Cantine Aperte

La tramontana spazza l’asfalto con furia. La polvere si insegue in minuscoli vortici dalle linee morbide ma non fa a tempo a salire che si frantuma contro il muro delle fredde raffiche del nord. In cielo si rincorrono nuvole grigie e gonfie di acqua. Le strisce del sole illuminano le strisce doppie delle gocce di pioggia ruvida che picchietta ostile sul parabrezza dell’auto. Oggi è l’ultima domenica di maggio. E’ la domenica di Cantine Aperte. Ho raggruppato la famiglia, moglie raggiante e bambini recalcitrante, e afferrato la strada bagnata. Cantina Due Palme, Masseria Li Veli, Masseria Maime Azienda Tormaresca. Ambienti diversi, accoglienze ancor di più, tanti vini degustati, tanta umanità osservata e annusata. Syrah Muina, Canonico Negramaro, Selva Rossa Riserva, “All That Jazz” Verdeca e Fiano, Salento Rosato, Pezzo Morgana Salice Salentino Doc, Roycello Fiano, Calafuria Negramaro, Chardonnay, Trentangeli, Torcicoda. Due calici in un sacca verde di tela, buste di carta colme di patatine (vere) fritte, polpette piccanti di olive verdi, focaccine con peperoncino e pomodoro, pizzette con tonno o con pomodoro e mozzarella, tarallini, arachidi, biscottini, crocchette di patate. Il sole forte che picchia su larghi teli bianchi, la musica tarantata che si tuffa nelle bollicine mentre si porta il bicchiere appannato alle labbra. Intorno gruppi di donne, uomini e bambini. Diversi. Il fastidio delle domande inutili, fatte per esibizione e senza alcun filo logico. Lo sguardo incantato dei piccoli che si ferma sulle vecchie carrozze sapientemente infilate nei viali di cemento arido. Ho odiato quell’ignobile stabilimento tutto di acciaio cromato, pulito, interamente automatizzato, senza anima, senza storia; profumava di carta moneta, di ordini dalla Russia, di rottura con il profumo del legno, del tanfo umido delle volte incalcinate di bianco, vuoto delle risate di donne allegre e stanche che trattano l’uva appena scaricata dalle ceste rosse.

Ho respirato appena uscito dall’angoscia di un mondo finto e mi sono rituffato nel prato verde e nei lunghi filari di vite fiorita, sotto l’ombra di vecchi e nodosi ulivi secolari. Lì non ho comprato nemmeno una bottiglia. Poi rientrando ho capito di aver fatto bene due volte. Gli enormi ettari di vigneti si estendevano fin sotto alla orribile centrale verde bosco Federico II. Ottimi vini nati da uve innaffiate di nero carbone.

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