Il pianto e il silenzio

Il cielo era grigio ferro; il vento spazzava le fronde delle palme con violenza e le nuvole si rincorrevano veloci lasciando scivolare verso il basso le loro pance nere.

Ero in mezzo a una marea di persone. Immobili. Al mio fianco una ragazza dai lunghi e folti capelli ricci aveva la testa abbandonata sulla spalla di un ragazzino lungo e smilzo e con un ciuffo ispido sulla fronte.

La massa di capelli ricci sobbalzava sul giaccone blu del ragazzo. La osservai. Avvertivo una sensazione di profonda tristezza, un vuoto freddo che mi stringeva lo stomaco.

La ragazza alzò la testa di scatto e poggiò la guancia sulla barba corta in quel viso così magro del ragazzo. Le lacrime scivolavano copiose sulle guance gonfie della ragazza, i suoi occhi erano socchiusi, quasi due fessure con il rimmel che colava sui lati. Le labbra erano stirate in una smorfia dura di dolore acuto, struggente, straziante. I capelli continuavano a sussultare.

Alle mie spalle sentivo un chiacchierare tranquillo. Mi girai e due uomini parlavano, uno con un sorriso finto appiccicato sulle labbra, come se quella ragazza non ci fosse, come se quelle lacrime, quell’urlo straziato lo vedessi e sentissi solo io.

Il mio sguardo girava da un lato all’altro, cercando di ritrovare la concretezza di un’immagine piantata nella mia testa come un chiodo rovente.

Ascoltai la frase “…ho proprio bisogno di un argomento ludico in questo momento” e con la coda dell’occhio vidi ancora quel sorriso finto.

La ragazza girò la testa di lato guardando nella stessa direzione del ragazzo dal giaccone blu.

D’istinto mi alzai sulla punta dei piedi e spinsi il mio sguardo verso quel punto indefinito. Scavai tra le teste girate, tra le sciarpe ampie dai colori pastello, tra le pettinature delle donne mature e quelle improbabili di ragazzine in jeans scoloriti, tra occhiali da sole dalle lenti scure, tra cappotti grigi come chi li indossava. L’aria si fermò. Le palme tornarono immobili, come statue dal grasso tronco, e gli uccelli smisero di svolazzare inseguendo i cerchi del vento nella piazza.

Si accese il motore della lunga Mercedes blu in mezzo a quella calca umana. Il soffio del turbo aspirò l’aria e spinse in avanti la macchina, lentamente.

Un applauso partì spontaneo mentre la macchina si allontanava lungo la strada. Riuscii ad intravedere i fiori gialli delle due grandi corone e la punta chiara della bara di mogano.

Ciao, dissi dentro di me.

E il silenzio, finalmente, arrivò liberatorio.

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3 risposte a Il pianto e il silenzio

  1. io scrive:

    mi è piaciuto! PErò è triste!

  2. loredana scrive:

    Bel racconto ,molto profondo tanto che mentre lo leggevo mi sono immagnato le scene .
    Sembrava quasi reale. Complimenti.

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