora: “quanto basta”. Ho avvertito il sorriso mentre si formava sulle mie labbra.

L’ho portata alle labbra, mentre il vento fischiava tra le foglie degli alberi nel cortile e tra le fessure nel legno delle finestre. Era un fischio acuto, sottile e penetrante.

Ho morso il pezzo di torta. Ho chiuso gli occhi mentre masticavo, la saliva usciva copiosa nella bocca e impastava la spugna di dolce risucchiandone il sapore e mescolandosi agli aromi. Ho chiuso gli occhi e sono stato trasportato in un’altra dimensione, in un altro tempo.

La stanza era una cucina dai muri tinti di un verde chiaro ed io ero seduto su una vecchia e graffiata sedia di legno celeste. Le mie gambe fanno su e giù in un veloce movimento ondulatorio. Non toccano terra perché sono un bambino; un piccolo bambino. I gomiti sono appoggiati su un tavolaccio dello stesso colore della sedia. Intorno al collo ho annodato un tovagliolo bianco con degli inserti anch’essi celesti, anche se di un tono più scuro. Una delle manie di mia madre era che le tovaglie fossero abbinate ai colori della cucina. Di fronte a me c’è un piattino di ceramica bianca e al centro un bel pezzo della torta di mele. Non mi piace la torta di mele!, dico a mia madre con la voce incrinata dalla delusione.

“Assaggiala”, mi dice con una voce stranamente dolce, tranquilla. “Assaggiala. L’ho fatta in un modo diverso: Dai, su! Dimmi se così ti piace”.

Abbasso la testa. Sono deluso. Volevo la torta al cioccolato, non questa alle mele. Non mi piacciono le mele. Non mi piace la frutta! Pianto i gomiti sul tavolo, arrabbiato; ma anche su questo gesto mia madre non mi sgrida. Spalanco gli occhi e la guardo con la testa inclinata. E’ diversa. Mi aspetto la solita urlata e invece mi guarda con un sorriso largo. E … sì, dolce.

Ci penso un po’, ma capisco che non posso deluderla. Prendo la torta con la punta delle dita. Non è molle come al solito, è un po’ più dura, quasi croccante. Corrugo la fronte, quasi insospettito.

Poi la mordo. La mastico. E il sorriso ci scappa. E’ buona, non si sente la frutta. E’ un impasto compatto in cui i sapori si mescolano e l’unica cosa che avverto è un piacevole sapore dolce, molto dolce.Vorrei non dirlo, ma è proprio buona.

Lei mi guarda, sorride ancora. Non mi dice nulla, si alza dalla sedia, di fronte a me. Si avvicina, mi sfiora la testa con una carezza e mi dice: “grazie”. E va via, mentre io mi divoro la torta.

Riapro gli occhi e mi ritrovo a casa. Nella mia dimensione e nel mio tempo.

Vorrei ritrovarla lì, di fronte a me. Fermarla. Dirle che ora mi sono ricordato, c’è stato almeno un momento di dolcezza. Forse ce ne sono stati molti di più.

Ma non ho più a chi chiedere. Non ho più memoria. Non ho più ricordi.

Qualcuno me li ha rubati.

Per sempre.

Mastico la torta e ritrovo esattamente quel sapore unico, senza sbavature, e quella compattezza perfetta.

Qualcun altro me ne ha restituito almeno uno, di ricordi.

Non mi ha chiesto nulla in cambio. Nemmeno un “grazie”.

 

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Il tarabuso

L’alba apparve nel cielo, all’improvviso. Le linee increspate delle montagne si iniziarono a indovinare nel buio lacerato. Albert era dietro la finestra, con le braccia strette sul petto. Osservava il cielo, lo sguardo che inseguiva un filo interiore, qualcosa di strappato. Il silenzio intorno alla casa era totale, persino l’acqua del lago era immobile, quasi aspettasse trattenendo il fiato il sorgere del nuovo giorno. Nel bosco, ancora immerso nel sonno notturno, la rugiada bagnava le foglie degli alberi e la terra nera profumava di humus. Se qualcuno avesse aspirato l’aria fredda del mattino a pieni polmoni avrebbe confuso l’odore delle foglie bagnate con il profumo dei funghi cresciuti sotto i larghi tronchi dopo la pioggia della sera precedente.

Walter era rimasto in piedi, immobile in quella posizione, tutta la notte. Domande rimbombavano nelle sue orecchie, assorbivano ogni energia, bevevano qualsiasi pensiero. Ma non trovava nessuna risposta convincente. Riusciva solo a registrare una vaga stanchezza, le gambe indurite dalla posizione, un crescente crampo lungo la schiena.

Il colore del cielo iniziava a schiarirsi e un delicato color pesca sorgeva lungo la cresta delle montagne intorno al lago. Iniziava ad amare quel posto. Sentiva crescere dentro di sé uno struggimento che non provava da molto tempo e che strappava con violenza la corazza che si era costruito negli anni. Aveva difficoltà a dargli una identità, a incastonarlo come un pezzo di un puzzle, nel quadro della sua vita. Dentro di sé, però, sapeva a cosa corrispondeva quel languore che gli pervadeva tutto il corpo, che scioglieva la rigidità dei nervi, che aveva allontanato con delicatezza i tic nervosi che gli squassavano il corpo durante le giornate trascorse dietro una scrivania a ritrovare la catena delle parole che ormai sentiva lontane da sé e che, invece, doveva necessariamente rimettere in fila sullo schermo del macbook. L’avrebbe chiamato “casa”.

Nel bosco i primi passeri cinguettarono il saluto al sole. Era un suono saltuario, disordinato, che giungeva alle sue orecchie da punti lontani, intorno ai sentieri. Era un risveglio dolce, che presto si sarebbe trasformato in un canto forte, intenso che avrebbe coinvolto tutto il bosco, risvegliando anche gli alberi e tutta la fauna del bosco. Walter immaginava che solo il cane avrebbe continuato a dormire, probabilmente infilando la testa e le orecchie sotto le zampe nel tentativo disperato di mitigare quello che si sarebbe trasformato in un frastuono gioioso.

L’uomo abbassò la testa, la ruotò delicatamente facendo scrocchiare le vertebre del collo. E poi, finalmente, si abbandonò sulla sedia, poggiando le mani sul tavolo sotto la finestra. Continuò a guardare il quadro della natura dietro i vetri, i colori pastello del cielo, la luce che iniziava a illuminare le cime verdi, a tinteggiare di rosa le nuvole in fondo al blu scuro.

E fu in quel momento, nel silenzio rotto dai cinguettii, proprio mentre un solitario tarabuso lanciava il suo grido morbido, che Walter afferrò con una mano il suo moleskine e lo aprì con un gesto lento, come fosse l’avvio di un rituale. Si guardò intorno, annuì leggermente, prese una delle matite gialle messe infila ordinata sul tavolo e ne controllò la punta. E poi iniziò a scrivere, la punta della lingua che spuntava tra le labbra; come un bambino che cerca di copiare le prime lettere dell’alfabeto che la maestra, dal lungo vestito verde e dai lunghi capelli raccolti, ha appena scritto con il gesso bianco sulla lavagna di ardesia nera.

A casa. Si sentì definitivamente a casa. Un sorriso sottile apparve sulle sue labbra e si immerse nel foglio giallastro del taccuino. 

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Una cosa piccola che sta per esplodere

Unacosapiccola“Una cosa piccola che sta per esplodere” è un libro di una bellezza sconvolgente. E’ una raccolta di racconti lunghi, con una scrittura lucida, pulita, diretta, senza fronzoli inutili. I temi trattati sono vari, anche se fondamentalmente raccontano storie di adolescenza, con una crudezza terribilmente vera.

Ogni volta che leggo Cognetti resto stupito dalla facilità con cui riesce a raccontare la sofferenza nei suoi vari punti di osservazione, con una schiettezza che non mi sarei mai aspettato da un ragazzo così giovane.

Ogni pagina letta apre scenari che normalmente mi sfuggono, sollecitano punti di osservazione inesplorati, invita ad una lettura sempre attenta e, soprattutto, regalano una gran voglia di scrivere perché si intuisce che per lui è uno strumento di vita, un qualcosa che consente di scandagliare i sentimenti e le paure e aiuta a tirare fuori ogni cosa.

Un’altra perla di cui consiglio caldamente la lettura.

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Un mucchio di carte

La vita è come un mucchio di carte.

Sono lì, su una scrivania.

Sono tante e sono accatastate.

Una sull’altra.

Dentro, forse, ci potrebbe essere qualcosa di importante.

Forse.

Di utile.

Forse.

Ma lì, in mezzo, non le troverà nessuno.

Solo la polvere.

La casa è chiusa. Le imposte accostate. Un filo di luce, dritto e verticale illumina uno spicchio di muro grigio, scrostato dall’umido negli angoli.

La polvere galleggia dorata sulla linea di luce, scivola insonnolita verso il basso e osserva distratta la stanza. Il silenzio ovattato è segnato dai rumori solitari dell’esterno: un ramo di pino che stride sotto il vento, lo stormire delle foglie, il cinguettio di un passerotto, le grida delle rondini che giocano, volando basse. Una porta che si chiude da qualche parte, la voce di una giovane donna che parla al telefono su un balcone, chissà dove.

C’è vita fuori da quella stanza. Una vita tranquilla, fatta di gesti quotidiani, solitari o collettivi.

Nella stanza la vita è in quel mucchio di carte, accatastate senza un ordine.

Lì dentro c’è tutto. C’è una storia. Ci sono tante passioni, C’è il vuoto. C’è la depressione. C’è la vita e la morte. Ci sono cumuli di parole.

Morte.

La porta si apre. Due uomini in tuta da lavoro si affacciano. Entrano. Aprono la finestra. La luce entra, violenta, sprezzante. La polvere si agita e i granelli scappano da tutte le parti, spaventati.

Gli uomini si guardano; uno sguardo veloce, annoiato. Uno sbuffa e si gratta la testa, sollevando leggermente la visiera del cappello.

L’altro prende un bustone di plastica nera e spessa, lo batte verso l’aria. La polvere vola via. Poi lo apre con tutte le due le mani.

L’uomo va verso la scrivania. Alza il viso con uno sguardo interrogativo verso il compagno.

L’altro annuisce senza una parola.

Le carte sono afferrate tutte, con un gesto secco, esperto. Alcuni fogli si accartocciano, uno si strappa dolorosamente.

Tutti finiscono in fondo al bustone di plastica nera.

Saranno buttate in un cassonetto della spazzatura. Indifferenziata. Non sarà nemmeno carta da riciclare.

La vita è come un mucchio di carte.

Sono lì, su una scrivania.

Sono tante e sono accatastate.

Una sull’altra.

Dentro, forse, ci potrebbe essere qualcosa di importante.

Forse.

Di utile.

Forse.

Ma lì, in mezzo, non le troverà nessuno.

Un giorno saranno gettate e non ce ne sarà più memoria.

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Il vuoto

Quando muore un amico, uno di quelli veri, con cui eri abituato a confrontarti, di cui ascoltavi il punto di vista, di cui conoscevi lo spessore del silenzio, non muore solo un corpo che si perderà nella nebbia del tempo. No, muore un pezzo di te e se lo porta via. Per sempre.

E il silenzio ti sembrerà più sottile, una membrana di cui avvertirai lo scricchiolio della crepa che un giorno lo spaccherà.

Inesorabilmente.

La solitudine, il vuoto delle parole che aspettavi e con cui giocavi a rimpiattino, è lì che ti schiaccia.

Inesorabilmente.

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L’uomo dal cappellino bianco

L’uomo era seduto sul bordo del marciapiede. La pietra era bianca, opaca, levigata dal caldo, dalla pioggia e dal vento che passava per la strada. Lo scirocco soffiava tiepido e quasi timoroso alla destra del suo volto.

L’uomo aveva la testa fra le mani, il cappellino bianco e macchiato di sudore storto sulla testa liscia. I suoi occhi bassi guardavano, persi da qualche parte, il cemento grigio sbriciolato dalle gomme delle auto e dall’incuria; macchie nere lisce, tracce di uno sporco passaggio umano. Le pupille si concentravano su quei cerchi sformati, come a ricostruire un pensiero sfuggito per la strada. Uno scatto a destra, un’altro a sinistra. Poi ritornavano al centro ed erano di nuovo immobili. Il pensiero era perso, forse per sempre.

Nel solco tra il marciapiede e la strada crescevano cespugli di erba verde scuro, un respiro di vita, uno slancio verso l’aria, un tentativo di strappare un briciolo di libertà. Timidi fiori gialli sbucavano tra gli steli dritti come fusi, come fossero astronavi pronte al decollo.

L’uomo era immobile, solo il respiro lo muoveva. Un vago ondeggiare delle spalle, un timido cenno di vita che procedeva per la sua strada con un automatismo di cui, forse, avrebbe fatto a meno.

Sopra quella figura raggomitolata sul bordo della strada si ergeva un alto pino dal tronco grigio, contorto, strappato che si innalzava sfuggendo ai muri bianchi che lo circondavano, La sua chioma era folta, gigante, i rami larghi e allargati verso le finestre di legno scuro degli appartamenti e poi puntavano autorevoli verso il cielo.

Già, il cielo. Una lavagna nera, un’ardesia luccicante di mille luci colorate. In fondo, oltre l’orizzonte illuminato scorreva impetuoso il mare con la sua spuma bianca che si scontrava con le rocce nere e lucide, incartate in una lucente pellicola. L’umido della sera velava il pulsare delle stelle, ma non poteva fermarlo. Perché, come il respiro dell’uomo, era un automatismo che nessuno poteva arrestare se non il procedere del tempo e le strane follie delle leggi della fisica ancora sconosciute.

Un lampo, un rombo, uno sciame di luce. Un attimo lacerato nello spazio e nel tempo, uno stridore giallo e violento nel cielo. Gli uccelli si alzarono in volo riempiendo il nero ardesia con il loro urlo, che copriva il frusciare delle ali aperte nello spazio, lì sopra le case.

Un meteorite passò alto, penetrò l’atmosfera che, come una palla di gomma, si richiuse subito dietro il pezzo di roccia gelata che puntava verso la terra.

Il fenomeno fu fotografato, filmato, trasmesso nei telegiornali, additato ai bambini perché lo ammirassero e se lo appiccicassero nelle loro memorie. Un giorno lo avrebbero raccontato ai loro figli e ai loro nipoti, se le leggi conosciute della fisica e della natura glielo avrebbero consentito.

L’uomo seduto sul bordo del marciapiede non vide nulla. La testa restò bassa immersa tra le sue mani, il cappellino bianco restò storto sulla testa lucida del suo sudore.

L’uomo era perso a cercare nel cemento grigio, tra le macchie nere di vecchie gomme da masticare sputate da qualche bambino, il filo dei suoi pensieri, il senso di una vita.

Una vita smarrita nel pietrisco del cemento grigio di quella stretta via, tra le erbe che qualcuno il giorno dopo avrebbe falciato.

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La stella, la grappa e una formula

Il disco rigido del MacBook ronfa pigro sotto le mani che pestano sulla tastiera. La luce della lampada è giallo ocra e diffonde un’onda delicata di vapore rossastro che illumina una parte del legno scuro e spesso del tavolo.

E’ notte e intorno a me è buio. Il silenzio nella stanza è gonfio dell’umido dei respiri dei bambini che dormono oltre il corridoio. Alzo lo sguardo verso la finestra aperta sul cielo nero. Alcune nubi arancioni scivolano veloci coprendo per qualche attimo la rete di stelle pulsanti. Ogni volta mi incanto a guardare quei puntini multicolori che rimandano ad un passato che, nello stesso momento in cui i miei occhi percepiscono lo scatto della luce, è già scivolato via da milioni di anni. Scuoto la testa perché quel mistero spazio-temporale mi ha angosciato sin da piccolo. Spesso la notte mi svegliavo sudato perché nei sogni, all’improvviso e senza un apparente legame con ciò che la mia mente stava componendo, appariva l’immagine della terra, una palla azzurra e bianca con riflessi verdi e marrone, che scivolava e rimpiccioliva in un enorme spazio nero senza fine. Mi svegliavo all’improvviso, la bocca spalancata alla ricerca di aria. Intuivo, pur essendo un bambino, che eravamo una virgola infinitesimale in un enorme lago di pianeti, stelle, buchi che nessuna formula matematica sarebbe mai riuscita a svelare.

Il mio sguardo è perso in quel mare nero seppia. Stringo gli occhi per tentare di fermare il pulsare della luce ma nello stesso istante in cui lo faccio so che non ci riuscirò. La stella continuerà a pulsare i colori dell’arcobaleno e magari in quel preciso istante sarà già morta chissà da quanto tempo.

Quel pensiero, l’assoluta relatività di tutto ciò che mi circonda, è terribile.

Non siamo che una ipotesi, copriamo uno spazio che non incide sul futuro, eppure viviamo con l’arroganza di chi pensa di essere indispensabile.

Mi alzo e vado verso la finestra. La apro: un soffio di aria fresca colpisce il viso. Chiudo gli occhi e appoggio i gomiti alla finestra. Ho desiderio di qualcosa di alcolico. Rientro, vado verso la credenza, apro e prendo il bicchierino tramandato da mio padre. Nelle sere d’inverno, quelle lunghe e noiose serate passate davanti ad un televisione in bianco e nero, lui chiudeva la sua lunga giornata prendendo da un mobile di legno scuro e bombato quello stesso bicchierino, lo riempiva di liquore ambrato e si sedeva con un sorriso sornione sulla vecchia poltrona di stoffa blu. Con la mano sinistra si lisciava i baffi, con la punta della lingua leccava il bordo del bicchiere e poi beveva con una lentezza, che ogni volta mi sorprendeva, il suo piccolo sgarro alcolico. E ogni volta mia madre tentava di dissuaderlo, usando le armi della logica tipicamente femminile. E poiché non ci riusciva, la sua voce si incrinava e da dolce diventava stridula. Temevo ogni volta il peggio ma mio padre, e questo mi sorprendeva sempre, restava tranquillo con quel sorriso appiccicato sul volto, si allisciava un’altra volta la punta dei baffi e chiedeva a mia madre: “Ne vuoi un goccio?”

Mia madre, rassegnata, ricambiava il sorriso, prendeva dalle sue mani il bicchierino e beveva un goccio del liquore condividendo quel momento di sgarro.

Ed io, ormai tranquillizzato, buttavo le pantofole per terra, sdraiavo le gambe sulla poltrona e guardavo la televisione.

Qualche anno prima di morire me lo regalò. A lui, ormai, era proibito bere.

Stappo una bottiglia di grappa e ne riempio il bicchiere. Mi affaccio di nuovo alla finestra, sorseggiando con calma il liquido trasparente e dall’intenso profumo di vinacce. Il silenzio ora è totale, limpido come la grappa che sorseggio. A tratti il vento soffia tra le foglie dei pini e ascolto lo scricchiolio dei rami. Il rumore amplifica il silenzio che avverto come una cappa sulla città.

Sono solo. Restano i ricordi. Ma sono realmente quelli i miei ricordi? I fatti, quali furono i fatti? Quelli che ho fissati nella mia memoria e che ogni tanto riemergono da qualche buco nero o furono altri? Mio padre, nel bere il suo liquore ambrato sorrideva veramente? Mia madre realmente cercava di bloccarlo pensando alla salute del suo uomo? O invece, esausta e indifferente, lo osservava con un ghigno di larvato disprezzo e un lampo di rancore negli occhi?

Scuoto la testa. Quelle domande non potranno più avere nessuna risposta. Alzo lo sguardo e metto a fuoco la stessa stella che osservavo prima.

Luce bianca, spenta, luce gialla, spenta, luce arancione, spenta, luce rossa, spenta, luce viola, spenta, luce bianca. Ora, in questo preciso momento cioé anni luce dopo il lampo che sto osservando, quella stella è viva oppure è morta? Pulsa ancora la luce riflessa di qualche sole vicino, è lei stella un sole che illumina e scalda qualche altro pianeta con una qualsiasi forma di vita? O è morto? E il fatto che io stia rimuginando su queste domande, nel tentativo di zittire il silenzio che mi angoscia, ha una qualche influenza sulla sua sopravvivenza?

Sono solo con i miei ricordi. Solo ad ascoltare, appoggiato in modo precario sulla lastra di marmo grigio della finestra di questo appartamento, il rumore sereno del vento che rinfresca la notte, solleva la polvere, pulisce le strade; spero spazzi via anche i miei pensieri.

Sono solo. Tu non ci sei. E non mi chiedo più dove tu sia, cosa stia facendo e se il tuo pensiero ogni tanto sfiora l’immagine del mio volto.

Bevo d’un colpo la grappa. Chiudo la finestra e torno al tavolo. La penombra della lampada mi rassicura. Mi siedo e riapro il mio Mac. Il suo ronzio quieto copre quello del vento che accarezza i vetri e si infila nelle fessure del legno.

Sorrido, ma è più un ghigno. Con la mano sinistra liscio i baffi. Poi apro la mano e mi gratto la barba. Non sono mio padre. Non sono mia madre. Sono solo. Finalmente.

 

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