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La sala d’attesa, grigia come le nuvole nel cielo che squarciava il tetto, era linda e profumata. Una piccola porta di vetro lucido si apriva in una stanzetta buia. Mi affaccio e vedo una signora dai capelli neri perfettamente pettinati che alza la testa per guardarmi. Le chiedo se è lì che lo fanno, l’esame. “Si. Hanno già iniziato.” E abbassa la testa. Un ombra, ancora più scura del buio che avvolge quel piccolo spazio profumato, le attraversa il viso. Non lo sopporto, quel buio, mi manca l’aria. Torno nella sala d’attesa grigia, mi siedo e alzo la testa. Osservo le nuvole che corrono veloci, batuffoli di ovatta sporca, nel cielo quadrato del tetto di vetro. Sembra un quadro, ma è vivo e sa di vento salmastro. Sento il profumo della sabbia del mare. E’ come se mi arrivasse il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli e la spuma monta veloce come il bianco d’uovo sbattuto con un cucchiaio in una vaschetta di metallo. Il rumore, però, è quello di qualche macchina, dietro i pannelli di cartongesso bianchi che coprono gli ambulatori.

Dopo oltre venti minuti, una porta si apre. Ne esce una giovane donna che indossa un camice azzurro. E’ bassa, carina, i capelli neri lisci. Non dice una parola. Mi guarda, fa un cenno con il capo a mo’ di saluto e mi prende dalle mani la cartella. Sparisce veloce e silenziosa come si era presentata. Da un’altra porta esce un uomo di mezza età. I suoi capelli sono brizzolati, ma la barba corta è bianca come i muri di cartongesso. E’ ripiegato su di sè, le spalle incassate; va verso la donna, le sorride stancamente e le prende la mano. Escono insieme, senza parole. Mi passa davanti e alza lo sguardo. Le pupille sono dilatate e i suoi occhi sono gialli. Anche la sua pelle è giallastra. Senza speranza.

La porta si apre di nuovo. Si affaccia la giovane donna, senza sorriso. Ora tocca a me.

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