Sono un albero senza radici.
Cammino per la terra alla ricerca di una casa.
Non l’ho trovata.
Sono un albero senza radici.
Cammino per la terra alla ricerca di una casa.
Non l’ho trovata.
Questi per me sono giorni di quasi immobilità totale. Il clima si sta preparando per accogliere pienamente la primavera. Sono giornate assolate, ancora ventilate, il cielo blu che si scurisce sempre di più, l’aria è gonfia di profumi di terra nera e fertile. La mattina, dopo una breve passeggiata, vado sul balcone, sposto la sedia di plastica bianca, ormai ingrigita dalle intemperie e dal sole che batte per l’esposizione a sud, e mi godo il sole caldo.
Leggo molto, moltissimo. Divoro almeno un libro al giorno a prescindere dal numero di pagine, talvolta addirittura due. E’ come se fosse una droga, o una bevanda fresca con cui dissetarmi. Leggo a ritmi veloci, ingoio le righe con voracità, mi immergo nelle storie. Qualunque cosa pur di sfuggire ala realtà. Cerco la pace. Non la trovo. Ogni tanto mi fermo per osservare le api e i calabroni che succhiano il polline dai fiori delle piante che curo sul mio balcone. Le ho seminate io e mi alimenteranno durante l’estate. Sono circondato da vasi di pomodori, basilico, salvia rosmarino, rucola selvatica, zucchine, limoni, nespole, kumcat, menta, melanzane. Ora compaiono i primi fiori per alcune di esse e la natura svolge il suo compito. Ogni tanto, invece, si affacciano un paio di vespe. Sono enormi, con la coda a strisce giallonere, e con due lunghe antenne. Ronzano ogni dieci minuti, girano intorno a me ma non vanno sui fiori. No, loro vanno sulle canne di bambù, che userò per legare le piante di pomodoro quando diventeranno troppo alte per reggersi da sole, appoggiate sul tavolino al centro del balcone. Si poggiano lì sopra, sembra che accarezzino con le zampe il legno della canna e poi iniziano a raschiarlo. Sì, lo raschiano. Si sente un sottile rumore come di martello che picchia o di sega che taglia. Lo fanno con un ritmo regolare che spezza il silenzio e che solo talvolta si mescola con il ronzio delle api. E’ un rumore continuo, che alla lunga diventa fastidioso. Quando non lo sopporto più, perché mi distrae dalla lettura, provo con una mano a cacciarle. Ma non si spostano. Continuano imperterrite. Ma nel momento in cui decideranno che è arrivato il momento di fare altro, si alzeranno in volo e cercheranno di attaccarmi. E mi toccherà scappare dentro casa per evitare danni.
A parte questi intermezzi, io leggo. Come un invasato. E mentre leggo aumenta il desiderio di scrivere, di raccontare. Le idee si affacciano, la voglia di mettere su carta pensieri, opinioni, dolori, desideri, impulsi, diventa forte. Si affaccia il dubbio se farlo su carta o su computer. Prendere la penna, o la matita e rispettare il ritmo naturale che la scrittura manuale regala alle idee e alla pace interiore. Oppure evitare lo sforzo fisico e battere con le dita sulla tastiera del macbook che aiuta il lavoro successivo di rilettura e di correzione, pur sapendo che non lo farò mai perché scrivo di getto e faccio fatica, una fatica immensa quasi insopportabile, a rileggere, tagliare, correggere, riscrivere. Sbaglio, lo so. Ma non riesco a fare diversamente.
Il punto è che in realtà non faccio né l’una cosa, né l’altra. Perché le mie idee mi sembrano stupide, perché sono certo di non riuscire a trovare una trama, a costruire i personaggi, ad andare avanti. Non ci riesco perché non so scegliere a quale idea dare la preferenza. E allora scrivo racconti brevi, la cui lunghezza è sostanzialmente sempre la stessa. E’ come se avessi dentro di me un metro e una volta raggiunta la misura si asciuga la vena e non ho più nulla da scrivere.
Tutto questo non mi dà pace. Al contrario alimenta, quasi coccola, la rabbia che mi porto dentro.
Perché io sono questo: uno arrabbiato. Sempre. E anche se la vita, le esperienze che questa contiene, ad un certo punto mi porta ad un bivio in cui scegliere una strada provoca comunque una sofferenza intensa, di quelle che ti cambiano la vita, non riesco mai a trarne il giusto insegnamento. Nel momento in cui soffro dico a me stesso che stavolta ho imparato, che vivrò il tempo che mi resta con serenità, con leggerezza, con distacco.
Invece poi la rabbia mi assale, mi ingoia.
E riprendo a leggere. E’ per questo che adoro la scrittura essenziale, asciutta, costruita con periodi brevi e in cui si narrano protagonisti sofferti che accettano e vivono le loro debolezze. Quei libri, quelle storie, li ricerco con un pizzico di ansia ma quando li trovo mi ci tuffo dentro e riesco a dimenticare tutto. O quasi tutto.
Sono molti gli autori che mi aiutano in questa strano percorso ad ostacoli: Erri De Luca, Carlo Lucarelli, Davide Longo, Paolo Rumiz, Agotha Kristof, Henning Mankell, Jo Nesbo, Asa Larsson, Tiziano Terzani, Paolo Cognetti, Cristina Comencini, Elisabetta Bucciarelli ecc. ecc.
Un mondo di parole tagliate con l’accetta. Quella che non riesco ad usare io. O meglio, la userei per tagliare la mia testa e zittire l’alveare che c’è dentro. Lì dentro, però, non ci sono fiori da succhiare per seminare la vita tutto intorno.
Giorgio doveva passeggiare. Ogni giorno indossava la tuta, le scarpe da trekking, infilava il giubbotto antivento e usciva. Camminava almeno per un’ora e mezza a passo veloce, sotto qualsiasi tempo. Anzi, più il tempo era inclemente più lui si divertiva. Adorava in particolare il momento in cui la pioggia o il vento cessavano all’improvviso e si apriva uno squarcio nella coltre di nubi nere. In quel buco, stretto o largo che fosse, si intrufolavano i raggi gialli o arancio del sole avviato verso il tramonto. Giorgio rallentava, estasiato, e ammirava con un sorriso sulle labbra l’effetto specchio nelle pozzanghere tonde che bucherellavano il terreno intorno al sentiero. Qualche volta tirava fuori dal taschino del giubbotto il suo iphone e le fotograva. Camminando visionava il risultato e se ne era soddisfatto le socializzava con Instagram, Facebook e Twitter. Inviava le fotografie, senza alcun filtro e senza commenti. Giorgio mal sopportava i filtri, quel falsificare la bontà, o la mediocrità di una foto, così come non sopportava quel vago bisogno diffuso di apparire migliori di quello che si era. Una buona foto è la capacità di cogliere un attimo, di raccontare un momento della propria vita, del proprio punto di vista così come è, con la luce vera, con il punto di vista di chi sta scattando quel benedetto pulsante. Il resto è solo impostura, finzione. E la vita va vissuta e raccontata così come è. Senza falsità.
Giorgio modificava ogni giorno il suo percorso. Aveva, inevitabilmente, dei sentieri o delle strade preferite ma sentiva la necessità di cambiare, di guardare strade nuove, di incontrare persone diverse e poterle osservare con la coda dell’occhio. Perché Giorgio è un uomo molto timido e di poche parole. Preferisce camminare da solo, anche se non è che abbia molte alternative. Non ha amici, ma solo qualche conoscente e rifugge qualsiasi presenza. Quando cammina vuole solo godere il silenzio intorno a sé e non vuole essere coinvolto in nessun tipo di discussione, chiacchierata o condivisione di stati d’animo. Non gli interessa, vuole stare da solo e respirare il silenzio della natura. Vuole solo cercare la pace.
I sentieri percorsi finiscono inevitabilmente, tutti, per smarrirsi nella natura che circonda la città. Abbandona le strade asfaltate e si infila in quelle sterrate avendo un solo obiettivo: tirare dritto verso il sole che tramonta al finire del giorno. Vuole averlo di fronte a sé, lì vuole tuffare i suoi occhi, socchiuderli per riconoscere i colori che si saturano mentre la parabola della palla di fuoco scivola verso il sonno dietro l’orizzonte.
Giorgio segue il sole e il suo respiro rallenta, il diaframma si allarga e le mucose assorbono gli odori della terra bagnata, o di quella secca per la siccità che spesso brucia la sua città e la campagna circostante. In autunno e in primavera l’intensità dei profumi degrada o aumenta, con la stessa progressione e la stessa intensità. Il profumo della campagna è un miscuglio di menta, finocchio selvatico, rucola, salvia, cespugli di rosmarino, mirto e intere distese di piante di more. Dietro si stendono, come un enorme lenzuolo disteso dal vento di scirocco, lunghi filari di vite e boschi di ulivi centenari, con i loro tronchi attorcigliati e aggrappati alla terra nera, quasi un segno di un amore profondo e disperato. Il sottobosco, in primavera, è una tappeto colorato di fiori gialli e bianchi, mentre i filari di vite in autunno, quando diventano fantasmi secchi e contorti, sono avvolti con delicatezza da gialle e rosse piante di rose.
Giorgio camminava ogni giorno osservando la natura, la sua vita, il suo evolversi continuo e pensava alla sua vita. Ma mentre la natura si rigenerava alternando morte apparente e rinascita di vita rigogliosa e naturale, lui avvertiva nel suo corpo, e nella sua mente, il tempo che passava e che lasciava un segno indelebile di rottura. Ogni stagione era una nuova crepa. Fisicamente stava bene, ma dentro di sé iniziava ad avvertire il vuoto della solitudine e le sue granitiche certezze via via si affievolivano ogni giorno un po’ di più. Continuava a camminare cercando la solitudine e il silenzio. Ma ogni giorno quando incontrava altre persone che camminavano come lui oppure correvano, e ne incontrava tante, il suo sguardo si soffermava e dentro di sé percepiva forte il bisogno di un saluto, di un sorriso, di scambiare un cenno che fosse segno di apertura, di interesse per l’altro. O meglio, di interesse per lui. Poi scuoteva la testa e riprendeva a camminare sempre più veloce cercando di fronte a sé il sole, i suoi colori, le nuvole grigie, il cielo scuro.
Poi, un giorno, la incontrò. Nel suo ricordo avvertì la sensazione del già visto. Quel dubbio, sottile ma insistente, che quel viso, quel passo, quei capelli, quello sguardo li avesse già visti da qualche parte nel tempo e nello spazio. Ma non ricordò dove, e nemmeno quando. Eppure la memoria era lì, non poteva sbagliarsi. Si scervellò, grattò la polvere, cercò il contatto che poteva essere un colore, un’immagine, un luogo che sentì vicini a identificare ma poi tutto sfuggì e svanì nel buio del non ricordo.
E Giorgio quando vide quella donna avvertì quella sensazione bruciante. L’aveva già vista. Per la prima volta venne meno alla sua timidezza e si fermò per osservarla bene, in modo diretto. Si girò anche per guardarla meglio. Poi, scuotendo la testa, continuò a far girare il disco rigido della sua memoria ma non risucì a trovare il file giusto.
Il giorno dopo, divorato dalla curiosità, contravvenne ad un’altra abitudine e decise di rifare lo stesso percorso. Non la incontrò.
Il giorno dopo ancora, ormai sconfitto, decise di riprendere le sue buone e sane abitudini e fece un’altro percorso, scegliendolo a caso.
E la incontrò di nuovo. Alla sua vista sgranò gli occhi e pensò: “non è possibile!!!”
Si bloccò e la fissò. Magra e dritta come un chiodo per legno, di quelli lunghi e sottili con la testa in rilievo. Le gambe leggermente divaricate camminavano svelte, a piccoli passi scattanti. Il viso era piccolo e leggermente tondo, circondato da lunghi capelli lisci e scuri raccolti con un elastico in una lunga coda. Fu attratto da quell’elastico perché aveva i colori che lui cercava nel cielo. Erano tonalità pastello e ricordava il tramonto intenso e saturo dopo la pioggia e il vento. Quello della pace, quello a cui lui ambiva ogni sera che usciva da casa e, a testa bassa, voleva assorbire nel suo corpo, nei suoi pensieri, nel suo respiro affannoso.
Fu un incontro rapido, lei come apparì scomparve dietro una curva a gomito. Lui fu tentato di tornare sui suoi passi, di andarle dietro. Si fermò e guardò il cielo. Il sole era ancora alto. Si fece forza e continuò il suo cammino, come sempre.
La crepa si fece più profonda. Un crampo gli afferrò lo stomaco e lo costrinse a fermarsi. Si appoggiò al muro, respirando veloce e a fatica. Volse la testa verso la curva, e poi iniziò a correre. Veloce, sempre più veloce. Affrontò la curva. Ma non era abituato ad affrontarla correndo. Sbandò e per riprendere l’assetto fu costretto a spostarsi verso il centro. In quel momento udì il motore mentre gocce di sudore gli scivolavano sugli occhi. La vista gli si appannò. La macchina rombando affrontò la curva.
La donna sentì lo stridio dei freni alle sue spalle. Si girò di scatto, riuscì solo ad intuire che proveniva dalla curva che aveva lasciato alle sue spalle. Un attimo e sentì il botto.
Una nuvola scura in quel momento coprì di nuovo il sole e il buio scese sulla strada.
Leggere un libro di Asa Larsson è come respirare una boccata di aria fresca e profumata in montagna. E’ una giallista atipica perché la sua scrittura è ariosa, profonda, sempre interessante. In genere invece i giallisti svedesi tendono ad essere, escluso Mankell, un po’ troppo splatter per i miei gusti. I libri di Asa Larsson sono molto ben costruiti e quest’ultimo certifica la sua maturità letteraria. Su uno sfondo di una natura selvaggia e descritta con notevole abilità la scrittrice tesse delle trame profonde con personaggi strutturati con maestria e attenzione anche ai piccoli particolari. L’attenzione è stata catturata dalla prima sino all’ultima riga senza nessun attimo di pausa.
Un ottimo libro di cui consiglio la lettura.
Da anni pubblico le recensioni dei libri che leggo sul social Anobii. Da qualche settimana i fondatori dell’applicazione l’hanno venduta a Mondadori. Sarà un caso ma da qualche giorno non è più possibile pubblicare le recensioni dei libri sul portale ed è diventato difficile anche semplicemente inserire i nuovi libri in lettura. I malpensanti, ed io sono tra questi, temono che la Mondadori abbia effettuato questo acquisto per lasciar morire Anobii che è è da tempo un formidabile strumento per divulgare i libri e per farsi un’idea di cosa ne pensi la comunità.
Di conseguenza mi ritrovo costretto, più che altro per evitare di perdere le recensioni che ho scritto, a pubblicarle sul blog. E’ una cosa che ho fatto molto raramente perché non mi piace divulgare senza controllo quel che penso di un libro. Anobii, invece, mi consentiva di poter verificare con puntualità chi aveva visitato la mia pagina e chi aveva letto la recensione e la sua opinione che ritrovo riportata nelle Statistiche.
Penso che le recensioni abbiano un valore vicino alla nullità perché sono solo opinioni personali che spesso sono condizionate anche semplicemente dall’umore con cui si è letto un libro. Però non voglio perdere i miei appunti. E sono cose che scrivo da sempre direttamente sul computer senza tenerne una traccia scritta a mano. Per cui… beccatevi queste scemenze d’ora in poi.
Con questo post ritorno su un argomento già trattato recentemente: la ricerca dell’essenza nella tecnologia.
Il tutto parte da un incidente del tutto personale. Sapete quando ci sono quei periodi in cui tutto va male e praticamente ogni cosa su cui mettete le mani, beh quella si rompe? A me capitano spesso quei periodi e in questi ultimi tre giorni la sfiga si è manifestata in tutte le sue forme e possibili varianti. In questa casa, quella da cui vi scrivo, si utilizzano due portatili, entrambi Apple MacBook Pro. Uno è del 2009 mentre l’altro, invece, è del 2010. Uno è di mia moglie, l’altro è il mio. Quello di mia moglie è graffiato, sporco, pieno di polvere e iperutilizzato. Il mio è pulito, spolverato, lucido e iperutilizzato. Il Mac di Valeria era lento, ma talmente lento che era praticamente impossibile lavorarci. Ho provato a rianimarlo e ci sono sempre riuscito. Un po’ di sana manutenzione con le Utility di sistema sul disco rigido e sui privilegi di amministrazione e talvolta con un utilizzo smaliziato del Terminale Unix. Fino a quando non è definitivamente morto. Nel senso che si accendeva ma non caricava più il sistema operativo. La manutenzione “ordinaria” e “straordinaria” davano esiti nefasti. Dopo giorni di tentativi e di duro lavoro ho dovuto capitolare. Cioè acquistare un nuovo portatile. E son dolori per le mie sofferte finanze. Ma per un insegnante il portatile è uno strumento di lavoro indispensabile e c’è poco da stare a filosofeggiare.
Esco dall’ospedale, dove nel frattempo ho villeggiato un po’ tagliuzzato, torno a casa, arriva il nuovo portatile e tutto pare, finalmente, andare un po’ meglio. Dopo due giorni che il nuovo pargoletto viveva nella nostra casa, apro il mio amato MacBook Pro 2010 e lo avvio. Il monitor si illumina, doppio boing, disegno della mela grigia e rotellina che gira. Un minuto. Due minuti. Cinque minuti. Dieci minuti. Mezzora. Il sudore inizia a colare sulla mia fronte. Forzo lo spegnimento. Riavvio, reset della PRAM, carico del Recovery System e controllo su disco rigido e privilegi. Un urlo disperato si alza dalla mia gola. Il Mac, il mio Mac, è morto!!! Sistema non riparabile.
Senza farla lunga, ci sbatto due giorni. Non so come riesco, dopo moltissimi tentativi, a collegarmi con il Recovery direttamente sui server della Apple. Riesco a piallare il disco rigido, cancellando TUTTO!, e a reinstallare il sistema. Lo riavvio ma non funziona, esattamente come prima. Riprovo, testardo, cinque o sei volte e alla fine riesco a farlo ripartire. Ricarico il back up utilizzando TimeMachine della Apple, che come sempre funziona male per cui mi carica, chissà perché, il back up del 1 gennaio 2014 cancellando tutto ciò che c’era dopo. Almeno, però, non perdo tutto.
In sintesi riesco a recuperare il mio Mac. Non per molto. Due giorni dopo inserisco il CD per caricare i driver delle due stampanti Samsung che usiamo in rete nell’appartamento. Il CD si blocca nel lettore Superdrive e non esce più. Il lettore si è rotto. La sfiga continua imperterrita. Però stavolta mi incazzo di brutto. E decido che devo essere io ad avere la meglio. Non è possibile che per scrivere un post del cavolo su questo blog e per lavorare sulla posta elettronica, cioè un quarto d’ora di tempo netto, debba sbattere per giorni su sistemi operativi fasulli o su macchine che costano una barca di soldi e non funzionano bene.
Anche qui provo a non farla troppo lunga. Decido di mettere le mani sul portatile. Scarico da Youtube, dopo una sana ricerca su Google, i filmati per riparare il SuperDrive. Mi armo di cacciavite acquistati all’uopo tempo fa e smonto la pancia del MacBook. Seguo il filmato solo per un po’, poi decido di seguire il mio “naso”. Smonto il Superdrive, lo estraggo, lo seziono pezzo pezzo e recupero il CD incastrato. Apro il vecchio portatile di Valeria, estraggo il Superdrive funzionante e lo inserisco nel mio MacBook. Avvito tutto, controllando che i contatti siano ben stretti e funzionanti. Lo giro, premo il tasto di accensione e….”Boing!!!”. Funziona. Lento ma funziona.
Ma il mio cervello sfrigola, non trova pace. Non è possibile che dopo quattro anni un portatile acquistato spendendo un bel po’ di soldi non funzioni più. Non è possibile che ogni anno si debbano accantonare soldi, non pochi ma tanti, per strumenti che sono di uso quotidiano, praticamente come se fossero elettrodomestici. Non è possibile che la Apple faccia pagare il doppio degli aggeggi che poi durano meno dei “ferri da stiro” che propongono altre marche come la Acer, Asus, HP, Dell, Sony, Toshiba e che comunque il loro sporco lavoro lo fanno comunque.
Devo trovare una strada alternativa. E la scelgo, quella strada.
Ieri pomeriggio prendo i miei cacciavite, una pezzolina e un vecchio plettro per chitarra. Mi siedo su un vecchio tavolaccio di legno, sposto tutti i giornali e i quaderni lì sopra impilati. Afferro il vecchio portatile non funzionante di Valeria e lo sdraio pancia all’aria. Lo apro togliendo con delicatezza tutte le minuscole viti che bloccano la scocca inferiore in alluminio. Guardo sconsolato il contenuto. Mi preparo un thé nero. Non faccio bollire l’acqua ma la scaldo bene. La verso sulla bustina di carta bianca nella tazza sbreccata, la mia tazza. Lo lascio in infusione tre minuti, spremo l’acqua dalla busta che getto nell’umido. Un cucchiaino raso di zucchero di canna e con la tazza fumante in mano vado verso il tavolo operatorio. Decido di essere radicale, senza scrupoli. Smonto tutta la macchina, svitando decine di viti nere e grigie, minuscole e sfuggenti. Non ne perdo nessuna. Estraggo tutti i pezzi, uno per uno. Li spolvero, li pulisco con delicatezza e li reinserisco. Collego i contatti minuscoli aiutandomi con il plettro. Faccio particolare attenzione nel collegare la piccola scheda Wireless, quella Ethernet e la ventola di raffreddamento. Stacco la batteria, la ripulisco e la ricollego. Poi, dopo un’oretta di lavoro, chiudo la pancia e suturo le viti.
Con l’altro Mac, il mio, mi collego al sito http://elementaryos.org e scarico una nuova distro Linux, molto leggera, potente e con kernel simile al MacOS. Prendo una chiavetta USB e con il programma Unetbootin carico la ISO del sistema operativo sulla chiavetta per renderla avviabile sul portatile.
Inserisco la chiavetta nella porta USB del Mac di Valeria (che teoricamente è rotto). Premo il tasto di avvio e premo in contemporanea il tasto “Alt”. Il Mac parte e si avvia con la chiavetta USB (ah, è una chiavetta di soli 2 GB). Parte la versione Live di ElementaryOS. Decide di installare subito il sistema operativo sul disco rigido del vecchio portatile. Mi chiede: vuoi installarlo al fianco del MacOS X oppure vuoi sovrascriverlo? Come al fianco del MacOSX???? Non era morto???
Lo cancello e installo il nuovo Elementary OS. Tutto procede bene. Dieci minuti e il sistema è installato. Nel frattempo sull’iPad mi scarico questa guida. La seguo passo passo, aggiorno e personalizzo questa distro di Linux essenziale ma anche bella.
Sono due giorni che ci sto lavorando. Il portatile del 2009, che per il sistema operativo della Apple era morto e sepolto, funziona perfettamente con un system leggero e potente che lo utilizza sino in fondo senza stressarlo inutilmente e con una interfaccia grafica, tra l’altro, molto simile al MacOS. Utilizzo solo dei software gratuiti, faccio esattamente le stesse cose che faccio con il mio MacBook Pro e tutto va che è una meraviglia.
Ovviamente c’è una morale dietro questo racconto. Ed è che siamo talmente fagocitati da un “sistema” fatto di marchi, di consumismo sfrenato, di pigrizia mentale e fisica che ci siamo abituati a gettare tutto ciò che non funziona, senza nemmeno tentare di capire il perché e cosa, eventualmente, possiamo fare per aggiustare. Già, il verbo “aggiustare”. Riparare le cose che non vanno, tentare di salvarle, di ripristinarle, di correggerle di tenerle con noi. Invece gettiamo tutto via alla prima difficoltà, ci fidiamo ciecamente di quello che ci propinano le multinazionali. Anche la Apple. Sia chiaro, continuo ad adorarla, ammirarla, ad acquistare i suoi prodotti. Per affetto, per ricordo di quel genio che fu Steve Jobs, di cui seguivo estasiato la logica dell’essenziale, delle linee pulite e semplici, dei sistemi operativi che rendevano facile quello che invece era molto complesso. Oggi quella società è un’altra cosa. Diversa, più orientata al mercato, a vendere prodotti che sono sostanzialmente mediocri come è diventato mediocre e pieno di errori anche il suo sistema operativo, sia il MacOS che l’iOS. La Apple è ormai un’altra multinazionale capitalistica che fa affari sulla pelle dei suoi clienti affezionati. Come tutte le multinazionali, e non, capitalistiche.
E noi dobbiamo capire che è arrivato il momento di liberarsi. E lo si può fare senza spendere un centesimo, recuperando dai garage vecchi computer abbandonati e che possono, invece, essere riutilizzati installandoci una versione adatta di Linux, e ce ne sono tantissime adeguate. Possiamo aggiustare, recuperare, riutilizzare, risparmiare. E fare esattamente le stesse cose, se non di più, che facevamo prima con un modello ultramoderno di netbook o di laptop, o di desktop. Lo possiamo fare con un qualunque modello di computer.
Chiudo con un collegamento forse un po’ strano. Ma questa idea, su cui ho scritto forse un po’ troppo a lungo in questo post, del recupero mi è venuta mentre ero bloccato nel letto di un vecchio ospedale e leggevo il nuovo libro di un giornalista che ammiro molto: Giorgio Boatti. Se provate a seguirlo su Facebook potrete osservare (oltre i suoi post molto belli e con riferimenti continui alla letteratura, alla poesia, alla bellezza della terra) le foto che spesso pubblica. Boatti gira in lungo e in largo per l’Italia. Lo fa portandosi dietro un vecchissimo iBook bianco che funziona perfettamente. E nelle foto casalinghe potrete notare che invece scrive su un altrettanto vecchissimo iMac bianco (quello a forma di mezza palla con il monitor da 15 pollici snodabile). Lui usa dei vecchi computer che cura con affetto e che gli permettono, pur essendo davvero molto datati, di scrivere libri, articoli, di essere collegato in rete. Di fare, cioè, il suo lavoro. Serenamente.
Già serenamente. Senza impazzire dietro le ultime mode o la corsa all’ultimo “device” (‘sto cavolo di slang americano che ci stritola cancellando anche la nostra cultura….)
La vita è cambiata. Era consapevole del perché, ma non aveva idea di dove stesse andando. Si sentiva come se fosse su una barca a vela immersa nella nebbia e in assenza di vento. Una bonaccia che lo stritolava, il silenzio ovattato e gonfio di aria umida, l’acqua immobile e liscia come l’olio, il lento scivolare della chiglia, il terrore del non sapere dove fosse e dove stesse andando.
I pensieri si inseguivano, si rincorrevano rumorosi dentro la testa. Era come se avesse un alveare il cui ronzio era amplificato dall’agghiacciante silenzio che lo circondava. L’uomo scosse la testa, si alzò e immerse il lungo bastone di metallo nell’acqua per sondarne la profondità. Lo spazio era sufficiente per andare avanti, ma la nebbia era fitta, una muraglia di cotone bianco. Decise di non rischiare e gettò l’ancora nell’acqua. Il grattare metallico della catena che scivolava nell’acqua si irradiò nell’aria e l’uomo percepì un eco lontano. Una volta terminata la corsa dell’ancora che si afferrò ala roccia sott’acqua, l’uomo si tolse il cappello e si grattò la testa, incerto e vagamente impaurito.
Si infilò nella cabina e decise di mettere sul fuoco il caffè. Si sedette sulla panca di legno e attese il fischio e il lento gorgogliare del liquido nero nel serbatoio della caffettiera. Ogni tanto gettava uno sguardo nell’oblò ma il muro bianco gelatinoso non si apriva, restava compatto e schiacciante. Si alzò e versò il caffè in una tazza larga. Si infilò il cappello bianco e tornò a poppa. Si sedette, incrociando le gambe, e sorseggiò lentamente il caffè cercando di aguzzare l’udito per afferrare un qualunque rumore che lo aiutasse a comprendere cosa ci fosse intorno a lui.
Ma il silenzio continuava ad essere profondo, totale, compatto. Il calore del liquido nero lo aiutò a rallentare il respiro. I pensieri, anch’essi, allentarono la presa e scivolarono lentamente in un dormiveglia tranquillo che lo riappacificarono con sé stesso.
Fu in quel momento, in quel preciso istante in cui pensò che la pace stesse emergendo dentro di sé, che invece la rabbia risalì, come un bolo acido che risaliva le pareti dell’esofago bruciando le mucose e aumentando la saliva nella sua bocca. Una rabbia sorda ma feroce che lo afferrò in breve tempo e lo terrorizzò. All’improvviso tutto si sistemò, come un puzzle inafferrabile, su cui lavorava da settimane, che da un momento all’altro fu capace di visualizzare, come un flash luminoso, nella sua completezza e fu in grado di sistemare tutti pezzi con ordine e lucidità. La rabbia gli apparve nella sua altrettanta nitidezza. Una rabbia che aveva volti, nomi, episodi e riflessioni amare.
L’uomo non ebbe bisogno di riflettere, di pensare, di ricostruire. No. Tutto si sistemò da solo. E lui si sentì, all’improvviso, smarrito. Perché i suoi dubbi scivolarono nella nebbia, si dissolsero nel cotone bagnato che lo circondava. E seppe cosa fare.
Girò la tazza nella mano per scuotere il caffè residuo. Lo guardò, come se cercasse qualche conferma nei fondi. Ma era rimasto solo un dito del liquido scuro. Portò la tazza alle labbra e bevve con uno scatto all’indietro della testa. Era ancora caldo e provò un sottile piacere nel sentirlo scendere nell’esofago, lenendo il bruciore che ancora avvertiva.
Chiuse gli occhi e le immagini apparvero. Il volto che si chinava su di lui, il cuore che batteva all’impazzata, il terrore che gli serrava la gola, le voci confuse e annebbiate intorno a sé, le luci accecanti dei monitor, il ricordo di una radio gracchiante che spargeva musica. Poi il buio. Totale. Nero. Il vuoto. E pensò per un attimo che quella dovesse essere la stessa sensazione della morte. La fine di tutto.
Sentì un vago calore sul volto. Aprì gli occhi. Un raggio pallido di sole aveva scalfito il muro bianco di panna. Sorrise. Si alzò e decise di ritirare l’ancora. La rabbia era dentro di sé, la sentiva, la conosceva. Non ne ebbe paura.
Andò al timone, alzò il viso verso il cielo. Annusò l’aria e aspettò il primo refolo di vento che si era infilato nella sottile crepa che il sole aveva aperto nella nebbia. L’acqua si mosse. Tirò sù le vele.
Era arrivato il momento di muoversi. Era il momento di rischiare una strada. Calcò il cappello sulla testa e riprese la navigazione, lentamente, con prudenza. Ma era ora di riprendere il cammino.
Il sole di marzo batte luminoso sul terrazzo. E’ mattino presto. Apro la finestra e mi affaccio, sorseggiando una tazza di thé nero. Appoggio i gomiti sulla balaustra di metallo nero e osservo i raggi del sole che solidificano il vapore bollente che sale dalla tazza di ceramica bianca.
Il verde delle piante mi circonda. La pioggia della notte ha ridato lucentezza e colore alle foglie delle mie erbe. I profumi si alzano, insieme al profumo umido della terra, e si mescolano tra di loro. La salvia, il rosmarino, la rucola selvatica, le piantine di zucchine, il pomodoro. I profumi dei vari fiori attireranno tra qualche decina di minuti le api che inizieranno il loro lavoro continuo e instancabile. Io mi siederò al sole e leggerò i miei libri cercando di riscaldare il pallore del mio volto e i pensieri freddi che affollano la mente.
Lo so, dovrei sentirmi fortunato. Sono qui, il peggio è passato. Sono qui a guardare il cielo blu e le nuvole bianche che lo solcano, il vento che muove le palle di metallo lucido sulla cima delle canne fumarie dei camini. Ormai l’aria è mite e il fumo, mescolato all’odore della legna profumata, non si alza più nel cielo. Dovrei sorridere, sereno. Ma non è così. La notte non dormo. Gli incubi si attanagliano al cervello e lo stritolano. Il silenzio della notte li amplifica, li gonfia. Eppure il silenzio della mia casa era quello che cercavo nei miei ricordi la notte, in ospedale. Invece lì era un rumore continuo: i carrelli degli infermieri, le urla di dolore, i colpi di tosse, i lavaggi vescicali che ricordavano il rombo dei torrenti nei boschi delle montagne. Ma appena aprivo gli occhi il flusso continuo del sangue cancellava il sogno, il desiderio no, di essere sulla riva di un piccolo torrente gelato.
La testa girava verso l’unica fonte di luce non artificiale, una piccola finestra sul lato destro della stanza. Ma il vetro sporco annebbiava il colore del cielo. Lo rendeva incerto, indeciso e acuiva la sensazione di sconfitta che cresceva dentro la mente.
Non mi sento fortunato. Perché la vita cambia. Per sempre. Il dolore non si cancella, che sia il proprio o quello delle persone con cui si è condiviso tutto, anche l’intimità sistematicamente violata. I volti, il tono delle voci, i sorrisi, le lacrime di chi è stato vicino solca la pelle e la coscienza, come il bisturi che ha tagliato la pancia. Restano dentro, indelebili. Il dolore cambia la vita. Perché da quel momento si comprende che inizia una strada, forse anche lunga, in cui nulla sarà più uguale a prima. Nulla. Tornerà il sorriso, ma sarà comunque velato dalla tristezza. Le persone che sono intorno saranno guardate con uno sguardo diverso, più concentrato, più diffidente.
Con una mano caccio via i pensieri. Alzo lo sguardo e osservo il sole che timidamente appare dietro la casa di fronte. Il cielo si tinge di rosa, il giallo diventa più caldo, quasi dorato. Le nuvole da grigie si colorano di indaco e di un caldo color glicine. L’alba di un nuovo giorno sorge. Ed io sono qui ad afferrare il primo tepore del mattino. Sorseggiando un thé caldo. E penso a Vincenzo, a Paolo, a Nicola, all’impaurito Nobile, all’avvocato ricco e strafottente, alla moglie con i tacchi alti che imperversava alle due di notte nei corridoi del reparto. Penso al silenzio di Valeria, al suo viso arrossato per la tensione, alla sua solitudine al mio fianco, alla solitudine delle notti, agli incubi che ci tengono legati alla vita, alla paura che è la voglia di restare qui. Di esserci sino alla fine. Fin quando si può.
La notte mi sveglio di soprassalto. Nel buio spalanco gli occhi e inspiro l’aria con forza. Gli occhi vanno sui numeri rossi della sveglia. Poi mi accorgo che intorno a me c’è un silenzio totale, infinito. E’ come se fossi immerso nello spazio siderale. Invece sono nella mia stanza, piccola e finita. E la realtà mi travolge con tutto il suo carico di orrori e di dolore.
Ed è in quel momento, in quel preciso momento in cui il vuoto assoluto del risveglio si scontra con le punte acuminate della realtà che ritrovo la speranza.
Una speranza che è poca cosa, probabilmente, per molti. Ma per un viandante è tutto, è l’aggancio alla vita, è il desiderio di futuro.
Lui, il viandante, è al termine di un lungo viaggio. Ha di fronte a sé, ora, l’ultima strada asfaltata. E quello che ha davanti ai suoi occhi è un asfalto nero, pulito, intenso come l’aria che è intorno a me. La strada termina all’improvviso, senza nessun segnale preventivo. Finisce e basta. Una linea netta, diritta che la spezza. E’ la sua fine. Senza scampo. Ed inizia il sentiero. Un sentiero di pietre. Piccole pietre bianche, talvolta con macchie rosate, che coprono la terra. Sotto le scarpe scricchiolano, si spostano, si spandono per poi ritornare misteriosamente al loro posto. Intorno c’è erba alta, di un colore verde pallido.
Il sentiero procede placido, indeciso sul dove andare, per qualche decina di metri. Ma poi all’improvviso, sommerso dal rumore intenso ma quieto di un torrente di acqua gelida, si innalza come lo sguardo del viandante che è costretto a guardare dove dovrà dirigersi. Il sentiero, beffardo, si infila nel bosco e si inerpica ripido, senza dare alcuno scampo allo stesso viandante, su per la montagna che ora si erge con la sua immensità sulla testa del camminatore curioso. E’ lì che si nasconde la speranza. In quel bosco, in quel sentiero che lo taglierà come la ferita che è dentro di me. Le pietre che coprono la terra scivolano verso il basso ed una progressiva calvizie riporta la terra nera alla luce. La striscia di terra, man mano che si sale verso il crinale della montagna appuntita, diventa una linea sottile, immersa nell’erba, nell’edera strisciante, nelle piante di fragole e nei cespugli di lampone. Poi verranno i mirtilli nascosti dietro le rocce squadrate e coperte su un solo lato dal muschio di un verde intenso e scivoloso. Il sentiero si immerge nel silenzio totale. Il silenzio della montagna è unico, non ha concorrenti né rivali. E’ un silenzio totale, ma è come una nuvola che copre tutto, schiaccia, fa paura perché nasconde il mistero della vita. Ed è un mistero che nessuna scienza potrà mai disvelare per intero. Perché la vita del bosco non ha un perché, ha una sua tecnica ma è flessibile, si modifica e si plasma perché incorpora qualunque cosa, la mastica, la ingoia e la metabolizza. Non la uccide, la accetta e la lascia vivere modificandola un po’, ma modificando anche sé stessa per lasciare spazio al nuovo che è adesso in lei.
Il viandante che percorre il sentiero non riuscirà a guardare la sottile linea che lo guida in quel mondo così avvolgente. Sarà attratto dai tronchi larghi e altissimi degli abeti, dallo strato isolante del tappeto di foglie secche, dalle rocce su cui la forestale avrà disegnato segni incomprensibile con la vernice azzurra; sarà incuriosito e impaurito dall’intricata rete di sentieri che incontrerà, mentre sale ansimante lungo la montagna, da un lato e dall’altro. L’ossigeno denso annebbierà la sua mente e amplificherà i profumi. L’odore della terra bagnata si mescolerà con quello dell’erba e con quello dei funghi che la pioggia notturna avrà alimentato. Le mille varietà di verde si macchieranno del colore sempre più intenso dei ciclamini, del rosso delle bacche, del giallo e del bianco dei fiori che incorniciano la striscia nera della terra che i suoi piedi percorrono.
Tutto intorno il silenzio sarà gonfio. Ma dopo molti minuti il bosco lo ingoierà e le sue forme di vita accetteranno lo straniero, il viandante curioso. Gli uccelli torneranno a volare, sfiorando le foglie degli alberi alti, gli scoiattoli si arrampicheranno sulla corteccia scura degli alberi, piedi veloci correranno sulle foglie del sottobosco, gocce di acqua scorreranno nei letti che a fatica hanno costruito.
E il viandante non potrà che fermarsi, appoggiare il suo bastone di legno, e sedersi su una roccia. Si toglierà il cappello, asciugherà il sudore dalla sua fronte e tufferà il suo sguardo dentro il mondo che è intorno a sé.
Sorriderà, quel viandante. Perché è lì che lui vuole essere. E’ lì che voleva andare.
Con una mano accarezzerà le sue cicatrici. Con un pensiero sfiorerà quelle interne alla sua testa e al suo cuore.
Quel sentiero, quel bosco. Sono la sua speranza di vita.
Della serie: la tecnologia aiuta o è una pura rincorsa consumistica? Questa riflessione parte dalla constatazione amara che, pur essendo un possessore di strumenti tecnologici, sono anche infelice. Potrei fare sfracelli con simili “device”, invece non riesco a fare granché. Sono pigro? Forse. Sono incapace? Forse. Soprattutto, però, ho sete di semplicità e di avere tra le mani pochi strumenti che mi facciano fare facilmente ciò di cui ho bisogno.
Di cosa ho bisogno? Di scrivere mail, di fare foto e socializzarle, di essere aggiornato, di leggere documenti e diffonderli in tempo reale. Ok, tutte cose che la moderna tecnologia consente di fare facilmente. E’ così? No!
Dunque, ricapitoliamo: ho un iPhone 5 e un iPhone 4, un iPad 3 e un MacBook Pro di inizio 2010, comprato ricondizionato dalla Apple. In casa ho anche un PC assemblato con installati Windows 7 e Linux Ubuntu 13.10. Di tutto di più. Dovrei essere a posto. Macché!
I due iPhone hanno delle antenne con una ricezione un po’ approssimativa per cui dentro casa o al lavoro ho problemi di connessione in rete H3G (3). Morale: mi cercano sul cellulare e risulto non raggiungibile. Cambiare gestore? Ho avuto Vodafone ed era peggio di prima. Viaggio molto con il treno sulla linea Brindisi- Roma: non c’è quasi mai campo e per circa cinque ore sono fuori connessione. Questo problema, ovviamente, crea qualche problema anche per la funzione tipica di uno smartphone: non mi posso connettere e quindi niente social network, che per me è Twitter e cioè informazione secca e sintetica in 140 caratteri.
Beh, penso, hai l’iPad. Pesa poco. Pare. Invece pesa, custodia compresa, poco meno di un chilotto e dentro lo zaino mi sega la spalla come se portassi un portatile di un paio di chili. E’ uno strumento eccellente, il migliore probabilmente. Tranne un piccolo particolare: se non hai un account gmail, o un dominio personale, non si riceve posta e non si spedisce perché i gestori sono in concorrenza tra di loro. Morale: se hai Vodafone non trasmetti nulla, se hai 3 non puoi ricevere e trasmettere da un account Virgilio o Tin o Tim e viceversa. Quindi meno male che hai gmail. Ma se sei uno, come me, che lavora per una organizzazione che ha una sua struttura sono dolori, a meno che tu non sia uno smanettone collaudato e sappia accrocchiare qualche idea per uscire dall’inghippo. Ma ci vuole tempo e fortuna.
Il MacBook Pro. Bellissimo con il suo alluminio anodizzato e la sua eleganza, con il suo sistema operativo Mavericks. Bello. Ma tavolta inutile. Con l’ultimo aggiornamento non funziona più l’applicazione Contatti dove avevo salvato tutti gli indirizzi mail a cui inviare quotidianamente i documenti che elaboro. L’applicazione Mail non li accetta più. Morale: devo riscrivere ogni volta la bellezza di 50 indirizzi, uno per uno, mettendoci una vita e mezza. Alla faccia del tempo reale. Finito? No! L’applicazione Mail è lentissima nello scaricare e ancor di più nello spedire anche una singola mail. Significa che se ho pochi minuti devo restare lì imprecando come una bestia e aspettando che la signora applicazione si decida, dopo circa cinque minuti, di far partire la mia benedetta e urgente mail. Pensate questa scena alle 7.30 del mattino quando la casa è una bolgia perché i figli devono sbrigarsi per andare a scuola e aspettano me per accompagnarli e la moglie, che ha fretta di andare al lavoro, aspetta anch’essa me per spostare la macchina. Ma Mail ha deciso che la vita va presa con grande calma.
Finito? Un attimo. Da anni ho rinunciato, con grande piacere, ad utilizzare Microsoft Office che per Mac, comunque, è decisamente migliore della versione per Windows. Però preferisco usare Oracle OpenOffice che è gratuito e ha più funzioni del concorrente più famoso. Non ho mai avuto problemi, tanto è vero che l’ho installato su tutti i computer, mac o pc, che ho avuto e ho tra le mani per piacere o per lavoro. Beh, da quando ho installato Mavericks sul Mac non funziona più. Letteralmente. E’ morto. L’ho disinstallato e scaricato una versione vergine più volte. Nisba, non funziona più e sui forum, pur rilevando moltissimi che hanno problemi identici ai miei, non ci sono soluzioni di alcun tipo né da parte di Apple che da parte della Oracle. Morale? Ho dovuto scaricare, pagando (poco), la suite NeoOffice che lavora molto bene ma non è al livello del mio amato OpenOffice.
Tutti questi sono problemi del Mac? Provate a mettere le mani su Windows 8. Mi sapete dire come si fa a cercare un programma o un file? Evitate di fare i brillanti: la risposta la so, ma immaginate un utente qualsiasi che non ha una eccessiva dimestichezza. Ci sbatterà ore perché quel sistema operativo è illogico e incomprensibile. E’ stato programmato per gli strumenti “touch” e quindi per tutti gli altri è poco logico. E poi provate a girovagare alla ricerca del Pannello di Controllo. Dovrete fare tutta una serie di ricerche e non è detto che, alla fine, riusciate a venirne a capo.
In sintesi, dove la girate e la voltate, la tecnologia è una trappola per gonzi in cui il fine non è quello di aiutarvi a fare meglio quelle pochissime cose di cui avete bisogno. E’ semplicemente quello di durare il meno possibile e invogliarvi a comprare sempre più rapidamente un nuovo oggetto, un nuovo programma, un nuovo sistema operativo. Penserete, dopo ogni acquisto, di aver fatto la scelta giusta e di aver finalmente risolto i vostri problemi. Errore! Saranno sempre di più e sempre meno risolvibili.
Il mio Mac ha quattro anni, ossia un periodo di tempo che per la tecnologia è un’era geologica. Teoricamente. Perché a saper guardare l’hardware non c’è molta differenza rispetto a un portatile uscito un paio di giorni fa. Certo la differenza è nel risparmio energetico, nella qualità del monitor, nell’efficienza della ram. Però la differenza nella velocità di esecuzione di un programma o di un’attività è in un centesimo di un battito di ciglia, cioè non ve ne accorgerete mai. Di una cosa però mi accorgo: per battere questo post impiego una mezzoretta. All’inizio la batteria è al 90%. Alla fine, mentre lo sto rileggendo, la batteria è al 15%. Cioè ha esaurito la sua carica. Vabbé, direte, mettilo sotto carica, non è un problema. Non posso. Sono le 20,30 e per caricarsi ci impiegherà almeno quattro ore. E sarò a letto a dormire. Dovrò rimandare a domani. In sintesi, dopo quattro anni, posso lavorare in autonomia per circa un’ora e impiegare quattro ore per la ricarica. Una follia.
In questi quattro anni ho cambiato il disco rigido, e ho dovuto imparare a farlo da solo altrimenti avrei speso un pozzo di soldi e avrei dovuto aspettare mediamente dalle due settimane ad un mese mentre guardando un paio di filmati su youtube ci ho impiegato tre minuti e mezzo nonché risparmiato un mucchio di denaro, e raddoppiato la ram perché ogni aggiornamento di sistema operativo rallentava la macchina. La madre delle domande è: possibile che un investimento di oltre 1.200 euro dopo pochi anni non valga più nulla? Possibile che non ci siano vie di mezzo? Possibile che non ci sia spazio per il sentimento, per l’affezione ad un oggetto in cui si sono scritti pensieri, racconti, lavori, elaborato idee, vide, presentazioni, registrato fotografie, che sono pezzi della propria vita, musica, film? Possibile che si debba buttare e basta?
La risposta ce l’ho ma chiudo così, sperando che qualcuno voglia commentare ed iniziare un dibattito.
Ah, ovviamente nella mia risposta c’è spazio per un ragionamento anche su Linux, la filosofia dell’opensource e dei sistemi gratuiti per consentire a tutti di poter aver a che fare con la tecnologia senza aver messo da parte capitali e macchine all’avanguardia. Perché, incredibile ma è possibile, si può lavorare con strumenti vecchi.