Un incontro

La fermata dell’autobus era spazzata dal vento. Le carte gettate volavano tutto intorno a Marco. Ma lui non se ne accorgeva, tanta era la stanchezza della lunga giornata di lavoro. Lo zaino gli pesava sulla spalla destra. Già prevedeva che domani avrebbe avuto torcicollo e mal di testa a causa del peso eccessivo sul nervo. Non riusciva però a fare la cosa più semplice: infilare le spalliere in tutte e due le braccia per distribuire il peso. Eppure non è che l’iPad fosse molto pesante. Aveva provato e riprovato a ridurre al minimo le cose da portare con sé la mattina ma, qualunque fosse il peso, era comunque eccessivo e il nervo della sua spalla destra gli si infiammava.

Il cervello era spento quella sera. Non vedeva l’ora che l’autobus arrivasse e lo portasse, finalmente, a casa. La fermata era piena di ragazze e ragazzi vocianti e qualche signora anziana che rientrava dopo essere andate a trovare i figli o qualche amica, oppure anche loro al rientro dopo una lunga giornata di lavoro.

Il colore del cielo virava verso il blu cobalto. Le giornate iniziavano ad allungarsi, il grande buio stava per concludersi, come anche quell’inverno tutto sommato abbastanza mite anche se molto piovoso. L’autobus arrivò anticipato dai fanali tondi e abbaglianti. Marco fissò quel bagliore e poi ritrasse lo sguardo, chiudendo gli occhi con una smorfia.

L’autobus si fermò, con uno sbuffo rumoroso si aprì la porta anteriore. Marco lasciò il passo meccanicamente ad un paio di signore un po’ anziane. Prese dalla tasca della camicia il biglietto e lo mostrò, alzando la mano destra, verso il controllore che lo riconobbe e, con un cenno del capo a mo’ di saluto, gli sorrise. Il ragazzo ricambiò distrattamente, si diresse verso la coda del pullman e si sedette vicino ad un finestrino. Purtroppo i posti singoli erano occupati e fu costretto a sedersi al fianco di una delle due signore anziane che erano salite insieme a lui. Purtroppo gli capitò la più robusta e fu costretto a poggiarsi lo zaino sulle gambe. A fatica aprì la cerniera della tasca posteriore e tirò fuori un libro. Lo accarezzò con la mano, lisciando la copertina bianca ruvida, e lo aprì tirando il segnalibro. Si immerse nella lettura, un po’ contrariato per il poco spazio disponibile.

Dopo qualche minuto il dondolio delicato del tram, perché l’autista era uno molto esperto e attento conoscitore delle strade, lo immerse nell’atmosfera della storia narrata nel libro, e si distrasse completamente da ciò che lo circondava. Le fermate si avvicendarono rapidamente e il tempo rimasto per arrivare a quella in cui sarebbe dovuto scendere si assottigliava.

Uno scossone più violento lo colse di sorpresa e gli fece scivolare il libro dalle mani. Riuscì ad afferrarlo prima che cadesse per terra. Aggrottò la fronte e tirò un sospiro di sollievo: sarebbe stato un bel problema raccoglierlo da terra con il poco spazio disponibile. In quel momento avvertì l’afrore di sudore secco provenire dalla signora al suo fianco. La guardò con la coda dell’occhio e la sua attenzione fu attratta dalle grandi braccia muscolose scoperte da una camicia a maniche corte. Era inverno e ‘sta tizia andava in giro a maniche corte! La guardò meglio, questa volta girandosi verso di lei e seguì il profilo dalla forma ruvida e netta, quasi fosse tagliato con l’accetta, i corti capelli biondi, il viso largo e bonario. La donna si girò verso di lui e un timido rossore salì sulle guance del ragazzo che si girò rapidamente.

E fu allora che la vide. Era di fronte a lui, nella fila di posti successiva. La testa era poggiata al vetro, lo sguardo perso oltre il finestrino. La ragazza aveva un viso sottile, un naso minuscolo e due grandi occhi scuri. Lunghi capelli ricci scivolavano intorno a quel viso e al collo lungo e sottile. Marco si perse nel guardare quella ragazza.

I grandi occhi all’improvviso si girarono e lo fissarono. Lui si imbambolò. Lei senza sorridere gli fece un cenno con il mento. Marco spalancò gli occhi sorpreso. Lei gli sorrise e lui si sentì mancare. Le labbra erano morbide, piccole, rosate. Lei, allora, indicò con il dito il libro e gli indirizzò uno sguardo interrogativo. Lui afferrò e alzò il libro come per dire: questo? Lei annuì con un movimento morbido del viso. Il ragazzo non poté trattenere, nonostante la sua timidezza, un sorriso. Aprì il libro e lo alzò per mostrare alla ragazza il titolo. Lei staccò la testa dal vetro e si allungò, socchiudendo gli occhi. Si fermò qualche secondo in quella posizione, le mani sulle ginocchia e il busto leggermente spinto in avanti.

Dopo aver letto il titolo si appoggiò nuovamente allo schienale del sedile di legno e annuì convinta verso Marco. Alzò il pollice, chiudendo la mano a pugno. Le piaceva. Lui sorrise ancora, questa volta con sincera spontaneità.

La ragazza si perse di nuovo guardando la città oltre il vetro sporco dell’autobus. Marco sperava che lei lo guardasse ancora, voleva ascoltare la sua voce ma la timidezza gli impediva di fare un passo verso di lei. Anche lui guardò dove si poggiava lo sguardo della ragazza. Ma il tempo stringeva, la fermata si avvicinava.

E allora la guardò. Dritto, intenso. Cercò i suoi occhi. La ragazza avvertì lo sguardo e lo ricambiò. La sua espressione era seria ma ogni tanto un filo di sorriso si disegnava su quelle labbra morbide e piccole. Lui sentiva, quando le labbra di lei si allungvano, una fitta al cuore. Non capiva cosa gli stesse accadendo. Abbassò lo sguardo che scivolò, inavvertitamente, sulle gambe della ragazza. Erano accavallate e la gonna, corta ma non troppo, le si era alzata. I collant neri luccicavano e lui avvertì un moto di desiderio. Lei intuì il suo sguardo e lo abbassò per guardarsi le gambe. Poi fissò il ragazzo aggrottando le sopracciglia, come per dirgli: che guardi? Si aggiustò sul sedile e abbassò la gonna, contrariata. Marco rimase male. La guardò negli occhi e alzò una mano in segno di scusa.

Lei gli sorrise ancora e scosse la testa come per dire: fa nulla.

Marco doveva parlarle. Doveva superare la sua timidezza. La signora grassa al suo fianco continuava imperterrita a fissare un punto dritto davanti a sé, ignara.

Il ragazzo chiuse il libro e lo infilò nello zaino. Il pullman frenò e le porte si aprirono. La ragazza, di scatto si alzò, si infilò la borsa e scese di corsa. Un attimo prima di scendere l’ultimo gradino, si girò verso Marco e lo fissò.

Il ragazzo fu colto di sorpresa, si alzò di scatto anche lui ma senza sapere cosa fare. Sentiva di doverla seguire. Non fece in tempo perché non riuscì a superare la donna al suo fianco che gli bloccava il passaggio. Restò in piedi, inebetito.

Le porte si chiusero e l’autobus ripartì con uno sbuffo. Riuscì solo a vedere la ragazza, oltre i vetri striati di grasso. Lei lo guardava a sua volta, gli sorrise e con un gesto rapido gli indirizzò un bacio con la mano.

Poi scomparve, confusa nella folla sul marciapiede.

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Il passo doppio

Non posso correre. E allora cammino. Il percorso della mia corsa quotidiana e serale ora lo faccio camminando veloce, più o meno. Non mi piace solo camminare e le gambe, spontaneamente e staccate dai comandi del cervello, tentano più volte di scattare. Le devo frenare, ma con sofferenza. Interiore e fisica. Perché correre per me è vita. L’ho scritto molte volte, forse anche troppe. Ma è così. Senza la corsa quotidiana cado in una depressione intensa, che arriva ad avere quasi una consistenza fisica, palpabile.

La sera, dopo una giornata di lavoro che aumenta la depressione mentale, mi vesto con lo stesso abbigliamento running ed esco. Vado incontro al tramonto, al sole che spegne la giornata. Lo vado a salutare. Il mio cammino mi porta verso le strade di campagna, il cemento cola via gradatamente. Il grigio sporco è pieno di carte, di preservativi usati, di fazzoletti pieni di sperma secco, di assorbenti che non sempre sono puliti. Sono le macerie di battaglie amorose che si consumano al buio di un largo parcheggio alle soglie della campagna brindisina. E’ un panorama comunque pieno di vita ed è incorniciato dal vento che batte quello spiazzo, sia esso vento di tramontana, di scirocco o di grecale. Qualunque sia il vento che soffia nella giornata, una volta che si risale la leggera salita verso lo spiazzo accarezza delicatamente il viso. Ogni volta chiudo gli occhi, alzo il naso e annuso i profumi della campagna di cui il vento è gonfio, impregnato in ogni suo refolo.

Attraverso a larghe falcate, saltellando per evitare di calpestare le macerie sessuali, e finalmente arrivo alla stradina che taglia a metà un largo prato di grano. Oggi il cielo era colmo di nuvole nere gonfie di acqua. Una coperta aggrovigliata di onde grigie e scure. Ma sulla sinistra un grande buco squarciava la coperta di nuvole ed esattamente al centro un sole lucido, intenso, giallo come l’oro illuminava di traverso l’aria e la campagna. Il grano appena nato sulla terra nera era di un verde violento, intenso, vivo. Alla mia destra vibrava sotto le folate del vento il recinto elettrificato dell’aeroporto militare. Ma subito dietro si ergeva il campanile appuntito della chiesa di Santa Maria del Casale, la mia tappa intermedia. La luce del sole, in quel preciso istante in cui raccoglie tutta la sua forza prima di spegnersi lentamente e di trasformare la sua forza in tenui colori pastello che accompagnano verso il buio della notte.

Sulla strada, sottile, e circondata dal verde, incrocio i miei vecchi compagni di corsa. Mi salutano ma li guardo, pur rispondendo con un sorriso o con un cenno del capo, con un magone, una malinconia, che non riesco a trattenere. I giorni passano ma il tempo si dilata e il punto di arrivo, il giorno in cui finalmente potrò staccare i piedi da terra e riprendere la mia corsa, sembra sempre più lontano. E’ come in ogni gara della vita in cui il traguardo pare vicino e invece, proprio quando senti le forze che pian piano ti stanno abbandonando e compare quella drammatica sensazione che potresti non farcela ad arrivare sino in fondo, si allontana ancora una volta e ormai diventa irraggiungibile.

Dopo la malinconia, però, è arrivata una bordata più intensa di tramontana e l’acqua dal cielo ha incominciato a cadere. Ho alzato il viso verso il cielo e piccole gocce mi hanno bagnato. Intorno a me c’era un silenzio totale rotto solamente dal fruscio delle gocce sulla terra. Era un rimbombo veloce ma delicato, e si ascoltava come un rimbalzo che si distendeva verso l’orizzonte mentre i colori del sole diventavano più intensi e dolci. L’erba si piegava sotto le gocce di pioggia per poi rialzarsi fiera e lucida. Piccole pozzanghere si riempivano di cerchi concentrici, e l’acqua color ferro si intorbidiva velocemente. Come un bambino ci ho infilato i piedi, rompendo le onde e inzuppando scarpe e la terra gialla.

Mi sono fermato e ho guardato il sole al tramonto. Un leggero tremito scuoteva la luce digradante, come un fremito che apriva le nuvole e aumentava lo squarcio nel cielo. Gli alberi sulla linea dell’orizzonte vibravano anch’essi, ondeggiando lentamente al passare del vento.

Mi chiedo sempre quale possa essere il senso di una vita. Oggi mi sono risposto: non c’è un senso, ma solo l’opportunità di poter guardare un simile spettacolo: il sole al tramonto che saluta il giorno e ci guida, con la poesia dei colori, verso il buio della notte.

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Il viaggiatore

Aprire la finestra, guardare il cielo e rendersi conto che è la giornata giusta. Il cielo è azzurro, qualche nuvola bianca veleggia verso il sud, spinta da un freddo fresco e pungente. Le cime delle montagne sono limpide e innevate. I colori del bosco sono un quadro ricco di pastelli con sfumature che dal verde intenso virano verso il giallo e qualche punta di ruggine sparsa a valle. L’erba sui dossi è corta, le rocce sono pezzate dal muschio. Chiudo gli occhi e inspiro con forza i profumi intensi.

Lascio che il vento entri nella baita. Prendo lo zaino e lo riempio con metodo. Abbigliamento tecnico che occupa poco spazio, è caldo e si asciuga rapidamente quando si lava, un paio di scarpe comode ai piedi e uno di ricambio, una torcia e la mia vecchia mappa incollata con il nastro adesivo. Dal tavolaccio prendo il taccuino, due matite e due penne e le infilo nella tasca esterna. Indosso la sciarpa, il giubbotto e il cappello.

Chiudo la finestra, dopo aver serrato gli scuri. Apro la porta ed esco. Il lago, di fronte la casa, è calmo ed è di un lucido color smeraldo. La superficie trasparente mostra gli alberi pietrificati sul fondo di ghiaia. Un respiro profondo mi riempie i polmoni di aria pulita e gelata. Il profumo della terra bagnata si mescola a quello del muschio, del tappeto di foglie del sottobosco, e all’aroma intenso dei funghi che saranno cresciuti dopo la pioggia dei giorni scorsi. Afferro il bastone che ho ricavato da un ramo di cimbro. Lo soppeso, ne apprezzo il bilanciamento. Sulle mie labbra compare un sorriso. Sono pronto.

Evito di girarmi, non voglio guardare il passato.

Lei, stamattina, non è venuta. Non c’è. Forse non c’è mai stata veramente.

Sono solo. L’ho capito al mio risveglio. Guardo il cellulare che è apparso nella mia mano. Lo appoggio sul davanzale di legno.

Mi giro, senza guardare la casa. E mi inoltro verso il bosco. Riprendo il cammino.

Sono un viaggiatore. Non so fermarmi. So solo scrivere i miei pensieri e vivere in mezzo ad un bosco.

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Oltre il buio della pioggia

La finestra è chiusa. Oltre c’è un mondo disarticolato, spezzato in mille gocce che l’acqua ha battuto sul vetro. Il vento soffia forte, lo sento dal furioso vibrare delle persiane. Non riesco a vedere le cime degli alberi che ondeggiano nel vuoto. Il buio della sera ingoia tutto. Solo qualche sporadico lampione arancione getta una confusa penombra che rende tutto inquietante.

Io sono qui, dietro questo vetro. Osservo il buio, ascolto il soffio nelle fessure del legno, guardo la vita che scorre pigra nel mio quartiere, periferia abbandonata di una piccola città di provincia.

Il battito del cuore rimbomba nel silenzio che mi circonda. Inspiro a fondo, fisso il cielo cercando di individuare qualche nuvola bianca nel cielo, ma è tutto una massa nera che schiaccia e opprime. Non ho la profondità, non mi resta che attendere. Il mio cuore batte veloce, mi assale un’ansia che schiaccia lo sterno.

I pensieri corrono, si inseguono, si scontrano e si ammucchiano come se precipitassero in un burrone. Mi torna in mente un sogno che mi faceva svegliare all’improvviso di notte quando ero bambino. Sognavo di precipitare in un buco lungo e ondulato le cui pareti erano fatte di sabbia finissima. Una lunga caduta senza fine da cui sapevo non sarei mai più potuto risalire. Perché era sabbia e anche se ero molto piccolo sapevo che la sabbia non consente nessuna presa. Mi svegliavo in silenzio, saltando sul letto con gli occhi spalancati, ma intorno a me era tutto buio. Era un sogno o era realtà. Dopo qualche secondo però il vecchio orologio a pendolo, che mio padre appendeva in tutte le case doveva avevamo abitato nel corridoio un po’ distante dalla porta di ingresso nella casa,  rompeva il silenzio della paura e batteva tranquillo, inesorabile, il passare dei secondi. Mi calmavo, non del tutto però. La notte, e il suo opprimente vuoto di rumori, veniva spezzata dalla luce dei fanali di una rara macchina che transitava giù nella strada. Solo allora ero sicuro che fosse stato solo un incubo e tornavo a sdraiarmi nel letto sollevando il lenzuolo sopra le orecchie.

I pensieri corrono, si affollano confusi e non riesco a metterli in fila. Non riesco a capire cosa mi vogliano urlare, dire, sussurrare. Non riesco ad ascoltarli. Chiudo gli occhi, inspiro piano cercando di governare il battito del cuore. Non ci riesco.

Le gocce riprendono a cadere sul vetro. Battono con forza, è un tamburellare ritmico. Sono colpi veloci, la goccia resta ferma un attimo per poi rompersi, scivolare lentamente e poi andare giù sempre più veloce. Dopo qualche minuto il vetro è uno smeriglio di colori, la poca luce dei lampioni arancioni prende forza, diventa vivida in quelle strisce di acqua. Ma non vedo più nulla. Non è più buio, ma è un mondo deformato, scheggiato, dalle forme strane e illogiche.

Come i miei pensieri. Il tempo va avanti, indifferente a tutto. La natura vive, semplicemente vive, si difende e si rigenera in un cerchio perfetto. Come è perfetta la forma della goccia, un attimo prima di frantumarsi, scivolare e poi morire mescolandosi nella terra in cui cadrà. E’ la vita. Tutto si crea, si forma, si modifica. Diventa altro. Nulla muore, nulla scompare senza lasciare traccia.

Apro la finestra, un soffio di vento tiepido mi schiaffeggia il viso. La pioggia mi bagna le lenti e la pelle. Lascio scivolare il braccio sul vetro, lo asciugo e poi richiudo. Il mondo buio, oltre la finestra, è una serie di strisce parallele. Ma le gocce di pioggia si riprendono presto il loro spazio. Nel silenzio ritmico e pulsante della natura.

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L’attesa

Sono le 8.25 del mattino. Ho percorso cento chilometri per essere qui in tempo. Franca è con me, seduta nella sedia qui di fianco, il viso gonfio per la notte insonne, i bei capelli biondi e ricci che le scivolano sul collo.

La strada questa mattina era libera, una striscia di cemento che si confondeva nel cielo nuvoloso. Nuvole chiare, grigio perla, mescolate a cumuli scuri, color grafite, che si impennavano come la punta di un cono di panna sporco di fumo.

Il vento forte schiaffeggiava le fronde degli alberi, ma non le piegava. Era un lento ondeggiare che sparpagliava le foglie secche lungo i bordi della strada.

Ora sono qui, in uno scantinato oscuro di un ospedale. Una stanza che spezza un lungo corridoio in penombra che pende verso il basso, colmo di persone. Sono tante, frammentate in file diverse. E’ un frattale gonfio di dolore, di espressioni serie, di preoccupazioni, intriso della stanchezza umida di una lunga attesa che pare non debba finire mai.

Aspetto. So che sarà una lunga giornata. L’importante è iniziare, sentirsi chiamare per avviare lo start di un gioco in cui sarò tirato in ballo, con cui dovrò misurarmi. Con cosa? Con il dolore. Con la condivisione del dolore. Quello fisico che non ho mai conosciuto e che adesso è lì, dietro un vetro smerigliato che nasconde un responso, una sentenza, una speranza o la fine di essa.

Mi guardo intorno. Ascolto. E’ un lento e strascicato sussurrìo. Voci femminili che si raccontano, si danno la mano, si coccolano. Gli uomini restano in un silenzio serrato, quasi oltraggiato, con la testa chinata verso il basso e le mani che stringono un fascicolo.

Io invece scrivo. Cerco nella carta del taccuino il mio silenzio. Cerco di placare il cuore in tumulto. Gli occhi sono gonfi, quasi mi si chiudono per la stanchezza, per la tensione, per lo stress, per la noia. La stanza, quella in cui mi sento infilato e impilato quasi di forza, è piena. L’aria è densa, gli occhi puntati sul vetro di fronte. Il vento si infila negli infissi di alluminio e fischia indifferente. Le luci qui sono intense, bianche, asettiche. I muri sono piastrellati come se fosse un bagno. I pavimenti puliti.

L’infermiera, un donnone basso e largo, si affaccia. I capelli gialli sembrano tagliati con l’accetta, dritti, innaturali. Il viso è bonario ma il tono della voce non lascia scampo: lei ha il controllo.

Chiama il mio nome.

Chiudo il taccuino e faccio scattare la penna. Inizia il gioco. Start. O End?

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La linea retta

TramontoNel tardo pomeriggio, quando la luce lascia il suo spazio all’ombra, alzate lo sguardo dalle vostre inquietudini e guardate il cielo. Guardate verso ovest, fate cadere lo sguardo sulla linea dell’orizzonte, lì dove si mescola la terra con l’infinito; lì dove il profilo scuro degli alberi spezza la luce del sole morente; lì dove ogni rotondità, asperità o sfumatura torna linea retta, ridiventa essenza pura. Da giorni, da settimane, da qualche mese, in particolare quando il cielo è sfiorato da nuvole dense e morbide che camminano pigre e sparse, i colori del tramonto sono di una intensità mai vista. Il giallo oro del sole digrada verso un arancione limpido, e man mano che lo sguardo sale verso l’alto, alla ricerca della stella polare, si trasforma, lento come il procedere delle nuvole, in rosa antico in glicine e poi in un violetto leggero. A guardare il cielo, mentre un sorriso spontaneo si disegnerà sul vostro viso quasi inconsapevole, vi apparirà un quadro di una tale bellezza che nessun pittore, nessun maestro del colore, nessuna ricerca disperata di nuove tonalità, con un pennello che spalma decine di colori mescolandoli su una tavolozza di legno screpolato, potrà mai realizzare.

In quel preciso istante il silenzio scenderà intorno e dentro di voi. Un respiro lento e leggero penetrerà i vostri polmoni, l’aria gelida della sera che avanza pulirà i vostri occhi e la luce tremolante intorno a voi diventerà nitida, di cristallo.

Un momento di limpida serenità che cancellerà ogni ombra, ogni ansia, dal vostro cuore.

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L’essenza.

Sono affascinato dalla scrittura essenziale. Quel modo di scrivere le cose per come sono, semplicemente raccontandole, senza inutili orpelli e aggiunte. Quell’insieme di poche parole, di frasi brevi che mostrano le cose, i colori, raccontano i profumi, le atmosfere. Nude, pure, crude. Senza lunghe cotture, senza arrotolarsi nel mostrare più di quello che è. Come un sospiro, che inizia lento, inspira piano l’aria per poi gonfiare i polmoni con uno scatto improvviso, potente, finale. E poi scivolare inesorabile verso la fine, buttando fuori di sé tutte le scorie e liberando la potenza ma dosando le forze, in modo consapevole, finito.

Sono affascinato dalla semplicità, quel mettere uno strato sopra l’altro così come è la vita. Un insieme di linee rette o di parabole, di momenti, che si susseguono secchi, diretti, inevitabili e a loro modo infiniti. Come lo spazio che ci circonda di cui non conosciamo la fine ma che sentiamo il bisogno netto di rendere semplice.

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Compagno

Nei social network è impossibile ragionare sulla politica. In particolare quando si parla di sinistra. Ogni volta che provo ad inserirmi in qualche post commentando e dicendo quel che penso, mi ritrovo dopo un paio di ore con la pressione che sale verso le stelle. Solo che, anziché rinfrescarmi la mente e sentirmi più leggero per il ridursi della forza di gravità, mi ritrovo con la testa che mi scoppia e le vene che pulsano ferocemente per il nervoso. La sinistra italiana è dilaniata da mille personalismi e soprattutto è incentrata sulla figura retorica del “tradimento”. Ogni singola persona che ritiene di essere politicamente uno di sinistra ha di sicuro la sua verità in tasca. Ma è una verità assoluta che non consente alcun tipo di confronto o di smentita.

In questi ultimi mesi un politico oggetto quotidiano di tale figura retorica è il buon poeta di Terlizzi, nonché Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Uno degli uomini politici più odiato in assoluto. Da chi? Da Forza Italia? Da Alfano? Da Monti? Da Casini? Anche, ma soprattutto da tutti coloro che aderiscono ai vari satelliti, talvolta molto piccoli se non praticamente invisibili, della sinistra. Vendola è un traditore. Punto.

Io non sono d’accordo. Nel senso che credo, politicamente, che Vendola negli ultimi due anni abbia sbagliato praticamente tutte le sue scelte. Penso anche che sia ormai tramontato e abbia perso l’occasione per diventare un nuovo uomo guida per la ricostruzione della sinistra italiana. Ma questi son pensieri miei e non voglio soffermarmi in questa sede, anche perché non credo di avere abbastanza capacità per svilupparli.

Però se butti nei social network la parola Vendola, la parola non la persona, si scatenano i cani e te li lanciano contro. Non posso nemmeno provare ad essere educato, garbato, ad argomentare le mie opinioni. No. Sono letteralmente assalito in malo modo. Strattonato. Sfottuto. Ridicolizzato. Offeso. Strappato. Ingiuriato. Sono rientrato nella figura retorica del “traditore”.

Prima ancora che qualcuno legga il contenuto di ciò che ho postato, o commentato, su twitter o su Facebook (in particolare su Facebook), divento l’imbecille servo della destra che si traveste da sinistra. Il fatto che chi ha scritto sia una persona che ci mette la propria faccia e il proprio nome, che magari ha anche una storia personale di impegno politico, possibilmente e con difficoltà portata avanti con un minimo di coerenza, non ha alcuna importanza nel senso che non gliene frega a nessuno. Sei un traditore. Perché? Perché hai osato difendere Vendola. Che è un servo della destra. Quale? Ma quella del PD. Che per i veri uomini della sinistra radicale, quelli che sanno tutto e che capiscono tutto, sono il vero nemico. Perché il vero nemico non è mica quel tizio con la pancetta e tutto rifatto che ha governato per quasi vent’anni. No, il nemico è il traditore PD e il sodale corrotto Vendola.

Facebook è diventato un postaccio dove si scatenano i peggiori impulsi sociali. Soggetti che si nascondono dietro pseudonimi e che non mostrano il proprio volto svolgono quotidianamente il ruolo dei sobillatori, spesso da strapazzo, o dei provocatori. Si infilano, dopo aver guardato dal buco della serratura, e scatenano il peggio del peggio in modo da trasformare rapidamente ogni discussione, magari iniziata in modo garbato, in una rissa da saloon in cui vengono violate tutte le regole della buona educazione e della netiquette. In questo modo le critiche “sane”, quelle vere e argomentate e magari radicali, sono seppellite da tonnellate di merda che riescono nel loro intento di nascondere tutto sotto un mucchio di spazzatura maleodorante e a far scappare molte persone.

Si può fare nulla? E’ possibile ricostruire un nesso logico che riporti le discussioni, la voglia di esprimere la propria opinione in pubblico, ad una dimensione umana e accettabile? E’ possibile tagliare con lo schiamazzo furbesco tipico di una destra cialtrona e che invece ormai ha invaso anche gli spazi, i luoghi, della sinistra?

Sono aperte le riflessioni.

Stamattina, mentre addentavo la mia solita ciambellina e sorseggiavo il caffè bollente, ripensavo agli esordi della mia esperienza con internet. Era il 1995 ed ero uno dei cinque brindisini che avevano un collegamento in rete con la Futura srl. Il frastuono del modem interno al Mac Performa 6200 era un brivido di attesa prima di entrare in un nuovo mondo. Poi il collegamento si apriva e il silenzio delle onde cosmiche si riversava, sciabordando, nel monitor a 72 colori. Si apriva il Netscape e si cercava di trovare qualcuno con cui entrare in contatto. Eravamo pochi in tutto il pianeta e avevamo a disposizione pochi programmi. Il sogno era entrare in qualche lista di discussione. Io entrai nella alt. soc.italian. La scaricavo dentro il client email, l’Eudora. E lì iniziò il contatto con un mondo di una decina di ricercatori universitari e scienziati italiani distribuiti nel mondo: negli USA, in Canada, in Argentina, in Brasile, in Inghilterra, in Francia, in Australia. Erano soprattutto fascisti travestiti da democratici e qualche comunista che, più sfigato forse proprio perché tale, era in qualche buco in culo al mondo. E le discussioni erano violente, talvolta molto offensive, ma argomentate, lunghe, informate. Era una prova molto difficile con cui misurarsi. E quando si capiva che si era di sinistra, un compagno comunista, partiva immediatamente la solidarietà umana e politica. Ci si aiutava, ci si consigliava sul come evitare il degenerare di alcune discussioni. Si era, in sintesi, dei compagni. Cioè persone che condividevano un’idea e che, anche se si era su posizioni diverse e distanti fisicamente migliaia di chilometri, sapevano comunque di essere dalla stessa parte.

Questo era essere compagni: persone che condividevano un’idea e che, proprio per questo, comunque la si pensasse si solidarizzava. La figura retorica del “tradimento” era un’ultima istanza.

Oggi è, invece, la prima. Ed è per questo, modesta opinione, che la sinistra in Italia ha poco da dire ed è condannata a restare marginale. Forse, se si partisse dal dare contenuto alla parola “compagno”….

 

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La scrittura terapeutica

Dicono che la scrittura sia terapeutica contro gli inciampi della vita. Beh, nel mio caso non ha funzionato così. Per mesi ho deciso di chiudermi in un silenzio ostinato e ho deciso, perché incapace, di non scrivere una sola parola.

Certi giorni _soprattutto al mattino mentre sorseggio il caffè addentando un paio di biscotti, possibilmente bruciacchiati, e leggo sull’ipad i quotidiani_ ho l’impulso forte di prendere la penna o il mac e scrivere. Però mi fermo. Scrivere cosa?

Ho tante cose che vorrei scrivere: il racconto di ‘sto casino che sto vivendo perché non ci capisco niente, oppure riprendere in mano un racconto lungo che sento molto autobiografico, oppure ancora la storia di mio figlio Davide, che meriterebbe un romanzo a parte per tutto quello che ci starebbe dentro. In quel momento, in quel preciso istante, in cui il sole spunta alle spalle della villetta di fronte al mio appartamento e la luce calda, gialla, quasi arancione, del primo mattino illumina il tavolo e inonda di oro tutta la polvere che danza nell’aria, mi rendo conto di non avere granché da dire. Mi rendo conto, con un sospiro e con la serenità che avvolge ogni consapevolezza, di non avere le parole per raccontare nulla di tutto ciò. Mordicchio di nuovo il biscotto che ho nella mano destra e abbasso la testa sull’articolo che avevo abbandonato, sapendo che l’avrei fatto solo per un attimo, magari lungo ma sempre e solo un attimo.

So che mi sarebbe utile raccontare la storia di questi mesi, il lungo girovagare fra studi medici, ospedali, visite, accertamenti, sonde infilate nei posti più impensabili, intere sacche di liquidi vari spalmati o inseriti nel mio corpo, che fino ad un attimo prima era assolutamente vergine. Ma non lo farò. Molti scrittori, giornalisti, persone qualunque, scrivono ogni giorno i dettagli più intimi per raccontare il percorso delle loro malattie, della lotta per guarire. Io no. Perché credo sia giusto che restino fatti miei, Credo sia giusto che nessuno debba essere importunato con la storia, magari dettagliata, di un dramma privato. Ammesso che sia, poi, un dramma. La vita è così: imprevedibile e con un minestrone di cose belle e brutte. Se poi avessimo la capacità di guardare con un minimo di realismo il tempo vissuto e facessimo due calcoli, ma proprio due, per quantificare il tempo vissuto nel bene e quello trascorso in balia del male, ci renderemmo conto che la bilancia pende sempre dalla parte del bene. Certo, per chi vive la malattia qualunque essa sia, il tempo alla ricerca di una strada per guarire passa sempre molto lentamente e mette a dura prova il proprio equilibrio e la forza fisica per andare avanti. Certo, quasi ogni giorno la domanda principale sarà: ma ce la farò? Vivrò? E per chi ci sta dentro quel pensiero diventa una specie di mantra che ci si ripete ogni quarto d’ora, fors’anche qualcosa di meno, a prescindere dalla malattia. Poi, prima ancora di rispondersi con un briciolo di onestà, ci si aggrappa a chi vive un dramma molto più intenso del proprio: chi ha un cancro. Ma dura qualche decina di secondi, poi si scrolla la testa e il mantra riprende il suo martello pneumatico nel cervello. Inesorabile.

In realtà la testa va a battere anche da altre parti. Va a cercare quei punti che vivacchiano ai margini, come se fossero frattali, ma che hanno la stessa identica forma del punto centrale, della forma principale, del pensiero madre/padre che ognuno ha dentro di sé. O perlomeno così è per me. Ogni giorno mi chiedo: ma la mia vita cos’è stata?

E la parola che si affaccia, e che si nasconde un po’ imbarazzata ma anche intimorita, è: un fallimento. Oh, sia chiaro, che non è così ma la tendenza all’autocompatimento, al volersi deprimere, diventa un processo inesorabile. Beh, in quel momento i pensieri vanno cacciati via, come la polvere infilata sotto un tappeto. Tanto, di tempo per affrontare quell’argomento ce ne sarà, o almeno lo spero.

Per cui non scriverò nulla per dimostrare come sono sereno, come abbia voglia di vivere, come cercherò, magari in dieci minuti ogni giorno, di fare una cosa nuova, mai fatta, ogni giorno che vivo fino al momento in cui un tizio, o una tizia, con la maschera verde sul volto mi infilerà un ago e il buio scenderà dentro di me, sperando che sia un buio che finisca presto e senza incubi. Poi al risveglio ci sarà un’altra storia da vivere e poi da raccontare.

Nel frattempo, in questi giorni, la scrittura non è terapeutica. Non è nulla. Non esiste.

Invece potrebbe forse far scendere la pressione sanguigna e riconsegnarmi un sorriso nascosto da qualche parte, dentro di me.

Sapete qual è la cosa che più mi stupisce in questi giorni? L’essere passato da un giorno all’altro da essere un uomo sano a uno malato senza paura, senza isteria, ma accettandola come un pezzo di vita. In fin dei conti è una nuova scoperta, è un impegno, è una nuova strada. Sperando, questo sì, di poter un giorno tornare a correre. Perché mi manca da morire il potere delle scarpe spinte sul cemento, il vento gelido sul viso, gli occhi che si tuffano nei colori del tramonto sulle mie strade di campagna, sentire il respiro montare dentro e poi sbuffare fuori con una nuvola di vapore.

Già la corsa. Lì dentro c’era un pezzo della mia scrittura. Sarebbe interessante tirarla fuori da lì.

Un gorno. Forse.

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Buon Natale

Alzo lo sguardo verso il cielo. La pioggia scivola lentamente nell’aria rigando la luce arancione dei lampioni. Mi bagna il viso e le guance fredde, ma sono sottili carezze che mi fanno socchiudere gli occhi. Il passo rimbomba sul cemento scuro nella notte, è ritmato al battito del mio cuore. Corro, disperatamente corro. Osservo la mia ombra, incollata sull’asfalto: si allunga mentre la luce si allontana alle mie spalle, poi si accorcia e mi trasforma in un bambino sotto l’arancio più intenso.

Siamo in fila nell’ingresso di casa. Dietro tutti ci sono mio padre e mia madre, lui un po’ appesantito lei bella con i suoi occhi chiari, gli occhiali splendenti e il sorriso dolce che tira fuori da qualche cassetto solo il giorno di Natale. Dopo, lo so già, lo riporrà in quel suo cassetto e tornerà gelida come una luna d’inverno, splendente, bianca ma fredda. Tra loro e me sono in posizione i miei due fratelli. I capelli perfettamente lisciati, un gilet di lana grezza blu sulla camicia bianca, un piccolo papillon, i pantaloni corti da cui sbucano le gambe ormai pelose. Io sono davanti. In una mano ho una candela sottile, lunga e bianca. Nell’altra il piccolo cestino con il bambinello a cui qualcuno ha amputato una mano.

La pioggia cresce, allunga la sua corsa, le mie gambe alzano il ritmo; le scarpe arancioni affondano nelle pozzanghere. La strada è deserta, incontro solo un uomo di cui intravedo il profilo ingobbito in controluce; porta a passeggio un piccolo cane bianco. Mentre lo incrocio sia lui che il cane, con lo stesso movimento secco del collo, si girano per osservarmi. Lo sfrigolio rosso di una sigaretta rompe il buio. Ma è solo un attimo. Lo lascio alle mie spalle e continuo a correre. Disperatamente corro.

Mio padre allunga la mano, è apparso un fiammifero acceso tra le sue dita sottili, e accende la candela che ho in mano. Mi giro e vedo che tutti adesso hanno una candela bianca tra le mani. Sono tutte accese. Mia madre, sempre con quel sorriso che ora è un po’ meno dolce e un po’ più finto, come se qualcuno le avesse incollato una maschera sulla sua bocca. Però mi piace comunque. All’improvviso alza la mano: “le luci!” strilla. Mio padre le sorride, poggia la mano sulla sua spalla. Si gira e va. Dopo qualche minuto tutte le luci delle stanza sono accese. Mio padre torna e riprende il suo posto, al fianco di mia madre, alle spalle dei suoi tre figli.

Sulla strada il cielo allarga le fronde degli alberi. Le nuvole sono bianche nonostante il buio della sera. Sono tonde, morbide, lucide di pioggia. Il bordo è illuminato dalla luce della luna, fredda e immobile. Sembra sorridere ma mi appare come un ghigno ironico. Non lo sopporto e distolgo lo sguardo. Mi concentro sull’asfalto bagnato, evito le buche, saltello come un ragazzino. Corro sempre più forte e le gocce di pioggia da carezze sottili diventano spilli che mi pungono il viso. Spezzano le mie lacrime.

“Vai! Parti!” E inizio a cantare la mia canzone di Natale. E cammino, un passo alla volta, lungo il corridoio. Dietro salgono le loro voci. Un coro collaudato si alza e sbatte sulle pareti bianche dell’appartamento. Tutte le stanze sono aperte e illuminate, pronte ad accogliere il Salvatore. Mi chiedevo: perché lo chiamano Salvatore se il suo nome era Gesù? La mano di mio fratello maggiore si poggia sulla spalla, e mi spinge delicatamente dandomi la direzione giusta. Mi volto: vedo gli occhi chiari, come quelli di mia madre, dei miei due fratelli. Uno li ha seri e limpidi, l’altro li ha furbetti e sorridenti. Resteranno così anche quando le loro speranze, i desideri, i sogni, si frantumeranno sugli scogli della vita. Dietro mia madre ha lo sguardo perso in qualche suo oscuro desiderio. Mio padre ha il mento sollevato, gli occhi neri allegri, e canta a squarciagola. Le stanze sono ormai finite, si entra nel salone e ci si ferma di fronte al presepe. Io sono il più piccolo, a me il compito, allo scoccare della mezzanotte, si far nascere il bambinello. Con la sua mano amputata. Lo farò, con serietà e domande masticate nella mia testa. Come sarà negli anni futuri.

Corro, ancora, disperatamente. Sono gli ultimi passi. Spingo, ma non è la rabbia che mi guida. Sono le domande che ho masticato per anni dentro di me e che lì sono rimaste.  Il tempo è passato. Le risposte non sono arrivate perché chi poteva darmele non sapeva della loro esistenza. E resteranno senza nessuna risposta. Ora il tempo è finito. Come la corsa.

Buon Natale!

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