Il mare contrario

La giornata è grigia. Le nuvole nel cielo sono compatte. Il vento soffia forte, quasi di burrasca, da sud. L’aria, stranamente, non è umida ma secca come se il vento provenisse comunque dal nord. Il soffio è violento, sbatte i rami degli alberi che hanno un colore scuro, quasi nero. E’ come se la terra avesse smesso di respirare, stordita dalla burrasca improvvisa. Fa caldo; è un calore che permea l’aria, ed è come se il vento sbuffasse fuori da piccoli buchi neri nell’etere.

Aggiusto l’orologio, faccio partire il gps e inizio a correre. All’inizio non riesco a trovare il passo giusto. Inizio con una falcata lunga, poi rallento, poi riduco la falcata e sento che i muscoli iniziano a rispondere. Mi assesto su un tempo di poco superiore ai sei minuti per chilometro. In fondo alla strada il profilo di due donne che portano a spasso i loro cani. Sembrano le figurine di un fumetto che si muovono a scatti se non fosse per i due cani, che mi sembrano di stazza piccola, che strattonano le due ombre. Dalla loro reazione allo strappo intuisco che sono anziane.

Intorno a me continua ad essere tutto grigio. Un po’ come lo sono i miei pensieri che non decollano, proprio come la mia corsa. Decido di zittire tutto e di concentrarmi sul respiro. Inspirare contando sino a quattro. Espirare sbuffando quattro volte in modo regolare. Il passo continua ad essere stabile. La strada è vuota, solo due donne anziane dai capelli rosso melanzana che parlottano tra di loro con un sorriso di circostanza stampato sul viso. Come guidate da un telecomando al mio arrivo staccano gli occhi l’una dall’altra e mi guardano, continuando con quel sorriso falso appiccicato sulle labbra sottili e screpolate.

Dietro la curva della strada incontro il solito uomo di mezza età con una tuta azzurra fiammante che rientra a casa dalla passeggiata. Cammina veloce, la fronte imperlata di sudore, i capelli tinti appiccicati sulla fronte che disegnano sbaffi di matita colorata sul bianco della fronte. Lo guardo, alzo la mano per un saluto veloce e vado avanti senza voltarmi. Sento che lui, invece, si è girato a guardarmi. Forse mi invidia perché corro o forse penserà anche lui a me come un tizio che, nonostante la mezza età, continua a correre e poi, la sera, si sdraierà su un vecchio divano verde martoriato dal mal di schiena.

Percorro un altro chilometro anonimo. I muri delle case sono grigio chiaro, l’asfalto è pieno di buche ed è anch’esso grigio. Costeggio il piccolo stadio. Osservo gli alti lampioni dell’illuminazione del campo di calcio spenti. Arrivo al largo parcheggio e il vento mi inonda la faccia, spalanco la bocca senza fiato e lui mi entra rapido in gola, lasciandomi senza fiato. Sento le pareti dell’esofago raschiate, come se la raffica avesse aghi e aculei che mi hanno graffiato dentro. Riesco a chiudere la bocca e ad ingoiare un po’ di saliva. In realtà non ho spalancato la bocca per il vento , ma per lo spettacolo nel cielo e intorno a me.

All’improvviso, dopo l’ultima curva che si spalanca sul piazzale del parcheggio dello stadio, si è aperta la campagna gettando via dietro le mie spalle il cemento e le ultime case della città. Il grigio è stato ingoiato dal verde. Dalle infinite tonalità del verde della primavera. Aumento il passo, corro veloce verso la stradina che si infila negli alberi. A sinistra un immenso campo di grano verde che era stato arato un mese fa. Adesso il grano è alto, fitto, rigoglioso, con le spighe giovani che si alzano dritte e sfidano il vento: non si piegano e restano orgogliosamente ferme sotto le raffiche. Al bordo del campo il contadino ha nuovamente arato e una strada piccola, gialla, si infila dentro questa piccola foresta di piante. Alla mia destra, invece, è pieno di cespugli di erba dal colore verde chiaro e luminoso, in mezzo a banchi di fiori gialli e blu. Qualche papavero dal rosso intenso si alza anch’esso dritto ma con il fiore leggermente curvato contro vento.

Sono senza fiato, per il vento che soffia dritto contro di me e la fatica aumenta passo dopo passo. Ma sono senza fiato anche per questo spettacolo gratuito che mi commuove. Oltre il rumore del vento che si infila tra l’erba e i fiori sono schiacciato da una coltre di silenzio denso. Alzo lo sguardo verso il cielo e mi fermo. Le nuvole, compatte, sono delle onde che lo solcano a strisce gonfie di spuma, una dopo l’altra, e scivolano verso l’orizzonte come un mare infinito. Resto a bocca aperta. Prendo il cellulare e le fotografo. Guardo lo schermo e vedo invece solo un cielo piatto e dritto. Guardo di nuovo verso l’altro. Sono onde, alte, maestose e in movimento. Riprendo a correre e il vento diventa un muro solido contro cui è molto faticoso aprirsi un varco per passare. E’ come se nuotassi contro la corrente, sudando e faticando e disperando di potercela fare.

Mi sento così, disperato di potercela fare. Ma contro questo mare grigio al contrario, cioè il mare che è lì, sopra di me nel cielo, e immerso nel verde intenso mi voglio perdere.

Voglio perdermi qui, in mezzo a questo nulla così pieno.

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L’Uomo Nero

Era notte. Una notte profonda in cui il silenzio è di stoffa e avvolge tutto con il suo mantello spesso e opprimente. Libero non riusciva a dormire e la paura gli stringeva la gola. Lui non lo poteva sapere ancora, ma per tutti i bambini la notte è un territorio sconosciuto in cui ogni cosa svanisce nell’ombra e fa paura. Intuiva, però, che quel territorio aveva un suo fascino; d’accordo, un po’ nascosto ma lo aveva. Dentro di sé “sentiva” che non potevano esserci solo cose brutte dentro quel vuoto di colori e di rumori. Non poteva essere un grande telo che si mangiava tutte le cose belle del giorno. Oppure se le portava via il sole al tramonto? Libero non lo sapeva, ci rifletteva sù ma non riusciva, nonostante si impegnasse anche fisicamente, a scoprirlo. C’erano dei momenti in cui poggiava i gomiti sul tavolo tondo della sala da pranzo, si prendeva il viso tra le mani, stringeva gli occhi e aggrottava la fronte per pensare. Suo nonno gli aveva spiegato che con quel trucco si sarebbe concentrato meglio. Ma anche quel consiglio lo convinceva poco. Lui adorava il nonno ma non lo vedeva mai con i gomiti sul tavolo e la fronte aggrottata per pensare meglio. Anzi, lo vedeva sempre in piedi, alto ed ossuto, con i suoi grandi occhi azzurri, i radi capelli biondi sulla testa tonda e lunga, e con il suo meraviglioso sottile sorriso buono disegnato sulle labbra. Però, dopo averci pensato su, provava comunque ad applicare il consiglio del nonno. Non riusciva, però, a venirne a capo e la notte continuava ad avere paura di un mucchio di cose: del ticchettio metallico dell’orologio a pendolo che batteva il tempo nel corridoio dal pavimento lucido di marmo grigio, degli scricchiolii del legno dell’armadio nella stanza da letto, del momento in cui la lampada delle scale, alle dieci di sera, si sarebbe spenta, del silenzio denso della strada in cui non passavano che pochissime macchine. E che sollievo era per lui nella notte sentire da lontano il rumore di un motore di un auto e poi vedere la luce dei fari che illuminava i muri del palazzo di fronte alla sua finestra, che finalmente spezzava l’angosciante buio della notte.

“Quella” notte, all’improvviso, il pendolo iniziò il suo lento e inesorabile rintocco delle ore. Lo faceva solo una volta la notte: a mezzanotte in punto. Il bong del piccolo disco di metallo era ovattato, sapeva di polvere e di grasso. Libero ne intuiva l’odore azzurro di un tempo antico, che a lui sfuggiva. Durante il giorno era una compagnia, anche se un po’ inquietante, ma la notte l’angoscia e la paura aumentavano.

Qualche racconto che aveva rubato, ascoltando con l’orecchio incollato alla porta chiusa della camera di fianco i discorsi dei fratelli, che a lui erano vietati, parlava di un misterioso uomo nero che al rintocco della mezzanotte entrava nelle stanze dei bambini per rubarli e portarli via. Ogni notte il suono del pendolo scatenava in lui il terrore e allora aguzzava le orecchie e ascoltava il silenzio della casa. E quasi ogni notte, spezzando il solido silenzio nero che circondava e ingoiava la casa, lui sentiva il fruscio del passo di quel misterioso uomo nero. Libero infilava, terrorizzato, la testa sotto le coperte. Resisteva poco perché l’aria gli mancava quasi subito. Il suo respiro era accelerato dalla paura e lo spazio, lì sotto, era poco. Era costretto ad uscire la testa e a ingoiare l’aria inalandola con un grugnito. Spesso la notte vedeva che la luce della cucina accesa. Qualcuno si era alzato. L’uomo nero che accendeva la luce? E che uomo nero era? Quel pensiero lo rendeva dubbioso e, quasi inavvertitamente, si rilassava mentre invece qualcos’altro restava in allerta. Poi la luce della cucina si spegneva, il fruscio delle pantofole, e capiva come fossero proprio le pantofole del padre, si allontanava e lui finalmente poteva abbandonarsi, un po’ più tranquillo, al sonno.

“Quella” notte sentì i dodici bong dell’orologio. Era sveglio da tempo e, stranamente, la luce delle scale era rimasta accesa. La intravedeva dalla porta a vetri della sua stanza da letto che si affacciava sul lato del corridoio che andava verso la porta d’ingresso. In quel piccolo paese in cui la famiglia si era trasferita da qualche mese la porta d’ingresso non era tutta di legno, come lui era abituato a vedere, ma nella parte superiore aveva un lungo rettangolo di vetro che lasciava filtrare la luce che illuminava le scale del palazzotto in cui era andato ad abitare. Era una luce fioca, arancione, spesso tremolante. La notte era però una compagnia discreta ma rassicurante per Libero. Fino alle dieci. Poi anche lei era ingoiata dal buio profondo.

All’ultimo rintocco Libero restò in attesa del fruscio discreto dei passi dell’Uomo Nero. Ma il silenzio quella notte era ancora più solido delle altre. Era un silenzio totale che gli opprimeva le orecchie. Riusciva solo a sentire il sibilo metallico dentro le sue orecchie. E gli faceva paura, più paura del solito. Alzò la testa dal cuscino cercando di afferrare il respiro di qualche suo fratello che dormiva nelle stanze vicine, o il russare graffiante del padre, oppure lo sbuffo ritmico della madre. Invece non arrivava nulla. Solo il silenzio, totale, profondo, angosciante della notte. E lui maledì suo padre che l’aveva costretto ad andare a vivere in quel piccolo paesino in cui la notte tutto sembrava morto, fermo, immobile. Anche il respiro delle persone. Girò lo sguardo verso la finestra. Vide uno strano chiarore illuminare il muro del palazzo di fronte. Non arrivava il rumore di nessun motore e sembravano fari di una macchina o di una moto. Era una luce lenta, oscillante e flebile. Poi sentì un fruscio. Di scatto guardò verso la porta della stanza cercando l’ombra dell’Uomo Nero. La porta non si aprì e il fruscio non veniva da là dietro. Cercò di calmarsi e gli parve che il rumore provenisse dalla strada. La luce continuava ad avanzare e illuminava pezzi più ampi del palazzo. Oscillava avanti e indietro, come una barca scossa dalle onde del mare. Il fruscio si fece più nitido e lui afferrò il rumore strascinato del passo di qualcuno. Sì, proveniva dalla strada. Libero era sì terrorizzato, ma in lui c’era una spinta nuova: la voglia di capire. La sua prima reazione fu quella di infilarsi sotto le coperte, di spingersi in fondo al letto. Lì sotto si raggomitolò su sé stesso. Ma non era contento di sé. Qualcosa, nascosto da qualche parte, lo spingeva a cercare. Cos’era quella luce?

Risalì lungo le lenzuola bianche del suo piccolo letto, afferrò il bordo con le mani e lentamente spinse il viso oltre. Girò la testa verso la finestra. La luce era lì e sentì anche una voce. Non afferrava le parole di quella voce. La curiosità ebbe la meglio della paura. Spinse via le coperte e si sedette sul bordo del letto. Infilò i piedi nelle pantofole rosse e si alzò. Il freddo lo investì e gli provocò un tremore incontrollabile. Si strinse con le braccia, strofinandosi vigorosamente senza abbandonare con lo sguardo la finestra. Dalla sedia alla base del letto prese la sua felpa e la indossò velocemente in fretta perché la paura era lì, non mollava la presa sul suo cuore.

Pian piano iniziò a camminare, strascicando i piedi, verso la finestra. La luce continuava a muoversi piano, quasi con una sottile delicatezza; la luce risaliva lungo il muro giallo del palazzo. Raggiunse il vetro e buttò lo sguardo verso la strada. Un uomo camminava lento, una mano alzata che reggeva un lume. Dietro le piccole pareti di vetro e metallo del lume una fiamma gialle e rossa ardeva. L’uomo era alto e molto magro, il suo passo era spezzato da una evidente zoppia della gamba sinistra. Si appoggiava ad un lungo bastone, che a Libero parve di legno, ed il suo passo era comunque elegante. Per un attimo gli ricordò il nonno. L’uomo aveva lunghi capelli sulle spalle, ma radi sulla testa, Un passo zoppicante a sinistra accompagnato da un colpo secco del bastone, un passo dritto a destra tenendo alta la mano con il lume. Quella figura emanava un fascino avvolgente e Libero non riusciva a staccare gli occhi da quell’uomo. Che faceva per la strada? Perché aveva il lume in mano. Gli apparve come una figura di un lontano passato e che si era smarrita lungo le strade del paese. Libero aprì la finestra. Un vento gelido entrò nella stanza. Il bambino si rincattucciò nella felpa di lana spessa, e si affacciò poggiando le mani sul metallo freddo della ringhiera. L’uomo, giù nella strada, si fermò e alzò la testa girando lo sguardo intorno a sé, come se cercasse qualcosa nell’aria buia della notte. Poi ad alta voce disse: “E’ la mezzanotte del 24 dicembre! E tutto va beneeee!”. Libero per un attimo si ritrasse spaventato. Poi, lentamente, si riaffacciò. Guardò ancora l’uomo che ripeté la frase, con una voce limpida, fredda come l’aria che tagliava il viso del bambino: “E’ la mezzanotte del 24 dicembre! E tutto va beneee!!!”

Poi, all’improvviso, alzò la testa e si girò verso la finestra dove era affacciato Libero. Strinse gli occhi per osservare meglio. Vide il bambino, un sorriso comparve sulla sua faccia grigia, e gli gridò: “Buon Natale Libero! Buon Natale!”. Si girò e andò via. Un passo zoppicante a sinistra, un colpo secco del bastone; un passo dritto ed elegante a destra con la mano alzata per tenere ben alto il lume.

Libero restò, con la bocca aperta e sorridente, affacciato sino a quando il buio non ingoiò la strada e il palazzo di fronte alla sua casa.

“Buon Natale!” pensò Libero, mentre chiudeva, morto di freddo, la finestra per tornare a letto.

Libero Laera, oggi, è un uomo adulto. E’ un ispettore di polizia di quella stessa città che da piccola, nel frattempo, è diventata grande. Ogni giorno della sua vita cerca la verità e la giustizia. Non trova né l’una, né l’altra. E’ un uomo disilluso. Ma continua a cercare.

Oggi, però, non ha spazio per molti pensieri. Con gli incisivi infilati nel labbro risale le scale di un palazzotto dai muri scrostati dall’incuria, anche la sua, e dall’umido di quella maledetta città. E’ domenica, e ancora il profumo del sugo stracotto con le braciole e le polpette di carne di cavallo inonda l’aria delle scale del piccolo condominio. Inspira forte con il naso, Libero Laera, suo malgrado. E chiude gli occhi cerando di tornare indietro nel tempo. Vorrebbe aprire la porta della casa e sperare che il profumo venga da lì dentro; che il sugo sia pronto per tuffarci dentro la pasta, spolverarla con un mucchio di parmigiano e spolverarci il pepe nero.

Apre la porta di casa. Il profumo non viene da lì. Da quelle stanze, da quella casa, arriva solo un profumo di polvere, un leggero sentore di muffa e di chiuso. Accende la luce nell’ingresso. Una lampadina a incandescenza, Libero pensò “allora ce ne sono ancora in giro!”, oscillò illuminando flebilmente il corridoio di fronte a lui. Passeggiò lentamente dentro la casa, una stanza alla volta. Tutto era vuoto, i suoi passi rimbombavano sui muri. Nella stanza da letto, quella che un tempo fu dei suoi genitori, per terra erano impilati cinque o sei cartoni. Libero si avvicinò, li aprì: lenzuola, un paio di coperte marroni, due cuscini di lana ormai gialli. Libero richiuse subito i cartoni. Un colpo di tosse gli bloccò il magone che veloce risalì dal suo stomaco.

Lentamente si diresse verso la sua stanza da letto. Nel corridoio si fermò a fissare l’alone bianco dell’orologio a pendolo sul grigio sporco del muro. Chiuse gli occhi per riportare alla mente il bong di quell’orologio che da bambino aveva maledetto per anni. E che ora, invece, gli mancava tremendamente. Scosse la testa e aprì la porta a vetri della stanza. Prima di entrare girò lo sguardo verso la porta d’ingresso. Il grande vetro rettangolare sopra il legno massiccio della porta era lì. Libero sorrise al ricordo della pace che la luce della scale gli regalava la notte. Tirò un lungo sospiro ed entro nella stanza. Era vuota, come tutta la casa. La stanza gli parve molto più grande di come se la ricordava. Si guardò intorno, accarezzò con lo sguardo i muri. Poi si diresse verso la finestra, l’aprì con difficoltà perché il legno scrostato e gonfio strideva sulle scanallature. Si affacciò e guardò giù in strada. Il traffico delle macchine scorreva lento e irregolare, colpi di clacson si susseguivano, la gente camminava immersa nei propri pensieri sui marciapiedi. Alzò lo sguardo di fronte a sé. Il vecchio palazzotto era stato abbattuto. Ora c’era un alto palazzo rivestito da grandi vetri a specchio. Libero scosse ancora la testa. Alzò lo sguardo verso il cielo e all’improvviso urlò: “E’ mezzanotte del 24 dicembre! E niente va beneeee!!!” Lo urlò due volte. Nessuno udì quell’urlo.

Libero chiuse la finestra e uscì dalla casa senza girarsi. Fra due giorni sarebbe stata venduta. E del suo passato non sarebbe rimasto più nulla. Se non il suo nome: Libero.

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Il tempo scorre

Spesso ho sentito dire che dopo i cinquant’anni il corpo inizia rapidamente ad invecchiare. Non ci ho mai creduto granché. Ora ho 53 anni. E credo che sia, invece, vero. Sarà perché ho vissuto momenti migliori nella mia vita, sarà perché troppe cose vanno storte, ma il mio fisico inizia a dare segnali di cedimento che mi sorprendono; e non poco. Dopo oltre vent’anni ho avuto l’influenza e quel cavolo di virus si è girato in lungo e in largo il mio corpo, già un bel po’ magro, lasciandomi a pezzi. Era venerdì notte e, ancora con la febbre alta,  mi sono svegliato di soprassalto nel letto. Avevo fatto un brutto sogno in cui l’elemento dominante, come spesso mi capita, era l’acqua. Avevo sognato un mare in tempesta schiacciato da nuvole gonfie e nere. Il vento era forte ed io dovevo necessariamente solcare quell’acqua scura e incazzata con una nave, tra l’altro non molto grande. Insomma era un sogno decisamente angosciante. Mi sono svegliato proprio nel momento in cui la nave salpava ed iniziava a ballare paurosamente tra le onde alte e frastagliate. Non ho avuto molto tempo per pensare e mi sono ritrovato in piedi per tentare di andare a bere un bicchiere di acqua.  Ho avvertito un dolore acuto dietro la schiena e mi sono ritrovato a mugolare per il dolore, cercando però di non svegliare nessuno, perché non riuscivo più a camminare. Il colpo della strega!

Da quel giorno ne sono passati altri dieci. Il dolore è rimasto lì, a farmi compagnia. Per altri quattro giorni l’unico posto in cui riuscivo a respirare è stato il mio divano arancione. Mentre in qualunque altra posizione non avevo pace: il dolore era continuo, acuto, assordante.

Odio assumere farmaci, in particolare gli antinfiammatori. Sono andato avanti con il mio mitico Fastum gel che piano piano ha fatto il suo sporco mestiere. Il miglioramento era impercettibile ma io l’avvertivo. Sono rientrato al lavoro, guidando tra una bestemmia e l’altra e pregando di non dover frenareall’improvviso perché non ce l’avrei fatta. In certi momenti desideravo avere tra le mani il mio bastone della montagna, sia per aiutarmi nella fatica del camminare tra corridoi e scale da salire in continuazione che per colpirmi quella maledetta schiena.

Sentire il medico? Certo: risonanza magnetica da fare (un’altra!) e una settimana di antinfiammatori pesanti. Non se ne parla proprio, per cui vita normale (tra urla e ancora bestemmie) e continuare con il mio Fastum gel. Qualche giorno fa, non contento, ho ricominciato un minimo di attività fisica. Per cui un paio di camminate pseudo veloci, tra dolori, noia e altre bestemmie.

Arriviamo ad oggi. Un’altra giornata grigia di lavoro. La solita depressione, quel vuoto pneumatico che si infila nella testa a fare per ore un qualcosa che non sa di nulla, che non ha odori, nemmeno saporie che in certi momenti assomiglia ad un bicchiere di acqua di rubinetto un po’ puzzolente mentre invece si ha desiderio di una bella birra ghiacciata oppure, perché no?, di un bicchierino di grappa di Nosiola. Ed invece tocca bersi qull’acqua mefitica e incolore.

In sintesi, torno a casa e finisco a fatica di leggere i giornali sull’ipad. Poi, per tentare di distrarmi, gioco una partita a tennis sempre sull’ipad e stravinco facile (sono Federer che si prende una bella rivincita su Seppi). Mia moglie mi guarda, tirando fuori la testa dal MacBook Air in cui da giorni infila i voti dei compiti di Latino corretti nel fine settimana: “vai a comprare le mozzarelle?”. Ok. Mi infilo il giaccone e vado. Fuori c’è un vento secco di tramontana che taglia la faccia, chiudo gli occhi e aspiro l’aria profumata e fredda. Pian piano si infila un pensiero nella testa. “Ma sì… perché non provare?” E’ un rischio, mi dico. “Corrilo!”.

Mi fiondo a casa, novello Superman mi cambio d’abito e sono di nuovo fuori, non senza un rapido saluto con la mano verso mia moglie e mio figlio che mi guardano in tralice. Non dicono nulla e li adoro per questo.

Uscendo afferro l’iphone e attivo le due app. Sono sulla strada. Il cemento è arancione per le luci. Le pozzanghere sono larghe e luccicano come pianeti caduti. Il vento si infila forte tra le foglie degli alberi che circondano il serpente della strada e il sibilo diventa un urlo che sale da dentro i tronchi scuri.

Mi guardo i piedi, mi tocco la schiena e, finalmente, parto! Dopo più di due settimane torno a correre. Il passo è lento, ho un po’ di timore. Ma proseguo. Ritrovo subito il mio ritmo, ascolto l’urto leggero e ritmico della gomma sull’asfalto, ogni tanto intervallato dal ciak dell’acqua. Chiudo gli occhi un attimo, alzo la testa e lascio che la tramontana si infili nelle mie narici, che il profumo dell’erba bagnata arrivi dentro la mia testa, che i pensieri si gonfino di nuova linfa, che il flusso dei pensieri riprenda e scaccino il grigio torpore di una giornata, un’altra!, inutile.

Riapro gli occhi ritrovo tutto: la vita, la passione, il senso, il piacere della natura. Guardo il cielo, le nuvole arancioni che si rincorrono veloci sul blu cobalto, intravedo la luce della luna calante, qualche stella che è più di una puntura luminosa e che diventa una piccola palla. Sarà Venere, oppure Marte, o qualche alieno che ci osserva dall’alto e lontano con una smorfia di disgusto? Corro, cavolo, corro! Vedo la mia ombra sul cemento, rivedo le mie braccia strette al torace, le lunghe gambe che si inseguono. E poi arriva il vento gelato che mi sferza il viso, che si infila nelle maglie del cappello di lana, che si intrufola delicato lungo il collo e che mi fa il solletico.

E poi non penso più, guardo solo il mondo intorno a me che mi viene incontro ma io vado veloce, come lo sono i pensieri, i ricordi, il piacere. Non c’è più freno. E’ vita, pura, profumata, fresca. Come il vento che lascio alle mie spalle.

Il dolore non c’è più. So che tornerà. Ma non importa. Mi sono ritagliato una mezzora di pura vita. E anche se ho 53 anni, corro come il vento. E la corsa mi ha riportato qui, su questo foglio di carta bianco e mi ha fatto scrivere. Di nuovo. Dopo tanto tempo. Troppo. Ma mi ero inaridito. Probabilmente lo sono ancora, arido. Ma oggi ho corso. Ed è stato bellissimo, come sempre. E finalmente mi posso godere, con un gran sorriso disegnato sulle labbra, il suono acuto di mio figlio che soffia dentro un flauto. Chiudo gli occhi e sono ancora lì, sulla strada, a correre in mezzo al vento e al freddo profumato della sera.

 

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Il pullman blu

E’ lì, davanti a me. Il centro del problema è lì. Ci posso girare in tondo quanto voglio, ma è lì. Lo scrivo sull’iphone. Due righe: “Non ne posso più di questa vita. Voglio altro.” Le guardo. Due piccole righe, intervallate da un invio a capo per sottolineare l’importanza della seconda frase. Il concetto è chiaro. E’ nero su una nuvola bianca.

Il pensiero corre lontano nel tempo, a tanti anni prima. Rivedo un pullman blu pieno di ragazzini. Fuori è buio, la strada corre nera sotto i fari gialli del mezzo. La mezzeria scivola frantumata e scheggiata sotto gli occhi di un ragazzo. Alza lo sguardo e intorno a lui vede un nugolo di ragazzine e ragazzini vocianti. Osserva le loro bocche aperte; intuisce, sotto le magliette bianche delle ragazze, piccole protuberanze. Avverte un turbamento nell’inguine, ancora non ne conosce il motivo, non sa che quel movimento condizionerà il suo futuro, la sua vita. La vede due file di sedili più avanti: è snella, alta, i lunghi capelli neri, la frangetta che le copre la fronte, i grandi occhi neri tristi che fissano qualcosa nel nero oltre i vetri. Inconsapevole si disegna sul volto del ragazzo un sorriso, avverte un turbamento ancora più intenso, quasi alle soglie del dolore. Poggia il viso sulla mano e con un gesto automatico si alza su polso il bordo del maglione rosso che, troppo lungo, si era allungato coprendola. Lo sguardo resta fisso su di lei. Evidentemente è troppo intenso, troppo fisso, troppo serio. Lei lo avverte. Si gira, lentamente, verso quella cosa che lei avverte su di sé. Gli occhi si incrociano. Lui sbanda, un attimo, e gira subito lo sguardo via. Sente le guance arrossarsi per l’imbarazzo. Ma il desiderio di lei è troppo forte e dopo qualche minuto si gira nuovamente verso la ragazzina. E lei è lì, ancora girata verso di lui. Ora un impercettibile sorriso le stira le labbra. Lui resta incantato. Sa di essere diventato viola, ma ora non gli importa più. Si perde in quei grandi occhi neri, nei suoi lunghi capelli. Una domanda si insinua in quel momento di estasi nella sua mente: gli occhi, i suoi grandi occhi scuri, restano distanti. Sono incuriositi dal ragazzo, questo lui lo capisce, m restano distanti, tristi. Di una tristezza profonda, quasi indissolubile.

Quella domanda è rimasta dentro di me per lunghi, lunghissimi, anni. Perché, pur sorridendomi, quegli occhi erano tristi? Poggio l’iphone sul tavolino scrostato davanti a me. Prendo, con entrambe le mani, un mucchietto di foto. Sono vecchie, i colori sbiaditi. Sono foto che raccontano una vita, la mia. Ma sembrano momenti della vita di un’altra persona, sconosciuta. Le scorro, una dopo l’altra; sono in divisa militare, i lunghi e ribelli capelli che mi coprono la fronte, lo sguardo divertito in posa davanti alla macchina fotografica; il primo giorno di quinta elementare, un bambino impettito con una borsa da uomo di pelle nera che, troppo grande per lui, il padre gli ha imposto. La guardo con attenzione e sorrido nel rivedere lo sguardo arrabbiato di quel bambino, costretto in un vestito con la cravatta a soli dieci anni. Ricorda il sogno di un paio di jeans che vedrà solo molti anni dopo e che comprerà con un gesto di ribellione che gli procurerà una minaccia di una bottigliata in testa. Ma la spunterà.

Poi, tra le mani, all’improvviso mi rivedo in quel pullman blu. Il maglione rosso, i capelli lunghi sul collo, il viso sulla mano. Intorno a quel ragazzo ci sono altri ragazzi e ragazze che urlano. Lui, invece, ha lo sguardo fisso sul finestrino, ad osservare la notte che scorre via. In quel nero tufferà la sua solitudine, la sua tristezza, quel sorriso che l’ha catturato per pochi secondi e che poi perderà. Per sempre.

Poggio le foto sul tavolino e mi lascio andare sul divano. Riprendo l’iphone. Sospiro. Sento l’aria che scende nei polmoni, il diaframma che si distende. Sento il silenzio intorno. Il silenzio della solitudine. Guardo lo schermo. Rileggo le due righe. Sono ancora lì, sospese.

Senza risposta.

Nota dell’autore: Tutti i racconti sono, ovviamente, inventati e non hanno alcun riferimento diretto alla realtà, anche se ne traggono ispirazione. Queste storie vogliono solo raccontare momenti, spezzoni di vita, attimi. Non hanno un senso compiuto ma vogliono solo mettere in evidenza delle emozioni; quelle che ognuno di noi vive quotidianamente e che, talvolta, non si ha il coraggio di guardare in faccia, di afferrare con la giusta concentrazione. Sono solo attimi. Attimi di vita. Inventati. E non dimenticherò mai chi mi ha dato, alcuni anni fa, la forza di provare a scriverli.

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Lo smartempo

Non trovava pace. Riprendeva il cellulare, con uno slick lo attivava e ripartiva la ricerca vana di un gesto della donna. Contemporaneamente, sul vuoto nello schermo, ripartivano i pensieri, lucidi ma solo per un attimo, perché poi, invece, partivano le legioni delle giustificazioni. Ci sarà stato un motivo, nascosto da qualche parte. E lui si afferrava a quel motivo creato nella sua mente.

Il tempo passava, le rughe sul suo viso aumentavano, la ricerca della vita in quell’oggetto sottile e metallico lo allontanarono disperatamente dalla vita vera. E lui si perse il passare delle stagioni, le passeggiate lungo il porto tagliato dal vento secco della tramontana, le riflessioni sulla vita, l’acquistare le fragole dalla bella fruttivendola sotto casa, le chiacchiere mattutine con la giornalaia, che nel frattempo era invecchiata e pareva infeltrita come un vecchio maglione di lana logorato dal tempo e dall’uso.

I giorni scorsero veloci e indifferenti, le settimane tutte uguali spiegazzate come un foglio di carta consumato, i mesi volarono inseguendo le foglie nel vento.

Finché una mattina si guardò allo specchio e vide un vecchio. Gli sorrise stancamente, abbassò la testa e con una mano sottile afferrò il cellulare. Pigiò con poca forza sul tasto di accensione, inutilmente. Provò e riprovò. Ma non si accese.

Scosse la testa, si girò e aprì la porta del bagno, infilò il corridoio e ciabattando si diresse verso la cucina. Con un piede premette la leva e si alzò il coperchio del bidone della spazzatura. Guardò il cellulare nella sua mano. Lo accarezzò e poi lo gettò nella busta nera.

Aprì la finestra, uscì sul balcone, annusò l’aria fresca e profumata. Un odore intenso, un miscuglio di gelsomino e di agrumi. Guardò il cielo. Un picchiettare intenso, come quello delle gocce di una pioggia di fine estate, lo accerchiò. Il cielo diventò nero: milioni di storni passarono nel cielo fitti e ad una velocità impressionante. Tutto il cielo ne fu coperto. Dopo diversi minuti , e dopo una infinita coreografia di disegni nel cielo, la luce tornò e lo stormo volò via.

Il foglio azzurro del cielo si ripulì e lui vi infilò il suo sguardo.

E si smarrì. In pace.

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Titoli di coda

Le luci in sala si accendono, mentre scorrono i titoli di coda. Lettere bianche scivolano veloci sul telo nero. I pensieri si accavallano mentre l’adrenalina gocciola via, piano.

I faretti bianchi illuminano la sala di getto. Socchiudo gli occhi, accecato dalla luce improvvisa. Mi massaggio la fronte. Due ragazze al mio fianco si alzano di scatto. Una getta il bicchiere dei pop corn per terra. Le guardo le gambe scoperte da un vestito chiaro e corto. Sono lunghe e affusolate, coperte da collant neri. Mentre passa le guardo il viso. Scuoto la testa e distolgo lo sguardo da lei, è molto, troppo, giovane. Ho ancora le gambe accavallate e il volto appoggiato sulla mano, come se dovessi ancora vedere il film. Invece è finito.

Nella fila davanti un gruppo di coppie di mezza età si muove lentamente, infilando con calma i giubbotti e le sciarpe. Sono in piedi e mi coprono la vista dello schermo.

Non sopporto chi va via senza vedere i titoli di coda di un film. In quelle file di nomi, di sigle, di parole scopro il mondo sommerso di un’opera d’arte. Riesco a conoscere almeno il mondo di tutti quelli che lavorano nell’ombre e che rendono possibile la tessitura di quella storia che ho appena visto. La scelta dei luoghi, i vestiti, le sceneggiature, i tecnici del suono, quelli video. Senza di loro il regista non potrebbe fare granché. Eppure non si conosceranno mai i loro volti, le loro voci, i loro sorrisi o gli scatti d’ira, il loro modo fi gesticolare o di muovere le mani sugli strumenti, che sia un computer, un microfono, una macchina da presa, un pennello.

Ma questi qui, nella fila davanti, non si siedono e né vanno via.

Sospiro, afferro il giubbotto e lo zaino. Mi alzo per andare via. I gradini del corridoio di uscita sono illuminati da lunghi neon che schizzano di bianco il linoleum grigio antracite.

Mi dirigo verso la porta metallica di uscita. E mentre aspetto il mio turno, giro la testa. E ti vedo.

Sei ferma, in mezzo alla fila, tra un uomo basso e grasso e una donna distinta che tiene stretta la borsa con entrambe le mani. Ti sei fermata, hai stretto gli occhi ed è come se mi stessi soppesando.

Sono passati anni. Quanti? Il cervello insegue rapidamente i ricordi. Sette anni. Sette. Com’ero sette anni fa? Non ricordo e un sorriso si disegna sulle mie labbra. O un sogghigno, non so. So solo che è passato molto tempo e la crepa è ancora lì, intatta.

Ti guardo. I capelli ora sono più lunghi, sciolti sulle tue spalle. Sembri uguale, come se gli anni, i mesi, i giorni, le stagioni, le foglie cadute e poi ricresciute, il vento gelido dell’inverno e quello rovente dell’estate, non avessero intaccato nemmeno una ruga del tuo volto. O forse sono io che voglio vederti così. Cosa darei per un tuo sorriso. Solo per me, almeno per una volta.

“Allora?” Una signora con occhiali spessi e scuri mi spinge, con delicatezza, su una spalla. Mi scosto, con un gesto di scusa, e la lascio passare. Dietro di lei segue il gruppo della fila che era davanti alla mia. Li guardo in fila, disciplinati e impeccabili; poi mi giro a cercarti.

Sei ferma. I tuoi occhi scuri sono limpidi, luccicano intatti, e guardano me. Ancora una volta stringi le palpebre, come per mettermi a fuoco. Mi infilo in quello sguardo. La ferita, dentro di me, è aperta e il sangue sgorga intenso, spesso, vischioso. Il dolore è lì. C’è sempre stato. Uguale. Ma lo scopro solo ora. Una smorfia di dolore sul mio viso.

Ora li spalanchi, quegli occhi scuri e curiosi. Poi, lentamente come in una moviola, li abbassi, scuoti la testa e ti dirigi verso la porta metallica nera che un signore mantiene aperta con un piede per farti uscire. La mantieni con la mano, mentre riprendo a salire le scale, verso di te.

Ti fermi, è un attimo, giri la testa verso di me. E mi sorridi.

Resto immobile. Sento il gorgoglio del sangue e il dolore intenso della ferita.

E’ un attimo. Poi sei scomparsa.

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L’acqua scivola sulla luna

Piove. Il sole è scomparso dietro l’orizzonte. Il cielo è nero ed è gonfio di nuvole. L’acqua scivola lentamente dall’alto. Sono gocce leggere che cadono sul cemento e allargano le pozzanghere con una sottile scarica di “plof”.

Cammino sulle chianche del vialetto, evitando le piccole pozzanghere. Esco dal cancello. Abbasso lo sguardo e osservo i miei piedi sul cemento. Le luci arancioni sulla strada trasformano il mondo in bianco e nero, con una tonalità asciutta che vira verso il seppia. Mi sento infilato in un mondo antico, senza odori e sapori.

Allungo la mano e sento le gocce cadere sulla pelle. Alzo il cappuccio sulla testa e all’improvviso i rumori si gonfiano, come onde del mare. Guardo a destra, poi a sinistra.

Ed inizio a correre. Il passo rimbomba sul cemento arancione. Il cappuccio lo amplifica. E’ come un “bong” su un tamburo. Accelero e diventa il ritmo sincopato di una batteria.

Il “bong” si unisce al “ciaf” delle scarpe che battono nelle pozzanghere di acqua nera e il ritmo è completo. Mi ritrovo a danzare sotto la pioggia, il vento che si infila nel cappuccio e mi gela la nuca.

Lentamente la corsa si regolarizza, il respiro segue i passi e si abbassa, i muscoli si riscaldano sotto i leggins termici. Anche i pensieri, come un motore che aumenta i giri e lubrifica le pareti dei pistoni, si incardinano e trovano la loro sequenza ritmica e logica.

La strada, i marciapiedi, i muri delle case, i lampioni, si dissolvono. Gli occhi ricordano, le immagini si formano, i contorni si schiariscono. Vedo un lungo corridoio bianco, le luci a neon scorrono verticali dal basso verso l’alto. Le vedo appannate perché le lacrime escono da sole, anche se cerco di fermarle.

Una macchina lampeggia. Chiudo gli occhi. Li riapro. Sono di nuovo nella strada, rivedo intorno a me il cemento arancione, i marciapiedi grigi, i muri bianchi. La pioggia è un reticolo silenzioso che mi bagna il viso. La macchina passa veloce. Osservo l’acqua che schizza sotto le ruote, uno spruzzo nero che si tuffa nelle pozzanghere. Scarto per evitare di essere bagnato.

I ricordi rallentano, scivolano, si spezzettano, perdono la sequenza, si sgonfiano sino a diventare pezzi che non si possono più incollare e tenere insieme. Scivolo nel silenzio della strada. Il ritmo del tamburo si è perso nelle macchie nere dell’acqua che spezzano la mezzeria della strada.

La pioggia si interrompe di colpo, il vento cala. Ora ascolto il “tonf” ritmico delle scarpe. Poi, all’improvviso, la vedo. E’ lì, nel cielo. Le nuvole si sono aperte in pochi secondi, come un sipario che si apre veloce sulla scena buia. La rappresentazione tra poco inizierà, si accenderanno le luci, partirà la musica e dalla penombra di intuiranno i profili degli attori.

Questo accade nel cielo. Le nuvole si tirano via, con uno strappo delicato. Le stelle appaiono veloci a tessere lo sfondo del cielo cobalto. Un velo di luce illumina i bordi frastagliati della tenda che scivola via. Ed ecco la rappresentazione è lì, chiara, bianca, gelida, al centro del cielo. La luna, striscia sottile e incurvata, si affaccia e pretende il centro della scena.

Mi ritrovo a sorridere, un sorriso ebete come di bambino che si incanta di fronte al mistero.  La ritrovo questa bella luna. la ritrovo nel cielo mentre corro, mentre ascolto i miei passi, mentre cerco di ricostruire i miei pensieri, mentre mi ascolto immerso nella natura intorno alla mia corsa.

Un ricordo si affaccia. La bandana sulla testa. I colori sono vivaci, ammiro i disegni celesti. Gli occhiali da vista sono infilati sulla punta del naso. Non riesco a muovere le braccia. Sono legate. Alla mia destra sento distorta la voce di una ragazza. E’ preoccupata, lo intuisco dal tono della voce, anche se è frantumato nei contorni. L’uomo si china su di me. Mi infila una mascherina sulla faccia. Il cuore mi batte nella testa, sempre più veloce, con un ritmo irregolare, mi manca il respiro. “Perché non inspiri? Forza! Inspira!!!”. Il buio scende all’improvviso, in un attimo. Un pensiero si affaccia, un attimo prima che l’interruttore si spenga: “è così che si muore?”. E forse sorrido. Un attimo, solo un attimo.

La luce della luna è alta nel cielo. I colori scendono e si stendono sugli oggetti nella strada. Le pozzanghere non sono più nere, riflettono la luce arancione dei lampioni.

Sono passati sette mesi. E’ la prima corsa al buio dell’ora solare. Respiro profondamente. Guardo l’iphone. Il tempo è pessimo, troppo alto. Allungo il passo, scatto. Abbasso il cappuccio. Questo freddo umido me lo voglio godere. Sono qui. Sono vivo. Corro. Respiro.

Fanculo.

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Think different

“Ai pazzi. I disadattati. I ribelli. I contestatori. Quelli sempre al posto sbagliato. Quelli che vedono le cose in modo diverso. Non amano le regole. E non rispettano lo status quo. Puoi citarli, disapprovarli, glorificarli o denigrarli. Ma ciò che non potrai fare è ignorarli. Fanno progredire l’umanità. E se alcuni vedono la pazzia, noi vediamo il genio. Perché le persone così pazze da pensare di cambiare il mondo… sono quelle che lo cambiano davvero”.

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25 anni dopo

25 anni fa. Pioveva, come oggi, il cielo era color grafite e l’acqua pungeva la pelle.

Tu. Arrivasti in anticipo e creasti subbuglio a chi, invece, arrivava in orario. Entrasti con passo deciso nella penombra, il sorriso raggiante e rosso sul tuo viso.

In 25 anni l’ho cancellato quel sorriso, giorno dopo giorno. Non dormo la notte per questo, ma l’ho fatto.

Io. Ero già dentro la penombra ad aspettarti, ripulito dentro e fuori. I capelli corti, sottili e fragili come noi due, e la barba lasciata sul pavimento lucido di Tony, che oggi lavora come operaio ma che allora era un bravo barbiere. Di quelli che, come i vecchi baristi dei film, sapeva di psicologia e dopo aver lasciato parlare e raccontare dispensava la soluzione con tre parole. Secche e pungenti. E vere.

Loro. C’erano. Tutti. Oggi, dopo 25 anni, molti non ci sono più. Se ne sono andati. Allontanati dalle incomprensioni o fuggiti da questa terra. Per lavoro. O per stanchezza. O perché la vita, certe volte, sa essere molto crudele, marchiando con il dolore e cancellando pezzi di quella lontana gioia e comunque di una vita condivisa.

Ci sono le foto. Non era un sogno. Era la vita. Era una scelta, consapevole.

Oggi. Piove, come 25 anni fa.

Tu. Lavori, come fai da 25 anni. Il tuo lavoro che ogni tanto ti fa piangere ma che, ogni tanto, fa riaffacciare timidamente quel bel sorriso raggiante, rosso. Sei bella come allora. Il tuo volto è liscio, come allora. Deentro ci sono le rughe, lo so perché molte le ho disegnate io. Qualcuna no.

Io. I capelli, sottili e fragili, li rado ogni mattina con crudeltà, senza sapone. Il rasoio lascia strisce sottili e rosse. Come quelle che tu hai dentro. Conosco il loro bruciore, la linea impercettibile di sangue.

Tu. Ti guardo allo specchio e ti vedo uguale, solo più triste.

Io. Mi guardo allo specchio e vedo un fantasma, consumato dall’attesa.

Nel mezzo ci sono 25 anni. Vissuti. Tutti. Intensamente.

Oggi. Scrivo queste righe su un vecchio portatile. Hai condiviso anche questo. Giorno dopo giorno, capriccio dopo capriccio, curiosità dopo curiosità. E oggi sei più brava, e concreta come sanno esserlo le donne, di me.

Scrivo rovistando nella cesta della testa le parole da battere su questa tastiera nera e grigia. Di là, a pochi metri, ci sono le loro voci. Quella profonda di Davide. Quella mangiucchiata e aristocratica di Francesco. Ogni tanto ascolto le parole, chiuse nelle bolle, di Lorenzo, il loro piccolo amico.

E sorrido. Perché fuori piove, come 25 anni fa, e ricordo la morbidezza dei tuoi baci in chiesa, il prenderti in braccio per non far sporcare il vestito bianco nel fango grigio sulla strada allagata. Tu che, inconsapevolmente, ispirasti uno schiaffone della mamma di un mio collega: Disgraziato! Che hai fatto a quella piccenna? Il tuo faccino ingannava. Di anni non ne avevi 16, ma 24. Oggi darei ragione alla mamma di Giovanni e lo schiaffone me lo darei da solo.

Di là ci sono le loro voci.

Quanto è costato perché ci fossero. Quanta sofferenza, quanti giorni vissuti con i denti stretti. Quante lacrime. Quanta gioia. Dopo, però. Sempre dopo la sofferenza.

25 anni. Ora conosciamo tutti i perché. Le nostre cicatrici interiori le accarezziamo, le coccoliamo, le sentiamo nostre come fossero rughe. Le accogliamo come le gocce di questa pioggia, che sono impastate di carbone, di sostanze chimiche ma che nascono dal profondo della terra. Comunque profumano di storia, di vite vissute e finite, di fiori colorati, di erba bagnata, di alberi solidi e dalle radici contorte ma profonde. Sono gocce che, a ben guardarle, sono anch’esse segnate da cicatrici profonde. Ma bagnano il volto e i capelli di Davide e Francesco, entrano nei loro occhi, nella loro pelle, e tramandano gli echi di storie lontane, il cozzo di lance, il sibilo delle frecce, il soffio del vento di scirocco, il grido rauco della risata liberatoria di un poeta, il nostro sì timido e convinto sussurrato un due di settembre del 1989.

 

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Ombre

Camminavo con passo pesante sulle chianche bianche. La strada era assolata e infilata in un’afa lattiginosa. Cercavo di scivolare lentamente lungo i muri afferrando i pochi millimetri di ombra. Maledicevo, in una oscura interiorità, chi aveva sostituito i vecchi lecci dalle chiome verdi e folte con queste palme spennate e ingiallite. Ogni tre passi raddriddavo la schiena nel vano tentativo di darmi un contegno e riprendere il mio solito passo dinoccolato. Fallendo. Lo zainetto blu mi bruciava la schiena. Lentamente, molto lentamente, andavo avanti. Una leggera brezza tagliava la strada da est, proveniva direttamente dal mare. In fondo alla strada intravedevo il porto, il comignolo di una nave bianca da crociera in attesa di entrare.

Immerso nel caldo e nei miei pensieri, rimuginavo su come fosse facile riconoscere gli impiegati di banca lungo la strada. Era incredibile come in questa piccola città di mare in cui il lavoro era una chimera per intere generazioni, l’unica razza florida e diffusa fosse quella degli impiegati di banca. Li riconoscevo ovunque, con le loro camicie spiegazzate, le giacche poggiate mollemente sulle spalle, gli occhiali da sole dai colori improbabili, le borse di pelle, rigorosamente “The Bridge” o Piquadro, nella mano sinistra, i Samsung Galaxy qualchecosa che pomposamente si affacciavano dai taschini della camicia, ingentiliti dalle iniziali dei oro nomi e cognomi. Come se quelle camicie con ‘sto caldo le volesse indossare qualcun altro, oltre i legittimi proprietari.

Ne incrocio un paio, di quelli particolarmente fighetti, immersi in una discussione tutta finanziaria che, anche se solo sfiorata dalle mie orecchie, già mi provocava una sottile ma crescente emicrania.

Dietro di loro, sul marciapiede bianco, tre uomini erano accovacciati per terra. Capelli e barbe lunghe, pelle cotta dal sole, vestiti sporchi, zaini logori e carichi. Passo davanti a loro. Uno alza su di me i suoi occhi azzurrissimi, stira le labbra in un sorriso stretto.

“Ciao! Dottore!” Mi guardo intorno. Non c’è nessuno. Ce l’ha con me? Lo guardo e punto il dito verso il mio petto con una espressione interrogativa.

“Dottore! Per favore, mi offri una sigaretta?”

Mi riguardo intorno. No, non c’è nessuno. Ce l’ha proprio con me.

Apro le braccia e, con una espressione che cerco di mostrare la più desolata possibile, gli dico: “Mi dispiace….” Come lo chiamo? “…signore. E’ capitato male: non fumo.” E riprendo a camminare.

Con la coda dell’occhio vedo che il suo volto assume un’espressione tra lo schifato e lo stupore. “Ciao dottore…” mi saluta con la mano.

Che stavo dicendo degli impiegati di banca?

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