L’incubo (parte prima)

E’ una giornata di fine giugno. Il sole è basso nel cielo e l’aria afosa è chiusa dentro un alone grigiastro irreale. La macchina scivola liscia su una strada deserta. Le strade sono piene di macchine parcheggiate disordinatamente. I marciapiedi sono vuoti e non ne sono sorpreso. Il finestrino è aperto e guido con il braccio al vento. Assaporo una sensazione morbida, di tranquilla serenità che tra qualche ora svanirà. Parcheggio all’ombra di un platano, scendo dalla macchina e mi dirigo verso la scuola elementare.

All’uscita della scuola c’è la consueta ressa di genitori che aspettano l’uscita dei bambini. Ma, rispetto al solito vociare, oggi c’è un silenzio assordante che amplifica le grida gioiose che provengono dall’interno del caseggiato marrone.

Mi avvicino al gruppetto di genitori della classe di Giorgio, come al solito appoggiati al muretto di pietra scrostato. Li saluto anche io con un cenno della testa, senza proferire una parola. Rispondono allo stesso modo; chi distrattamente guardando altrove, chi con uno sguardo colmo di paura.

Chiedo, rompendo il silenzio: “Siete pronti?”

Giovanna, la mamma di Alice, porta le mani al viso e scoppia in singhiozzi.

Aldo, il papà di Valeria, china la testa verso di me e chiede: “Pensi ci sia qualche speranza?”

Rifletto a lungo prima di rispondere: “Credo di sì. Ho abbastanza fiducia che abbiano commesso un errore. Deve esserci una speranza!

Sorride. “Anche io lo credo. Speriamo.”

“Già. Speriamo.”

Il suono della campanella ci distrae dai nostri pensieri. I bambini escono vocianti e allegri come sempre. Scendono dalle scale correndo come l’acqua di un torrente sulle rocce.

Ci avviciniamo per farci vedere dalle maestre. Ci infiliamo nel corridoio coperto da una lastra di alluminio e aspettiamo sul lato delle scale. Esce maestra Antonella e ci guarda. E’ sudata, lei di solito così perfetta. Anche i suoi occhi manifestano ansia e paura. Mi avvicino. Giorgio mi vede, sorride, dà una carezza alla maestra che lo abbraccia forte, gesto che fa per ogni bambino che va via. Salgo le scale e mi affianco a lei.

“Papà, c’è un avviso per te oggi!” mi urla Giorgio.

“Lo so, amore.” Guardo Antonella. Nei suoi occhi c’è la stessa domanda che mi ha rivolto Giovanna un attimo prima. Alzo le spalle, sconsolato.

Le stringo la mano e le dico, con un sorriso tirato “Arrivederci. Se va tutto bene, quando riaprirà la scuola?”

Gli occhi di Antonella si riempiono di lacrime. Scuote la testa. Non riesce a parlare.

D’impulso l’abbraccio. “Grazie per tutto” le dico all’orecchio. Poi prendo Giorgio per la mano, con l’altra mi infilo lo zaino nero sulla spalla libera e andiamo via. Sento dietro di me gli occhi di Antonella.

Getto uno sguardo agli altri genitori, alzo la mano in segno di saluto e porto via da Giorgio da quella che è stata la sua scuola per tre anni e che forse stanotte non esisterà più.

Come me, come Giorgio, come Antonella, come tutti noi.

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