Il bene ostinato

Il bene ostinato. Un nuovo libro a sorpresa di Paolo Rumiz dopo il grande successo de “La cotogna di Istanbul”. Questo libro è un’altra cosa, non qualificabile perché sin dall’inizio non ne ho compreso il senso. Non è da Paolo Rumiz sponsorizzare chicchessia. Ne “Il bene ostinato” lui, invece, parla del CUAMM, un centro ecclesiastico che organizza missioni di medici in Africa e che ha sede a Padova. Il libro si divide in due parti. La prima è il racconto storico del CUAMM: da dove è nato, a come si sia diffuso fino alla storia di questi giorni. Rumiz è bravo, come al solito, a “affabulare” le vicende più importanti della storia di questa organizzazione, ma è molto meno efficace del solito. Mi ha dato l’impressione di averlo “dovuto” fare.

La seconda parte è un’accelerazione impetuosa. Rumiz parte e va in Africa. E qui il libro cambia completamente perchè il viaggio è l’ambiente naturale di questo grande giornalista e scrittore. Paolo Rumiz racconta l’Africa senza nascondere nulla anzi infilando il coltello delle immagini e delle sue parole nelle ferite più profonde di una umanità ricca di cultura, di affetti, di integrazione in una natura selvaggia e accogliente, ma anche ricca di sofferenza, di dolore, di abbandono, di povertà estrema. Il libro qui acchiappa il lettore, lo strattona, lo trascina dentro le strade polverose, dentro gli ospedali pieni di sofferenza dignitosa e umana in cui i medici italiani vivono fino in fondo la loro scelta di stare al fianco di quei popoli e di vivere dentro quella cultura così viva, così piena di emozioni e di gioia. Il bene ostinato è il cuore dell’Africa e dei medici del CUAMM. La chiusura del libro è straziante per la sua cruda verità e risbatte con violenza il lettore nella sua poltrona, o nel suo letto, comodo e opulento eppure così triste. Terminato il libro mi sono stropicciato gli occhi, mi sono guardato intorno. Ero su un treno e tornavo da Roma. Al mio fianco avevo una famiglia indiana, che rientrava da un lungo viaggio dall’India. Sono rimasti fermi, immobili nei loro sedili e con la testa appoggiata sul legno duro del tavolino, a dormire distrutti dalla stanchezza. Una donna, molto giovane, nel suo Sari rosa pastello e piena di gioielli colorati riposava raggomitolata sulle due poltroncine della Freccia Argento, che era regolarmente in ritardo. Con una mano si reggeva la testa. Con l’altra, pur dormendo, accarezzava la pancia. Era incinta. Nel sonno sorrideva.

Il bene ostinato.

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