Il bello e il brutto

Piove. Il rumore delle gocce sui vetri della stanza è il rotolare di trolley, spinti sui marciapiedi rotti di Roma. Un rumore intermittente che culla. Le strade sono vuote, macchiate solo da fagotti arrotolati sotto i cornicioni gocciolanti: i senza tetto rifiutati persino nello sguardo distratto dalle donne in carriera e da uomini incravattati con lo zaino sulle spalle. Loro, chiusi negli auricolari incollati ai loro smartphone lucenti e sempre più ingombranti, hanno una missione rapida da svolgere. Sempre. Ogni secondo della loro giornata.

All’improvviso il cielo grigio e denso si rompe e l’azzurro intenso si affaccia deciso sull’Urbe. Il clima cambia rapidamente. Sono sufficienti pochi minuti. Il vento teso si placa, l’aria diventa mite, le persone si riversano nelle strade lucide, lastre di vetro azzurro.

La puzza di fogna intasata si scioglie nell’aria e viene ingoiata dal profumo di erba bagnata e degli alti alberi di magnolia.

Questa è Roma.

Il brutto che si sparpaglia e che al primo apparire del sole si mescola sapientemente al bello che rinasce e che torna a diventare dominante e attraente.

Questa è Roma.

Mutevole e immortale, come le colonne del Colosseo sfregiate da frasi sciocche scritte sulla Storia di cui sono impregnate e che non potrà essere mai cancellata.

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La resistenza del maschio

BucciaElisabetta Bucciarelli è una scrittrice complessa. L’ho scoperta per caso, andandola ad ascoltare in una piccola libreria di Brindisi, LiberaMente, purtroppo oggi chiusa perché stritolata dalle grandi catene. Fu uno shock ascoltarla, nel senso che gli spunti e gli stimoli furono tanti e importanti . Ho letto tutti i suoi libri, anche quelli ormai introvabili. La seguo nel suo impegnativo e spesso innovativo esperimento di presenza sui social network. Ne apprezzo la continua ricerca, l’attenzione alla “periferia” della vita, la cura delle parole, la riflessione attenta sulle questioni, piccole e grandi che hanno di sottofondo un sorriso quieto.

Questo libro però mi ha fatto innervosire. Questa è stata la mia reazione alla lettura delle ultime righe. Non farò spoiler e quindi non spiegherò il perché e non farò alcun accenno alla storia. Dirò solo che il protagonista l’ho sentito molto vicino, mi ci sono specchiato come se fosse un mio gemello. E il suo modo di vivere all’interno della storia costruita dalla scrittrice, mi fa fatto innervosire perché volevo gridargli: “sbagli! non lo fare!”. Ma era inutile. Andava per la sua storia. Tranquillo.

Mi sono innervosito perché le donne co-protagoniste le ho trovate, invece, un po’ stereotipate. Non so se questo sia stato frutto di una volontà, forse anche di provocazione, o altro.

In molte pagine ho ritrovato i semi buttati nei suoi post sui social. O quei post sono stati spunto per la storia? Come ha funzionato?

Questo è un libro importante. Un libro su cui riflettere a lungo, anche se la prima impressione, al termine della mia lettura, non è stata questa. La prima sensazione è stata di una piccola delusione: finisce così? Ma poi la storia ha iniziato a scavare. Confesso che la notte seguita alla chiusura del libro è stata insonne. Esagerato? Forse. Ma non riuscivo a dare risposte alle domande che si inseguivano tra i pensieri. Poi è iniziata la riflessione. E continua da giorni. Alimentando il nervosismo.

Mi piacerebbe fare una domanda molto banale a Elisabetta: perché questa storia?

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L’inizio e la fine di una storia.

Il cicalino della sveglia suona. Un trillo leggero ma che, determinato, diventa rapidamente un trapano che penetra nella testa di Mario. Socchiude gli occhi, si lecca le labbra secche. Intorno è buio. Pensa per un attimo di aver sbagliato a predisporla la sera prima. E perché suona in questo modo strano? Cerca con le mani il suo vecchio apparecchio rettangolare, un tempo era bianco ma con il tempo è diventato giallino, con con i grandi numeri arancioni. Sposta le mani ma non lo trova. Eppure è grande. Sbuffa e si decide ad aprire gli occhi. E’ buio, le luci della sveglia non ci sono. Che fine ha fatto? Cosa sta suonando. pensa mentre il suono diventa insopportabile. D’istinto guarda verso l’altro lato del letto, ma è buio anche lì. Infine, alla sua destra, intravede, di taglio, una piccola luce azzurra. Finalmente capisce che è l’iphone che sta suonando. Non è a casa!

Spalanca gli occhi, afferra il cellulare e cerca il tasto per silenziarlo perché il suono è una lacerazione del suo timpano. Lo preme. E finalmente cala il silenzio.

Per un attimo è in pace. Quel momento in cui, pur con risveglio così brusco, ancora non si è consapevoli della realtà, di quello che c’è intorno. Di quello che c’è dentro la testa. I pensieri si stiracchiano lentamente e questo è un bene. Ma quell’attimo dura, appunto, solo un attimo.

Poi Mario ricorda. E il gelo cala su lui perché tutto gli ritorna lucidamente alla mente. E si rende conto di quello che ha fatto. Si rende conto che è finita. Finalmente, o purtroppo, comunque sia, è finita.

Si siede lentamente sulla sponda del letto. Appoggia le mani sulle lenzuola bianche, la testa bassa. Accende la luce sul comodino di legno scuro. La stanza dell’albergo si illumina di una vaga penombra che lo angoscia ancor di più. Le tende spesse sono accostate, al centro filtra una striscia sottile di luce. Il sole sta sorgendo e intuisce il color albicocca del cielo all’orizzonte. Si strofina con le mani il viso, gira la testa e vede sul lenzuolo, sul lato sinistro del letto, una piccola macchia. Stende la mano e la sfiora. La accarezza lentamente con la punta delle dita. Appoggia tutto il palmo della mano e sente, realtà o immaginazione non lo sa, la forma del corpo di lei sul materasso. C’é un avvallamento e lui pensa al suo corpo sdraiato lì sopra mentre facevamo l’amore. Oppure quella macchia lei l’ha lasciata mentre lui la baciava tra le gambe? Perché lei gode così, con forza, con intensità, chiudendo gli occhi, inarcando la schiena e mugolando il suo piacere. Con dolcezza, sottovoce, quasi con il timore di lasciarsi andare tra le sue mani e le sue labbra. Perché lei è così. Lei non si sarebbe mai sottomessa a lui o a nessun altro uomo. E lui, ora lo realizza con una limpidezza disarmante, l’ha persa. Per sempre. E l’ha deciso lui.

Si alza, apre le tende con un gesto secco. La grande vetrata si spalanca sulla valle ai piedi della collina. Il cielo è limpido, ancora velato di un tono di grigio. Un raggio di sole si specchia sul laghetto poco distante. Poi nota un movimento veloce e vede sull’erba scura un piccolo scoiattolo. E’ di fronte a lui, ora seduto sulle zampette posteriori mentre con le anteriore mantiene una piccola pigna chiusa, le orecchie dritte, i grandi occhi spalancati. E’ immobile e sembra lo stia osservando con la stessa curiosità con cui lo guarda l’uomo. All’improvviso lascia cadere la piccola pigna, che dopo un paio di saltelli si ferma sull’erba. Un attimo e lo scoiattolo zampetta veloce verso il tronco dell’albero più vicino. In un baleno si arrampica sulla corteccia e si nasconde tra i rami e le foglie. Mario rimane solo. Mentre il sole inizia lentamente ad alzarsi nel cielo.

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Uomini senza donne

MurakamiMurakami è un autore che divide nettamente i suoi lettori: o lo si ama, o lo si odia. Io lo amo follemente, perché, come mi capita spesso di scrivere, è uno dei pochi scrittori contemporanei che conosca in grado di raccontare storie che coniugano il mondo onirico e la fantasia con la realtà. E lo sa fare con una scrittura lineare, semplice, altamente descrittiva. Nei suoi libri sono raccontate storie forti senza che lui emetta mai un giudizio di alcun tipo. Le racconta e basta. E anche questo mi piace molto. Osservare e raccontare senza sermoni.
In quest’ultimo libro, che è una raccolta di racconti, il tema è delicato: uomini che vivono da soli, autonomi e sereni che hanno un rapporto superficiale con le donne ma poi, ad un certo punto, accade qualcosa che cambia drasticamente la loro vita e rompe l’equilibrio. E poi arriva la separazione, in vari modi e con sfaccettature diverse. E il dolore della separazione diventa dolore puro, intenso, senso di vuoto e di solitudine. Murakami racconta questo dolore attraverso storie molto diverse tra di loro, ognuna delle quali però afferra il lettore e lo tiene inchiodato alle pagine dall’inizio alla fine.

Mi è piaciuto molto e ne consiglio la lettura a chi segue Murakami.

Lo sconsiglio caldamente, invece, a chi non lo sopporta. Potrebbero cambiare idea.

 

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L’onda del mare e la mistica di “Grey”

L’impulso fu quello di scappare, di andare via da lì il più velocemente possibile. Si alzò dalla sediolina arancione, sforzando le braccia e le gambe. Si drizzò stirando la schiena con le mani come se dovesse lisciare una maglia stropicciata e iniziò a camminare, dapprima lentamente, poi sempre più veloce.

Odiava la spiaggia, il chiasso, la musica pompata nelle casse nere con il segno delle mani sporche sui lati, l’ammasso di ombrelloni colorati senz’ordine, il miscuglio di odori improbabili delle creme e degli oli solari che si sedimentavano strato dopo strato sui profumi e sui deodoranti di cui le persone si riempivano prima di uscire da casa. Ancora peggio quando il profumo si fondeva con l’olezzo del sudore stantio.

E lui andava via, alla ricerca di un altro mare, di un altro luogo che gli ricordasse la solitudine in qualche modo. E il mare, nei suoi pensieri, era la solitudine. L’immagine della zattera solitaria che si innalzava sulle onde al largo non lo abbandonava mai.

Camminò lungo la battigia, infilando i piedi nella spuma ribollente dell’acqua tiepida che risaliva rabbiosa sulla sabbia. L’aria era calda ma il vento profumava dell’est. Era un grecale impregnato di rosmarino, di salvia selvatica, di mirto, di alghe verdi, di sale speziato. Lo sentiva scivolare sulla sua pelle calda, un brivido lungo la schiena, i pori pulsanti sotto i peli arricciati.

Il vociare, il pum-pum della musica iniziarono a sbiadire, sommersi dal lento e ritmico risalire della risacca. Le onde iniziarono a seguire un loro ritmo, lento e sincopato. Un rombo leggero che via via saliva di tono e acquistava autorevolezza, profumi, indipendenza.

Il mare restituisce ogni cosa. Questo pensò l’uomo guardando la spiaggia, in alto sulla sabbia rovente ammonticchiata alla sua sinistra. Vide uno spettacolo desolante, il simbolo plastico della distruzione indifferente, anzi della sadica violenza imposta alla natura dall’uomo. Montagne di plastica di ogni tipo e di ogni colore: bottiglie vuote e piene, cestini, cassette bianche e celesti, piatti spaccati, lattine di alluminio, bottiglie di vetro di vino e spumante, vestiti strappati, scarpe spaiate, sedie rotte. Una discarica a cielo aperto che si accumulava e che nessuno avrebbe ripulito. Chili di veleno che avrebbero impiegato decenni per sciogliersi e che avrebbero avvelenato il sottosuolo e le acque che scorrevano sotterranee alle rocce e alla crosta terrestre. La disattenzione di un attimo avrebbe condannato per anni la natura. Pensò per un attimo al battito della farfalla che avrebbe causato un terremoto a distanza di migliaia di chilometri. Scosse la testa, infastidito, e abbassò lo sguardo sulla sabbia. 

Cercò con gli occhi tra i sassi, colpito dalla rotondità dei ciottoli, dall’assenza di qualsiasi punta che potesse fare del male. La forza del mare è cuore di bontà, arrotonda le punte, le modella, rende le forme morbide come le mani modellano la pasta del pane lavorandola lentamente ma con forza e determinazione. Una contrapposizione quasi violenta allo scempio che era lì, a due passi sulla sua sinistra.

Camminò a lungo percorrendo tutta la striscia della spiaggia, per chilometri. In fondo trovò l’ostacolo insormontabile di una roccia alta, grigia in cima e che poi scivolava verso strisce di rosso e di argilla grigio chiaro con punte di verde smeraldo. Si attardò ad ammirare la composizione di quella roccia, a cercare di intuirne la storia dalle mille striature ammonticchiate e sommate. Poi si girò e tornò indietro con un vago senso di sconfitta.

Inspirò con ingordigia l’aria che adesso gli batteva sul viso, infilò ancor più a fondo i piedi nell’acqua indifferente agli schizzi che riempirono di gocce gli occhi da sole. Anzi, si chinò sul verde trasparente e infilò le braccia nella frescura abbandonandosi al ritmo delle onde sempre più spumose e bianche, di un bianco immacolato.

Dopo vari minuti in cui abbandonò i pensieri alle sue spalle, come piccole pietre bianche lasciate cadere per tracciare una strada, un senso, una via a cui aggrapparsi per un possibile ritorno, iniziò ad incontrare altre persone che camminavano, o qualche bambino che si tuffava nell’acqua per giocare a palla. Infilate in qualche piccolo anfratto della falesia vide un paio di coppie che si baciavano o che si toccavano timidamente,

Infine arrivò di nuovo il suono distorto della musica pompata nelle casse alla base del lido, gli ombrelloni che nel frattempo si erano moltiplicati e accorpati in un’unica linea multicolore dalle punte tondeggianti, quasi fossero emblemi di una qualche religione pagana e consumista.

Con un sospiro arrivò alla sua piccola sdraia arancione, si girò e guardò intristito la lunga striscia della spiaggia alle sue spalle. Si sedette. E la vide scendere dalla scaletta di legno: alta, molto alta, con lunghi capelli biondi, il passo atletico, un costume molto ridotto giallo. Fu colpito dalla falcata lunga e morbida, dalla sicurezza dei movimenti, sciolti e che sprigionarono una tranquilla consapevolezza.

Scese sulla spiaggia, si guardò intorno spostando con un gesto delicato i capelli dietro il collo. L’uomo ebbe l’impressione che per un attimo lei lo guardasse. Poi, con la traccia di un sorriso sulle labbra, si avvicinò, aprì la sdraio, la sistemò sulla sabbia, ad un paio di metri dalle gambe dell’uomo, poggiò un lungo asciugamano e si sedette con una grazia che a lui parve infinita, come il suono delle onde sulla sabbia.

L’uomo fu colpito dal seno della donna: imperioso, immenso, dritto, con i capezzoli appuntiti che quasi foravano il costume. Lei girò il volto verso di lui e, ancora, di nuovo gli parve di intravedere un lieve sorriso su quelle labbra così piene e tonde. L’uomo iniziò ad agitarsi, non trovando una posizione sulla sdraio. Si spostò in continuazione, guardò preoccupato lo zainetto pensando di prendere il libro per tentare di leggere ed evitare l’imbarazzo che lo colse attimo dopo attimo.

E poi vide lei sciogliere la striscia dietro il collo del piccolo reggiseno giallo e lasciarla cadere ai lati dei seni. Colse il movimento del corpo che ancor più liberato si ergeva verso il cielo. Lei si piegò sulla borsa ed estrasse un libro, corposo. La donna bionda si sistemò con un ulteriore colpo morbido sulla sdraio, aprì il libro e iniziò a leggere, lasciando scivolare sulla sabbia, con un movimento elegante della mano, un lungo segnalibro.

L’uomo quasi strabuzzò gli occhi. Un libro! Bella e colta! Non poté resistere a lungo alla curiosità. Si alzò e, con indifferenza ostentata, si avvicinò alla donna, la superò e fece finta di osservare il mare al largo. Si girò e vide, gli occhi nascosti dietro i vetri scuri delle lenti, la copertina del libro. La donna stava leggendo “Grey”. La continuazione della trilogia delle “Cinquanta sfumature”.

Sospirò, guardò il seno perfetto su cui avrebbe tanto desiderato poggiare il viso, e andò via scuotendo la testa sconsolato.  Riprese il cammino verso la roccia infondo alla spiaggia.

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Il sentiero e il bastone

Il passo è lento lungo il sentiero. Le suole delle scarpe scricchiolano sui sassi, un passo dietro l’altro. Intorno l’aria è grigia, nel cielo le nuvole si sommano e si mescolano in un manto denso. Intorno è silenzio. Totale, assoluto. E’ interrotto solo dal passo dell’uomo e dal suo respiro che inizia ad essere pesante.

Si ferma, l’uomo. Alza lo sguardo dal sentiero e si guarda intorno. Gli alberi sono fitti, alti e dal verde scuro. Alla sua destra si apre la valle, segnata a metà dal lago piccolo e fermo. Aggrotta la fronte e socchiude gli occhi: la superficie dello specchio d’acqua è immobile, un foglio di carta verde chiaro steso sul prato lungo e sottile che divide le due montagne.

Alla sua sinistra si erge la salita che solca il bosco e la montagna. Si lascia scivolare lo zaino dalle spalle e si tocca la schiena dolorante per la fatica del salire. Si siede su un tronco di un cembro tagliato. Apre lo zaino, prende la bottiglia di acqua e beve. Si pulisce la bocca con il dorso della mano mentre continua a guardarsi intorno. L’erba è alta sotto gli alberi, ma resta sorpreso dalla quantità impressionante di piante dalle foglie così diverse tra loro: lunghe e sottili, corte ed ampie, tondeggianti, zigrinate sui contorni, lisce oppure vellutate, fiori lillà, bianchi, gialli, rossi. Le farfalle volano a scatti andando da un fiore all’altro. Una, dalle ali nere con un punto rosso sull’estremità si poggia sul suo braccio. Sorride, l’uomo, e resta immobile per evitare che si spaventi.

Non può fermarsi a lungo, deve riprendere il cammino. Si alza, tira sù lo zaino e lo sistema con un mugolio sulle spalle. Afferra il lungo bastone di legno. Lo guarda, l’uomo, quel bastone. Lo ha lavorato lui, una delle prime cose che ha imparato a fare una volta arrivato fra le montagne. Ha acquistato un piccolo coltellino dal manico di legno e dalla lama richiudibile. Ha trovato quel ramo nodoso accanto ad una roccia. L’ha afferrato con delicatezza, l’ha soppesato e ne ha intuito l’utilità. Si fermò accanto ad un torrente, tolse le scarpe, infilò i piedi nell’acqua gelata e iniziò a lavorarlo. Con delicatezza, quasi con il timore di fargli male, di poterlo rovinare. Scorticò la pellicola bagnata dal legno, tirò via la muffa di un colore verde scuro, lo grattò in modo uniforme usando il lato non tagliente della piccola lama del coltellino. Poi disegno a mano sul manico, che lavorò per giorni lasciando la corteccia grigio scuro per rendere più comoda l’impugnatura, un piccolo marchio: una semplice “e” circondata da un cerchio che gli riuscì perfetto. Da quel giorno il bastone è stato un compagno inseparabile del suo cammino.

Prima di ricominciare a marciare, inspira a fondo e trattiene il fiato nei polmoni chiudendo gli occhi. Si lascia andare al silenzio, immobile sul sentiero. Resta così per un po’. E finalmente lo sente. Avverte, prima in modo confuso ma poi sempre più chiaramente, un sibilo leggero che si amplia e poi si chiude. Avverte un respiro, quello della montagna. Si china piano e avvicina la mano alla terra. Ne percepisce, e mai c’era riuscito ad avvertirlo in modo così chiaro, il calore che emana. Percepisce la vita sotto le rocce, il pulsare rapido delle piante. Lontano, da qualche parte nel bosco, gli uccelli riprendono a cinguettare e gli scoiattoli a correre sui rami degli alberi. La vita riprende. Nonostante lui. Nonostante la sua presenza, il suo turbare l’equilibrio.

L’uomo riapre gli occhi, espira rumorosamente e riprende il suo cammino.

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Il lago e il calore dei tasti

La qualità della scrittura può dipendere dallo strumento che si usa? Il vuoto di una pagina può essere alimentato da un vecchio portatile che scotta sotto le mani dopo pochi minuti di utilizzo? La polvere accumulata sui tasti, infilata negli interstizi che li separa dalle molle illuminate da un led ormai sfiancato, può distrarre sino al punto di allontanare i pensieri, le idee, qualche stimolo alla fantasia?

Mi chiedo queste cose mentre cerco di riprendere un vecchio racconto che negli anni si è allungato forse anche troppo. E’ lì, sotto i miei occhi o meglio sotto le mie dita: Non è più un racconto, è una bozza di romanzo breve o potrebbe racchiudere lo sviluppo di un romanzo vero. Ne avverto le pieghe, le possibilità, gli sviluppi. Ne percepisco fisicamente la sofferenza dei personaggi, la loro difficoltà a tirare fuori il loro dolore. La difficoltà a renderlo pubblico.

Ogni volta che inizio a rimetterci le mani, nella mia testa riemergono le immagini della montagna, del lago freddo e pieno di colori e di vento che ne sono l’ambiente, la luce, il fondamento e collante della storia. Ma è difficile scrivere immaginando il freddo dell’inizio dell’autunno in montagna quando invece il mio vecchio macbook rimanda sotto i polsi appoggiati sull’alluminio un calore insopportabile che punta all’ustione.

Mi dico da solo che è una scusa per non andare avanti. E’ una scusa per mollare la scrivania, la luce gialla della lampada Luxo (la stessa dei corti Pixar!) alla mia destra e andare in cucina a bere un bicchiere di acqua fresca, un cucchiaio di gelato alla crema oppure sedermi in salone sul divano arancione insieme ai miei figli per guardare MasterChef (programma che odio ma che al piccolo piace da morire).

In realtà la scrittura poteva essere un’opportunità. L’ho gettata via molti anni fa. E’ rimasto un grande rimpianto, la voglia di poter raccontare storie nuove. E’ rimasto solo un grande punto interrogativo. In quel racconto il protagonista ha realizzato quel sogno ma l’ha perso per strada, l’ha venduto ai bisogni del profitto, l’ha cannibalizzato.

Mi assomiglia quel tipo. Molto. Chissà che computer usa per scrivere le sue storie, ormai stanche, per il mercato.

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Le bolle

Le parole escono da un corpo e vanno alla ricerca di un altro corpo in cui immergersi. Le parole sono delle bolle piene di sostanza densa e nutriente. Quando entrano in un altro corpo si pigiano, si infilano nelle fessure, premono, si modellano senza schiacciarsi e quando hanno trovato un cantuccio comodo e accogliente scoppiano. La sostanza densa e nutriente si spande, si mescola alle cellule e irradiano la loro forza ovunque sia possibile arrivare. Le parole hanno bisogno di un altro corpo.

Quando le parole vagano e non riescono a raggiungere nessun altro corpo, o quando lo trovano ma non ci sono fessure in cui intrufolarsi o se ci sono ma una porta ne impedisce l’accesso, la loro cera esterna inizia a seccarsi. Alcune piccole crepe si formano, si arricciano lentamente, poi si slabbrano e infine spaccano la cera delle piccole, anche se molte sono grandi di dimensioni, bolle. E il liquido denso fuoriesce, sgocciola per terra, la bolla si smarrisce e precipita sul cemento o sulla terra seccata dal sole. Non raggiungeranno un altro corpo, non si mescoleranno con altre cellule. Moriranno. Il loro viaggio potrà breve o anche lungo ma sarà comunque vano, inutile.

Le parole escono dal mio corpo. Il liquido denso è il mio. Mi è costato sforzo farle uscire dalla bocca. Le vedo volare nell’aria, vedo come si orientano, in modo un po’ disunito all’inizio ma poi trovano con coraggio la strada. Vedo il corpo verso cui si indirizzano. L’ho scelto io oppure l’ho incontrato per caso. Qualche volta sono un po’ birichine e si dirigono verso altre orecchie, diverse da quelle a cui volevo giungessero. Mi chiedo spesso se dipenda dal caso, non so: un colpo di vento, oppure perché una volta uscite dalle mie labbra acquistano una loro dimensione autonoma, insomma decidano per fatti loro dove andare e chi raggiungere.

Spesso le vedo sbattere contro un corpo. Le vedo respinte o semplicemente rimbalzare non accolte. Volano indietro, sbandando, poi è come se si scrollassero di dosso la paura e prendessero di nuovo la rincorsa. E le osservo, con le sopracciglia sollevato e un vago sguardo preoccupato, sbattere di nuovo, ancora respinte. Loro provano e riprovano, inutilmente. Le vedo sempre più deboli, stanche, deluse. Per poi morire disidratate.

Alcune volte sono accolte, si infilano nell’altro corpo. Ed io aspetto di vedere l’effetto del liquido denso che viene assunto e metabolizzato. Ed invece non succede nulla. L’altro corpo resta inerte, uguale a sé stesso. Per poi essere sputate, impietosamente, dalla bocca dell’altro corpo. Piombano a terra e scoppiano. Il liquido si spande sulla terra, o sul cemento, per poi sciogliersi e diventare vapore sotto il caldo del sole giallo.

Sgomento fisso il volto dell’altro corpo. A sua volta mi osserva con un sorriso beffardo o con un ghigno dalle labbra sottili e amare.

Le parole senza un altro corpo con cui fondersi non hanno senso. E’ un peccato vederle morire così, senza poter fare nulla per salvarle. Perché il liquido denso che contengono è il mio, mi è costato fatica e sofferenza.

Ho deciso che non sopporto più questa sofferenza. Ho deciso che non voglio che escano dalla mia bocca. Ho deciso che non voglio più soffrire.

C’è un solo modo.

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Andare via.

E’ un momento che passa veloce come un flash. E’ un pensiero lucido che con la sua potenza soffia via tutta la polvere incrostata. Quella che si è accumulata negli angoli del cervello e quella che annebbia la vista e che rende la luce interiore offuscata.

Succede senza alcun avviso. Può essere causato da qualsiasi cosa. Uno sguardo, una parola, un inciampo, il rigo di un libro, un haiku.

In quel preciso momento, quello in cui il flash illumina dentro e fuori, si intuisce il peso del superfluo, la sua inutilità.

In quelle rare volte che ho la fortuna di percepire quel lampo, avverto un bisogno denso, magmatico, di pesare le parole. Avverto il bisogno di scegliere con cura i gesti, di rintracciare un filo conduttore, una linea guida. Il bisogno di ritrovarmi, di centrarmi.

Avverto anche, con una buona dose di stanchezza fisica, il bisogno di cercare la pace, di centellinare i pensieri, di sentire la calma che si spande del corpo. E in quel centesimo di secondo so che serve il silenzio. Totale e assoluto.

Sono seduto su una sediola pieghevole di legno su un terrazzo stretto e lungo. Il sole del pomeriggio mi riscalda la pelle. Le doghe sottili della sedia mi fanno male ai glutei e lungo la schiena. Non trovo una posizione comoda, mi annodo e mi sciolgo senza tregua. Allungo le gambe e poggio i piedi sul marmo grigio scuro che delimita una vasca di cemento in cui un folto cespuglio di piante grasse, dalle ampie foglie orlate di lunghe spine, copre la vista delle case basse di fronte al terrazzo. Il mio sguardo coglie, oltre quel cespuglio, solo gli alti pini dai tronchi grigi e storti che delimitano l’inizio della campagna. Quegli alberi sono stati potati in modo maldestro, lasciando alcuni rami lunghi e pieni di foglie ed altri accorciati in misura diseguale e totalmente privati del verde.

Il cielo è sgombro di nuvole ed è di un colore azzurro intenso, saturo della luce del sole che inizia il suo cammino verso il tramonto. Un leggero vento da nord rende i profili netti e nitidi. Tutto appare più luminoso. Alzo il viso verso il sole caldo. Chiudo gli occhi e le palpebre diventano una lastra rossa in cui “vedo” il pulsare nero del sangue nei capillari.

Pum. Pum. Pum. Il sangue scorre lungo il tempo scandito dal cuore. Lentamente scivolo, ed è molto faticoso, nel silenzio, che pure è assoluto intorno a me. In quel momento, esattamente in quel preciso istante, mi appare negli occhi chiusi il tuo viso e sento la tua risata. Vedo le tue gambe che si aprono alle mie labbra. Cerco di ascoltare le tue parole, di capirne il suono, il significato, ma è come se fossero risucchiate da una nebbia densa e invisibile.

Non ci sei. Non ci sei mai stata.

Sò, lo intuisco chiaramente, che devo liberarmi di te. Devo sciogliermi dalla dipendenza da te. Solo tornando un uomo libero potrò fermarmi ad inalare il profumo dei fiori che il vento del nord trasporta nel suo cammino.

La libertà è dentro il silenzio.

Stranamente, e tuo malgrado, me la stai offrendo.

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La lottatrice di sumo

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Ho faticato a trovare questo libro in libreria. Per mesi l’avevo sempre sotto gli occhi ovunque andassi. Nel momento in cui avevo maturato la decisione di leggerlo, puff!… sparito. Sono riuscito a rintracciarlo, ormai afferrato dalla smania di acquistarlo senza aspettare i tempi, comunque brevi, di IBS, alla Feltrinelli della Galleria Sordi a Roma. Ho iniziato a leggerlo in treno al mio ritorno e sono stato teletrasportato in un’altra dimensione. Non subito, però, perché la storia all’inizio è lenta, la scrittura un po’ elementare. Ma subito dopo, però, la storia decolla in una trama geniale e avvincente che mi ha avvolto e non sono riuscito a smettere di leggere. Al netto degli impegni di lavoro e del poco tempo libero ho divorato il libro in poche ore e mi è piaciuto tantissimo. Giorgio Nisini ha saputo costruire una storia splendida, avvincente, con personaggi costruiti benissimo. Tranne qualche piccola pausa nella scrittura la storia ha una struttura semplicemente perfetta, con momenti di intensa emozione. Le ultime pagine sono splendide e chiudono perfettamente la storia.
Un gran bel libro di cui consiglio la lettura.

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