L’autunno

Fra poco meno di un mese scade la registrazione del dominio elfodavide e devo decidere cosa fare, se rinnovarlo o meno. Sono 18 anni che il dominio è registrato. Sono 18 anni che inseguo un progetto che non ha mai visto la luce. Alla fine ci ho solo scritto un po’ di cose e pubblicato alcuni racconti e bozze di romanzi. Non ho concluso nulla. Per anni mi sono cullato in progetti che mi tirassero fuori da una realtà un po’ soffocante, dal desiderio di poter dimostrare che ci fosse qualcosa in cui potessi esprimermi e magari anche eccellere. Non ho mai voluto dimostrare di essere superiore a chissà chi. No, volevo solo dimostrare a me stesso che avevo un talento e mi sarebbe piaciuto che questo talento fosse la scrittura. Mi ripetevo come sarebbe stato bello poter andare in giro e alla domanda “che fai nella vita” poter rispondere “lo scrittore”. Mi immaginavo immerso nella penombra del mio piccolo studio sommerso dai libri e la scrivania, piccola anch’essa, illuminata da una lampada dal colore ambrato e caldo. Una specie di ventre di vacca caldo e accogliente in cui poter poggiare la mano sul mento e pensare ad una storia da scrivere, un racconto, osservando pigramente gli alberi e il cielo dalla finestra di fronte a me. Immaginavo il silenzio rotto solo dal cinguettìo dei passeri, dal vento freddo che soffiava da nord e le cime degli alberi ondeggiare nel cielo in cui correvano gonfie nuvole bianche. Lo studio c’è, così come i libri, la scrivania, la lampada, la finestra, il vento, gli alberi, i passeri, le nuvole e il cielo. Non ci sono io. Non ci sono le storie da raccontare. Per la verità ci sarebbero anche quelle che nella mia mente nascono dai dolori della vita. E di dolori negli ultimi anni ce ne sono stati alcuni, spesso anche molto dolorosi. Ma ho deciso di non scrivere più. Ho un paio di taccuini, uno per appuntare gli eventi delle mie giornate, la nuda cronaca, perché la mia memoria inizia un po’ a barcollare. In un altro scrivo appunti, storielle, spunti, disegni, forse più che altro un qualcosa con la mia grafia da lasciare in ricordo ai miei ragazzi ed evitare di fare come mio padre che mi ha lasciato solo un elenco di conti sostenuti da saldare nella divisione dell’eredità con i miei fratelli. Insomma vorrei evitare di lasciare una cosa così misera.

Sono dieci anni che inseguo un romanzo. L’ idea forse è anche carina. Spesso la notte non dormo perché è lui che mi insegue, il protagonista che ha voglia di andare avanti, desidera esprimersi, raccontare il suo malessere, è rinchiuso in una casetta di legno sulle rive di un lago isolato, in mezzo ad un bosco alle pendici di un monte. Si è isolato lì, cambiando nome, cittadinanza, lasciando la sua vita perché non la sopportava più, ne era strangolato, era anche solo perché l’amore non lo aveva provato mai, odiava il suo modo di rapportarsi con le donne, senza rispetto, sfruttandole anche sessualmente. Era scappato via, cancellato le sue tracce, soprattutto la sua identità digitale, gettato via e bruciato il mac, l’ipad, lo smartphone. Tutto.

Lui ha le idee chiare, ha una storia da raccontare, non gli importa nemmeno che sia pubblica. Per lui l’importante è uscire dall’oblio in cui l’ho gettato, potersi svegliare alla luce del sole in quel posto nascosto e splendido, poter raccontare il freddo del mattino, la fatica di lavorare la terra dura e secca per seminare un orto che gli dia la verdura e gli ortaggi per mangiare. Vorrebbe raccontare anche l’altra fatica del camminare in montagna alla ricerca del silenzio, del vento puro, quel suono profondo amplificato dalle rocce delle vette, la ricerca dei funghi, il poter osservare gli animali rifiutandosi di cacciarli perché ha scelto di non cibarsi dei cadaveri delle bestiole. E’ un uomo che ha tanto da dire. Ma io lo faccio restare rinchiuso in un file in cui ho anche scritto la fine. Ma lì dentro c’ anche una donna con cui non ho fatto i conti, e non ci riesco. Mi sfugge, come mi sfugge il suo volto, il suo carattere, non ne immagino la voce. Ne so i gesti, il suo modo fi camminare, correre, meditare sulla riva di quello stesso lago in cui vive l’uomo. Lei è attratta da quella casa che sente sua e che l’uomo le ha sottratto. E’ una donna di pochissime parole, come anche lui adesso. Perché anche lui ha deciso di chiudere le parole dentro di sè e di lasciarsi andare alla natura, al corso della vita che va raccontato per come si svolge, per immagini. Non per dialoghi perché loro, entrambi, sono stanchi di dialoghi e di parole gettate nell’aria in fretta, magari anche solo per riempire dei vuoti.

Questo è il mio mondo. All’inizio dell’autunno della mia vita, in quel momento in cui il calore afoso e appiccicaticcio della forza fisica lascia lo spazio alle foglie che ingialliscono, alla vite a cui hanno tagliato tutti i frutti con la vendemmia, alla terra che inizia ad indurirsi, all’aria che si raffredda con improvvise accelerazioni, al sole che sorge più tardi al mattino, che tramonta ogni giorno qualche minuto prima, alla curva del sole che nel cielo è di qualche decina di chilometri più bassa e la cui luce inizia a scivolare verso oriente. Sono tutte avvisaglie che il buio sta iniziando a scendere. Mi sento così, un po’ più freddo, ogni giorno che passa un po’ più solo. Sono solo un uomo che alle spalle ha lasciato la forza vitale e che inizia ad essere intimorito di un futuro freddo a cui non mi sentivo preparato. E invece devo prepararmi in fretta. Magari poggiando quella mano sul mento per cercare piccole storie da raccontare.

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