Il Dpcm della sera

Cammino per le strade deserte. Le luci arancioni sbiancano i colori. Sembra che tutto sia grigio, che i colori siano colati via al tramonto del sole. Il vento soffia teso da nord e illumina il profilo dell’orizzonte. Le luci del porto brillano come se fossero stelle fisse nell’acqua che sciaborda lentamente sulle pietre bianche del lungomare. In fondo allo stretto corridoio che costeggia l’acqua vedo sciami di ragazze e ragazzi che scivolano lentamente. Il vento mi porta l’eco delle loro voci che si mescolano in un coro disarmonico. Mi arrivano frammenti di “cazzo”, di “porcoddio”, di “vaffanculo” con voce femminile. Si fondono con il tintinnio di bottiglie di birra che sbattono tra di loro. Mi sembra di percepire persino il gorgoglio della schiuma bianca che scivola in quelle giovani gole, fredda e dissetante. Ne assaporeranno il gusto oppure lo ingolleranno per abitudine, senza percepirne nemmeno quel vago retrogusto amaro che rende quella bevanda unica e piacevole?

Quei ragazzi non dovrebbero essere in giro, così vicini e così spudoratamente esposti, con le mascherine abbassate, le bocche vicine, le lingue che si incrociano, le mani che si cercano. Dovrebbero restare al sicuro dentro le loro case, evitando di sospingere la circolazione del virus. Già, il virus. Il Covid 19, il coronavirus. Quel minuscolo essere che ha cancellato la nostra vita, che ci ha rinchiusi dentro le case, per chi una casa ce l’ha, che ha smantellato un’economia, una rete di relazioni, di rapporti, di consuetudini.

Getto un’occhiata al cellulare e mi domando: chiamo i vigili urbani?

Alzo la testa e guardo quel gruppo di persone, così giovani. Sento le loro risate. Le odio, quelle risate. Sono così giovani, così vive e nello stesso tempo così già corrotte dalla delusione e dalla disillusione.

Ridono, alzano la voce, una ragazza si toglie la mascherina e inizia a cantare una canzone napoletana a squarciagola. Mi fermo e la ascolto. Odio quel dialetto ma la sua voce è limpida, sembra il suono di un cristallo puro. Anche gli altri del gruppo si sono fermati, restano in silenzio e ascoltano. Lei canta con la voce sempre più ferma e decisa.

L’acqua nera del porto si placa anch’essa. Le catene delle barche ormeggiate non oscillano più, il silenzio è riempito solo da quella voce. Non riesco a vedere il volto di quella ragazza, intravedo solo la coda in cui sono raccolti i lunghi capelli.

Poi la canzone finisce, i ragazzi applaudono. Guardo il cellulare. Lo rimetto in tasca. Abbasso la testa e torno sui miei passi. Chi sono io per giudicare?

Non sono nessuno.

Questa voce è stata pubblicata in Pensieri, Racconti, Resistenza, Sottrazione. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.