La scogliera (seconda parte)

Non riuscì a staccarsi dalle sue cose così facilmente. Riaprì lo sportello del bagagliaio e tirò la zip della sua vecchia borsa. Passò la mano, un’ultima carezza, al tessuto grigioverde ruvido e consumato. Prese tra le mani il suo MacBook, sfiorò il metallo lucido e gli sorrise come a un vecchio e caro amico. Lo portò alle labbra e lo sfiorò dandogli un breve bacio. Poi caricò il braccio e lo lanciò con forza verso il mare. Il computer volò verso il baratro, si impennò nell’aria e poi cadde di taglio. L’uomo si affacciò sulla roccia e lo vide infilarsi nel grigio ferro dell’acqua, come in un tuffo ben riuscito e rapidamente si inabissò verso il fondale roccioso degli scogli.

Aveva preferito distruggerlo lui, con le sue mani. Quelle stesse mani che lo avevano pestato e accarezzato per anni.

Quel computer era un pezzo importante della sua vita; aveva scritto con quella tastiera i racconti e i romanzi migliori. Ripensò alle nottate insonni, trascorse digitando con furia cieca i suoi pensieri più intimi, la sua brutale fantasia, nella penombra di una vecchia lampada.

In quel semibuio i tasti si accendevano all’improvviso, guidando silenziosamente le sue dita.

Quel portatile lo aveva accompagnato nei viaggi, aperto sui tavolini di finto legno dei treni, appoggiato sulle sue gambe e illuminato dal chiarore dell’oblò di un aereo, nella sporcizia fredda di una metropolitana, nei convegni in qualche sala polverosa appoggiato su una poltrona di velluto rosso, nelle scuole a presentare i suoi corsi di lettura creativa con i bambini che incuriositi guardavano quel rettangolo di acciaio anziché seguire le sue parole.

Chiuse gli occhi. Era impaurito dal futuro e si portò una mano sulla fronte.

Con un gesto dell’altra mano scacciò i pensieri e i ricordi.

Decise di muoversi. Non poteva restare troppo tempo fermo lì, qualcuno avrebbe potuto notarlo.

Chiuse il bagagliaio. Si guardò intorno con attenzione socchiudendo gli occhi. Continuava a non esserci nessuno in giro.

Il sole ormai era alto nel cielo. Quel posto tra la scogliera era praticamente invisibile da ogni lato. Anche dalla strada da cui era arrivato. Solo dall’alto della roccia a strapiombo sopra di lui era possibile vedere la macchina e i suoi spostamenti. Ma su quella roccia era impossibile ci fosse qualcuno. Era una pietra liscia, levigata dal vento e dalla salsedine.

Alzò lo sguardo fino alla cima, osservò con attenzione. Non c’era nessuno.

Annuì e si mise in azione. Aprì lo sportello del lato guida. Dette un’ultima occhiata approfondita nell’interno della macchina. C’era tutto quello che aveva deciso dovesse esserci. Sul sedile posteriore aveva sdraiato il suo giaccone. Aprì lo sportello del cassettino portaoggetti. Uno sguardo rapido e lo richiuse.

Si asciugò una goccia di sudore che gli stava scivolando dalla fronte. Sentì la camicia bagnarsi di sudore. Si rialzò, mise la macchina in folle e tolse il freno a mano.

Chiuse lo sportello, andò dietro la macchina. Si infilò i guanti di lattice, poggiò sul selciato lo zaino e iniziò a spingere con forza. Dette una strattonata così intensa che sentì una fitta sul rene. La macchina si mosse e prese velocità.

Forzò un’ultima volta e sentì che scivolava via oltre il bordo della roccia. La vide inabissarsi nel vuoto e staccò le mani subito prima di perdere l’equilibrio. Si raddrizzò un attimo per poi buttarsi immediatamente a terra, per evitare che qualcuno potesse vederlo dalla valle. Allungò il collo e riuscì a vedere la macchina puntare verso il mare.

All’improvviso la macchina si capovolse e il cofano urtò violentemente su una roccia grigia e appuntita che sporgeva dalla scogliera. Il rumore fu violento. La macchina si accartocciò sulle rocce e dopo un attimo, breve come un respiro, esplose con un urlo. Per fortuna, pensò l’uomo, piombò in acqua nello stesso momento in cui si incendiò. L’esplosione si confuse con il rombo delle onde che si infrangevano spietate sugli scogli.

Salutò dentro di sé la macchina che aveva noleggiato da un rivenditore scalcinato nella periferia di Dublino. A carponi indietreggiò e appena fu sicuro di non poter essere visto si rialzò sulla strada sterrata. Si voltò e guardò il bosco alle sue spalle.

Era un bel modo ricominciare a vivere passeggiando in un bosco. Davvero un ottimo inizio.

E si avviò per il sentiero che intravide di fronte a sé abbandonando la strada sterrata da cui era arrivato con la macchina.

Questa voce è stata pubblicata in Racconti. Contrassegna il permalink.

Una risposta a La scogliera (seconda parte)

  1. Pingback: La scogliera (quarta parte) | elfodavide.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *