Il piano inclinato è capire, nell’esatto momento in cui si è arrivati sulla cima di qualcosa la cui sostanza è soggettiva, che non si può più salire. Sei arrivato sulla vetta. Ora puoi solo scendere. Immagini che sia più facile, che ora puoi riposarti e rifiatare, ma il magone risale lento e acido: la sfida e l’avventura sono finite.
Il piano inclinato è lo sguardo che non riesce a staccarsi dal tessuto trasparente del nylon di un piccolo piede di donna infilato in una scarpa di velluto blu in una sera calda e affollata.
Il piano inclinato è una risata che non riesce più a uscire dalla bocca chiusa in una piega amara mentre guardi il viso che hai amato e che scopri, sorpreso, di amare ancora.
Il piano inclinato è il desiderio di afferrare un dito che ti sfiora, per caso?, mentre cammini e sentirti un uomo ridicolo.
Il piano inclinato è quel momento in cui comprendi che non ti fidi più di nessuno. Ti senti lucido. Ti senti solo. Sai che è sbagliato ma non puoi farci più niente. E’ la vita, hombre.
Il piano inclinato è aver dimenticato la morbidezza dell’amore e comprendere, in quel preciso istante, che non la ricorderai più.
Il piano inclinato è l’emozione di incontrare un paio di occhi giovani e neri che ti fissano in un treno affollato e sentirsi all’improvviso vecchio e stanco.
Il piano inclinato è pensare a questo post mentre fisso la cromatura di un bancone di alluminio in un bar e sorseggio un caffè amaro e bollente.