La promessa (parte 2)

Il viaggio riprese tranquillo. La donna rifletté su questa compagnia imprevista. L’obiettivo che si era dato voleva raggiungerlo da sola ma evidentemente il destino aveva deciso diversamente.

Dopo un paio di ore il camper abbandonò il bosco fresco e imboccò l’autostrada. Anna si ritrovò a guidare su un lungo serpente abbacinante di asfalto grigio. La temperatura dell’aria salì rapidamente e le onde di calore deformavano l’orizzonte modulando le lamiere delle macchine che sfrecciavano veloci intorno al vecchio camper bianco. La donna ogni tanto accarezzava la testa del cane che continuava imperterrito a dormire raggomitolato sul sedile e poi, quasi come un gesto meccanico, voltava la testa riccioluta per osservare con il suo sguardo tagliente l’anfora color crema che era appoggiata sul divano interno. Le nocche sbiancavano sul volante.

Intorno alla strada gli alberi avevano lasciato spazio ad una vegetazione mediterranea ricca di cespugli, mirto, terra rossa, vigne inframezzati a giovani uliveti. Anna abbassò il finestrino e insieme al calore annusò i profumi di mentastra e di rucola selvatica. Un leggero sorriso increscò le sue labbra. In fondo, alla sua sinistra, iniziò ad intravedere la striscia specchiata del cielo nel mare color metano.

Le ore passarono lungo la striscia d’asfalto. Ogni tanto Anna si fermava per lasciar correre il cane e riposare le sue gambe. Più la strada residua si accorciava, più il suo viso si incupiva. Le labbra si erano ridotte ad una fessura scura formando due piccole pieghe amare sul labbro. I capelli ricci era come se perdessero la loro vitalità e si abbandonarono sulla fronte che da ampia e sfrontata si ridusse ad una parentesi casuale. Il sole da alto nel cielo lucente si spostò verso occidente, con la lentezza di chi prepara il suo tuffo finale nell’acqua accaldata dalla sua luce. Entrambi anelavano al fresco riposo della notte. Entrambi curiosi di lavare la fatica specchiandosi nel cielo scuro illuminato da milioni di stelle pulsanti.

Anna si aggrappava ferocemente agli ultimi chilometri e alla strada bollente. Aveva un paura atavica dentro di sé. Una paura di cui era stata sempre consapevole ma che aveva accettato come una malattia con cui si deve fare i conti tutti i giorni. Conosceva bene la sensazione della dipendenza che da intralcio si era trasformata in una necessità, come quei tic nervosi che agli occhi del passante sono evidente e fanno scrollare le spalle con perplessità. Ma per chi li ha sono un meccanismo ritmico che dà sicurezza; un appiglio dietro cui nascondere la propria infelicità, che vive e si alimenta dell’orrore nascosto in un anfratto scuro e maleodorante dentro di sé.

La donna sapeva che la libertà passava attraverso un semplice gesto. Un movimento banale, di pochi secondi, che avrebbe cambiato la sua vita per sempre. Dentro di sé sapeva che era necessario, addirittura dovuto, ma il terrore di non sapere cosa ci sarebbe stato dopo quel piccolo gesto l’aveva sempre bloccata. Eppure Anna era piena di vita, pronta ad amare, vogliosa di libertà. I suoi capelli, il suo tono di voce, il suo modo di camminare, l’insaziabile sete di leggere pagine su pagine con un disegno disordinato ma logico. Tutto di lei urlava “libertà!”.

Ma la libertà spesso fa paura: vivere come si é, senza conformismi o anticonformismi di comodo, prendersi sulle spalle il presente e vivere il proprio futuro senza vincoli.

Anna guidò misurando i metri sulla strada, rallentando inconsapevolmente la velocità del camper ma ormai il destino doveva compiersi. La sua mente era un meccanismo impazzito, incapace di dividere i pensieri dalle immagini del passato, le emozioni dai rimpianti, il vero dalla finzione. Nella confusione nebbiosa del divagare dei suoi pensieri il navigatore, con la voce vellutata, l’avvisò che l’uscita era prossima, l’autostrada sanciva il suo epilogo. Lentamente percorse la complanare e pagò il ticket al casello. Percorse cupa, ma ugualmente affascinata dal panorama totalmente cambiato, le strade del piccolo paese alle pendici delle montagne che arcigne la osservavano. Superò l’ultimo semaforo e la strada si tuffò in un bosco fitto, improvvisamente buio. Un singhiozzo la scosse. Nei suoi ricordi apparve, improvviso come un fulmine, l’immagine di sé bambina che, aggrappata ai sedili anteriori di una vecchia macchina grigia, guardava estasiata il panorama delle montagne e la strada che di getto si arrampicava sulla roccia disegnando curve ardite. Quella strada era la stessa dei suoi ricordi.

Rallentò inconsapevolmente di fronte al primo tornante, anticipato da una grande cartello con su scritto, semplicemente in nero sullo sfondo bianco, il numero “1”. E, altrettanto inconsapevolmente, un sorriso le si disegnò sulle labbra increspate dalle onde dei ricordi.

E fu come se qualcosa si sciogliesse in lei. L’orrore del futuro, l’incertezza di quel che sarebbe stato, scomparve alzandosi nel cielo come una nuvola bianca che si solleva dal fianco della montagna dopo una pioggia improvvisa e torrenziale. La nuvola che si era nascosta tra i rami fitti degli alberi, lì nel bosco arrampicato sul costone roccioso della montagna, forse timorosa dell’acqua che scendeva violenta dal cielo. Una volta passata la paura, però, si compattava e iniziava il suo lento volo maestoso verso il cielo che da grigio si apriva in un blu intenso. Così avvenne qualcosa dentro di lei. Sentì che le tossine, che l’avevano avvelenata per anni, la abbandonavano scivolando via liberando prima le mani, poi le gambe e infine la testa. Le sembrò di provare una sensazione terribile simile a quella del risveglio dalla narcosi dopo un intervento chirurgico. Ebbe la stessa impressione di vedere intorno a sé annebbiato, quasi sdoppiato, la difficoltà di riconoscere gli oggetti e le persone intorno a sé. Nella nebbia del risveglio giunse la madre delle domande che le rimbombò come il suono di un gong: “chi sono io? Qual é il mio nome?”. E seguì il panico, quei secondi, lunghi come una vita, in cui non si riesce a ricordare il suono del proprio nome, non si legano le consonanti alle vocali. Nulla, il vuoto.

E poi, quando la disperazione é lì, pronta ad assalire, e se ne sentono i primi graffi nella carne, ecoo che la prima lettera lampeggia da qualche parte e scorrendo su un tabellone luminoso, i cui grani si riducono e si compattano assumendo una forma nitida e lucente, appare il nome. E il respiro riprende, dopo una lunga apnea, a far scorrere l’aria, e l’ossigeno vitale, nei polmoni e nel sangue. E torna la vita, con la nuova consapevolezza di una rinascita.

Questo é quel che accadde a Anna, finalmente serena. La pace interiore, il soffio vitale.

La promessa (parte 1)

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