La scogliera (quarta parte)

I suoi occhi si abituarono presto al buio. Si fermò nel piccolo corridoio d’ingresso e osservò l’interno del pub strizzando gli occhi. La luce del sole l’aveva accecato. Gli occhi erano coperti da una luminosità verde che lentamente svanì.

I muri del pub erano in pietra. Vecchi massi giallastri, levigati e squadrati, erano stati impilati uno sull’altro e tenuti insieme con una calce grigia. Il soffitto era una volta arcuata con tracce di muschio verde e illuminata da una luce soffusa e bassa color miele. Era forte un sentore di umido e di muffa, e contrastava col profumo di legno lucidato. Il corridoio si allargava in due salette una di seguito all’altra e riempite da tavolacci rotondi di legno spesso e brunito.

Un solido bancone dominava il locale come la plancia di comando di una nave. “Salve!”

Un omone alto e robusto dalla lunga barba grigia, e con un grembiule amaranto annodato intorno alla vita, lo osservava senza espressione. Con le mani larghe e nodose puliva, con un canovaccio bianco, un boccale di vetro spesso. Il movimento delle sue mani era automatico, ritmato, esperto. Ma lo sguardo era puntato sull’avventore sconosciuto.

Buongiorno…” rispose l’uomo.

Quegli occhi lo misero in imbarazzo e decise di muoversi verso il bancone.

Il calore era insopportabile. L’uomo si tolse il pesante giaccone di velluto.

Si sedette su uno sgabello e appoggiò i gomiti sul bancone, incassò la testa nelle spalle. Ma gli sguardi lo trapassarono nemmeno fosse trasparente.

L’omone dietro il banco girò la testa con un lento movimento come se volesse comprimere tutto la spazio nei suoi occhi ed emise un grugnito forte e prolungato. All’improvviso la sala si riempì nuovamente di un sommesso e diffuso chiacchiericcio.

L’oste abbassò lo sguardo verso il suo nuovo cliente e alzò il mento interrogativo.

L’uomo chiese una birra.

L’oste annuì e afferrò alle sue spalle, con un movimento deciso, un boccale pulito. Si abbassò sotto il bancone e dopo qualche secondo il boccale pieno di birra e di schiuma fu davanti all’uomo.

Il bicchiere si coprì di una brina sottile. La bocca dell’uomo si riempì di saliva.

Grazie”

L’oste rispose con un altro cenno del mento.

L’uomo afferrò il boccale e bevve un sorso di schiuma con un sottofondo di birra gelida.

Chiuse gli occhi, rinfrancato. Bevve un altro lungo sorso ma questa volta la birra ghiacciata gli riempì la bocca.

Una sensazione di benessere si diffuse lenta nel corpo.

Si guardò intorno. Ai tavoli, coperti da tovaglie di cotone grezzo, vide solo uomini, per lo più di mezza età. Alcuni parlavano gesticolando lentamente fra di loro. La maggior parte erano silenziosi e con gli occhi persi nel vuoto. L’uomo si fermò su un tizio stempiato, dai lunghi capelli castani incollati alla pelle. Aveva una folta barba, mal curata. Era incurvato sul tavolo e le mani afferravano un bicchiere di vetro pieno di un liquido denso e ambrato.

L’uomo al bancone fu colpito dagli occhi: socchiusi, duri, fissi sull’altro uomo che aveva di fronte, le labbra serrate in un ghigno. Quell’uomo sentì lo sguardo su di sé e alzò il suo verso l’altro che lo osservava.

Le sue palpebre si alzarono completamente e mostrarono uno sguardo limpido. Un lampo ironico passò veloce nei suoi occhi e alzò il bicchiere verso l’uomo che lo osservava e fece un cenno con la testa:

Salute” disse con una voce cristallina che contrastava con il suo aspetto dimesso.

L’uomo al bancone alzò il suo boccale e rispose al saluto.

L’oste sorrise alla scena e disse all’uomo al bancone: “lei è uno straniero, vero?”

L’uomo soppesò la risposta, ma non poteva mentire.

Si”

Come ha fatto a capitare nel nostro villaggio?”

Camminavo da così tanto tempo che quando l’ho visto dalla scogliera mi è apparso come un miraggio. E una birra così buona mi dice che ho fatto bene a scendere qui.”

Abbassò la testa, serrando le mani sul vetro bagnato e freddo del bicchiere.

L’istinto spinse l’oste a non esagerare con le domande.

Quell’uomo gli ispirava simpatia, ma avvertiva un disagio nella sua voce, nei suoi gesti misurati.

Si ferma nel villaggio?”

Non lo so, ancora. C’è un albergo qui?”

No.” disse l’oste secco e si girò per sistemare i bicchieri sugli scaffali alle sue spalle. Tre lunghe file di boccali di vetro e di ceramica sistemati con cura maniacale su sottili strisce di stoffa rossa.

La porta d’ingresso del pub fu spalancata all’improvviso con furia, andando a sbattere contro il muro di pietre. L’uomo al bancone si girò di scatto. L’oste sbattè un boccale sul bancone. Un ombra sottile in controluce apparve sull’uscio, con una mano afferrò la maniglia della porta sbattuta. Una voce femminile profonda ma nello stesso tempo acuta lanciò un urlò. Il silenzio afferrò la sala e tutti alzarono la testa verso l’ingresso. Una cascata di parole di una lingua sconosciuta all’uomo al bancone si riversò nel locale.

L’ombra entrò a larghi passi e si diresse verso l’oste, avvicinandosi rapidamente. La figura uscì dall’ombra e si affiancò al bancone, vicino l’uomo. Era una donna magra, giovane, dai lunghi capelli lisci neri. Il suo viso era sottile, come la bocca. Ma la sua voce era un graffio duro che lacerava il borbottio nelle sale. La donna si rivolgeva all’oste gesticolando furibonda. L’uomo al bancone non riusciva a capire nulla di quelle parole. Osservava il viso della donna e con la coda dell’occhio attendeva una reazione dell’oste che continuava, invece, ad osservare la donna, all’apparenza imperturbabile. Sulla sua fronte, però, apparve una ruga profonda. La donna continuava incessante a parlare, gesticolare, con punte acute.

Dopo qualche minuto smise di urlare appoggiando platealmente le mani sui fianchi sottili e piegando la testa con una smorfia disegnata su quelle labbra. L’oste restò in silenzio.

L’uomo al bancone si soffermò sul viso della donna. I lineamenti erano alterati dalla rabbia. I suoi occhi erano color ghiaccio, larghi. L’uomo pensò che fossero dannatamente belli e non riuscì a staccare il suo sguardo da quel viso così luminoso. La donna si accorse dell’uomo e lo fulminò con gli occhi e tornò a guardare l’oste. Uno sguardo fisso, fiero, determinato.

L’oste annuì, abbassò lo sguardo e poggiò sul legno scuro del bancone il bicchiere che aveva in mano. L’uomo al bancone gli chiese: “Ma che lingua è?” L’oste spostò lo sguardo verso l’uomo al tavolo che aveva brindato allo straniero mentre rispondeva: “Gaelico”. E poi disse all’altro uomo seduto al tavolo: “Gwen ha ragion, Mob. Devi andare a casa. Te l’avevo detto che non dovevi bere. Lo sai che Gwen non vuole. Ti fa male.”

Mob, abbassò la testa. Poggiò il bicchiere ormai vuoto. Fece un movimento con le mani e si spostò con movimenti a scatti, dirigendosi verso la ragazza. Era su una sedia a rotelle stretta e leggera. Arrivato al suo fianco, alzò la testa e le parlò nella stessa lingua sconosciuta con cui aveva parlato la ragazza prima. Il suo tono era irato e gli occhi la fulminavano.

Mob si girò verso l’uomo al bancone e lo salutò con un gesto della mano. La ragazza seguì lo sguardo di Mob e soppesò l’uomo. Indugiò alcuni secondi, poi con un cenno della testa salutò l’oste e si diresse verso la porta senza aiutare Mob. Aprì con un gesto secco la porta, con la mano ancora appoggiata sul pomello si girò e guardò insistentemente l’uomo al bancone. Intuì un rapido sorriso scivolare sulle labbra sottili della ragazza. Un brivido caldo scese lungo la spina dorsale dell’uomo al bancone.

La scogliera (parte terza)

La scogliera (parte seconda)

La scogliera (parte prima)

 

 

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