Via del Silenzio

Lei arriva trafelata in via del Silenzio. Il cespuglio di capelli corvini, gli occhi scuri. Trema. Apre lo sportello e sale sulla macchina. La guardo, le sorrido, le sfioro la mano che è fredda. Indossa gli occhiali da sole, mi guarda e risponde al mio sorriso. Avvio il motore e parto.

Lei mi indica la strada da seguire. L’asfalto è sconnesso, guido piano con prudenza. Ad un certo punto, all’altezza di uno spiazzo coperto dalle foglie di alti e larghi platani, lei si piega in giù. Vedo due uomini che parlano davanti ad un cancello.

Si nasconde alla vista del marito. Si rialza di scatto, trema più di prima.

Lei sta male, le scivolano le lacrime. Le stringo la mano, senza parole.

Più avanti fermo la macchina. Spengo il motore. Siamo in zona esposta, mi dice. Le sorrido. Le dico: tranquilla, metti le gambe su di me. Ma. Dammi le tue gambe.

Si toglie le scarpe e le allunga sulle mie. Avverto il suo calore sulla stoffa dei pantaloni. Percepisco anche il tremore, ora rallentato. Le accarezzo. Sono lisce e lucide per la crema. Premo sui pori. Le punte depilate dei peli. Sorrido. Lei mi guarda dubbiosa. Le prendo i piedi tra le mani e li accarezzo, lentamente.

Lei continua a guardarmi. L’ansia sta scivolando via dagli occhi, segue la sbavatura del trucco leggero. I piedi sono piccoli, la pianta del piede è scheggiata dal camminare. Con la punta delle dita liscio le piccole pieghe, accarezzo il collo, le dita minuscole con le unghie laccate di glicine. Li bacio. Lei ora sorride.

Ma la paura è ancora lì. La sua postura è contratta. Con le mani salgo sulle ginocchia, percorro le cicatrici eredità del suo essere bambina. Risalgo le cosce, mi soffermo sui muscoli, li massaggio, sento che si sciolgono, la gonna nera è ricaduta sulle mie mani. Sento il pizzo degli slip, vado oltre. Arrivo sulla pancia, scatta sotto le mie carezze. Mi fermo e la guardo. Lei annuisce, non parla. Mi perdo nei suoi occhi scuri e profondi, sono due pozze in cui perdermi e ritrovarmi è facile.

Riprendo a massaggiare, chiudo gli occhi e inspiro premendo con le mani. Lei finalmente piega la testa all’indietro, sorride di nuovo. I muscoli si ammorbidiscono. La tensione passa nei palmi delle mie mani. La guardo, gli occhi sono aperti, le pupille dilatate.

Mi prende la mano e la porta sugli slip. “Ora portami con te”. La mano si fa strada sotto il pizzo.

Questa voce è stata pubblicata in Racconti, Resistenza, Sottrazione. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.