La scogliera (Terza parte)

Entrò nel paese. Era un gruppo di case basse, tutte di un solo piano, costruite con vecchie pietre che odoravano di muschio e con i tetti spioventi ricoperti di pietre di argilla levigate a mano.

Il paese si affacciava sulla costiera, nella parte bassa della valle, e si allungava per un poco meno di un chilometro. Almeno così gli appariva con un rapido calcolo mentale.

Quel posto sapeva di medioevo, gli ricordava i vecchi sogni da bambino, dopo aver letto i libri di Walter Scott.

La luce nel cielo azzurro era intensa perchè ormai il sole era alto e l’umidità di era alzata dalla terra, ormai asciutta.

Le case disegnavano una striscia sottile tagliata a metà da una strada mal asfaltata, con numerosi rattoppi di cemento ormai sdruciti dalle intemperie e dalla salsedine che tutte l sere ricopriva l’asfalto.

All’inizio del villaggio notò come tutte le case avessero un piccolo giardino su cui si affacciavano i porticati in legno lucido. La strada, però, era deserta.

L’uomo socchiuse gli occhi per spingere lo sguardo più in là ma non vide nessuno. Le finestre delle case erano piccole e con infissi di legno colorato. Alcune nascondevano l’interno con tendine di stoffa a quadri.

Si incamminò lentamente osservando con curiosità.

L’atmosfera era tranquilla e il silenzio era rotto solo dal frangersi delle onde sulle rocce della costa al di sotto del basso muretto su cui si affacciava il paese.

Il rumore dei passi rimbombava sulle mura di pietra delle case. Era tutto ordinato, il pavimento del marciapiede era pulito, i giardini pieni di rose di vari colori e di cespugli dal verde intenso.

Era tutto ben curato. Ma continuava a non esserci nessuno.

Si sentì inquieto e aspirò, con un gran sospiro, l’aria piena di sale. Il profumo del mare era intenso ed era un odore aspro ma pulito.

Vide in fondo alla strada un’ultima casa su cui era appesa un’insegna di legno. Si incamminò incuriosito. Aveva sete. Avvicinandosi si rese conto che era un pub e sull’insegna era disegnato una bellissima testa di drago arancione, i cui contorni erano ripassati in carboncino con linee grosse ma nette, create da una mano sicura e dotata. Alzò lo sguardo e la studiò con la curiosità di un bambino, affascinato dalla magia che emanava quel disegno, così semplice e così evocativo.

Sopra la testa, semplicemente, c’era scritta la parola “Pub”.

La porta d’ingresso era una piccola vetrata colorata con una maniglia di ottone consunto ma ben lucidato. Dall’interno non sentì provenire alcun rumore.

Afferrò la maniglia e spinse. La porta si aprì di scatto e fu accolto da un vociare basso, quasi un bisbiglio, e da un calore intenso che gli afferrò la gola. Sentì le guance avvampare.

Nel chiudere la porta si trovò in un ambiente buio e d’istinto socchiuse gli occhi per cercare di vedere cosa ci fosse all’interno.

Non appena gli occhi si abituarono alla penombra si rese conto che adesso c’era un silenzio innaturale. Vide che decine di occhi erano puntati su di lui, l’estraneo giunto in un paese nel buco del mondo.

Si riscosse, sorrise e salutò.

Un grugnito distribuito fu la risposta.

Sorrise di nuovo al pensiero di trovarsi lì dentro, nella sua nuova vita, lontano da tutto.

Insicuro.

Finalmente.

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