I fiori rossi dei cespugli di more

E’ sera. E’ passata un’altra domenica. Esco sul balcone. Accarezzo la balaustra in cemento e il passamano di alluminio anodizzato, screpolato dal sole, dal vento e dalla poggia come la pelle di una mano. Il cielo è nero, anche stasera. E le stelle sono sempre lì, leggermente spostate verso sinistra rispetto ad un paio di giorni fa. Sento il respiro dell’ aria, il fruscio lontano dei passeri che si vanno a mettere al riparo nelle fronde degli alberi. Il silenzio è totale, assoluto. E’ interrotto da finestre che si socchiudono timidamente, si intuisce qualche voce che parla, il fruscio di una televisione. Non si sente più il rumore rassicurante del motore a scoppio della motobarca che collega il quartiere al centro della città. Se mi concentro riesco addirittura ad intuire lo sciabordìo delle onde nelle acque del porto che è poco lontano. Sono giorni che i cieli sono liberi dal rombo dei motori degli aerei di linea, che l’asfalto delle strade non è scheggiato dalle macchine o dai motocicli. C’è solo il lieve soffio provocato dalle scarpe e dal passo leggero di qualche persona che non resiste dentro il proprio appartamento e rischia una passeggiata in queste silenti strade periferiche.

Se non ci fosse la paura a dominare potrebbe essere molto bello pensare ad una vita così, un ritorno alla naturalezza della vita, con pochi gesti misurati nel silenzio della meditazione interiore, di una vita in cui il consumo è sospeso e si è costretti a misurarsi, giorno dopo giorno, ad accettare quello che si ha e ad abbandonare la ricerca di quello che non serve. Sarebbe bello se la paura lasciasse spazio ad una nuova consapevolezza. Alla ricerca di quelle piccole cose che adesso mancano e che fanno la vita, quelle piccole cose che erano prima sommerse dalla fretta e dall’ingordigia del nuovo. Adesso si ha il tempo e la voglia di ascoltare i pensieri di un figlio, di abbracciarlo e dedicarsi interamente a quel gesto tentando di assorbire il dolore che lo angoscia e liberarlo dalle paure sconosciute che lo attanagliano. Si ha la voglia di guardare la compagna di una vita che si mette in gioco e si impegna allo spasimo per stare vicino ai suoi ragazzi e svolgere fino in fondo il ruolo di insegnante. Lo fa per dare una speranza, la forza, l’umanità, una prospettiva. Lo fa spremendo al massimo le competenze, e lo sforzo per imparare ancora di più, tecnologiche usando strumenti vecchi, consumati, graffiati. Eppure ci riesce con un vecchio MacBook Air la cui scheda wireless è rotta ed è stata sostituita con un accrocchio, o con un vecchissimo iphone di oltre sei anni la cui batteria dura un refolo di vento. Ma guai a toccarglieli, sarebbe come strappare brandelli della sua carne. A lei bastano, sono sufficienti. E’ l’esemplificazione della sobrietà, della serietà, dell’obiettivo da raggiungere a qualsiasi costo, senza fronzoli. Io guardo, affascinato, ammirato, invidioso.

Nel silenzio della sera, dentro le case le cui finestre sono aperte per assaporare l’aria fresca e profumata della primavera, ci sono tante storie così, di un popolo che vive, va avanti, ognuno a modo suo mettendoci quello che sa e quello che può. Certe volte sembra che le stelle pulsanti nel cielo nero, gli alberi potati di fresco e profumati, i prati tagliati, i piccoli fiori di more stiano lì, affacciati su un muretto immaginario ad osservarci con un sorriso affettuoso, fiduciosi che questo cambiamento possa portare qualcosa di buono a noi stessi, a loro, al futuro di questo pianeta stremato e che ora, finalmente, riesce a respirare nel vuoto obbligato di un capitalismo morente e furente.

Andrà tutto bene.

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Il profumo di erba tagliata.

Socchiudo il cancello con il gomito, per evitare il contatto con le mani. Mi accolgono le luci arancioni dei lampioni sulla strada. Il silenzio è totale. Alzo lo sguardo verso il cielo. E’ di un nero profondo. Le stelle sono tante, piccoli punti luminosi che scheggiano la tavola nera di quel bel soffitto sopra di noi. Ripeto, il silenzio è totale. Piccoli rumori che fino a due settimane fa non avrei nemmeno avvertito, oggi sono tonfi sordi. Sono nuovi rumori a cui mi devo abituare.

Mi hanno tolto la vita. Il perimetro adesso è raggiungere il fondo della strada, arrivare alla piazza davanti all’ingresso del vecchio aeroporto militare. Stasera ci arrivo, costeggio i muretti bianchi dei piccoli condomini e delle villette bianche immerse in giardini profondi, verdi, immersi in alti pini marittimi. Inalo a fondo. Il profumo dell’erba fresca, appena tagliata, è forte. Inspiro ancora di più. Chiudo gli occhi e mi immergo, giusto un attimo, nei ricordi.

L’angoscia mi strangola, mi manca l’aria. Non ho più nulla del passato. Non ho più quelle piccole cose che vivevo come schegge, meteore su cui buttare solo un breve pensiero. Oggi, invece, sono macigni su cui mi reggevo che non ho più sotto le mani. Il caffè al bar, la visita nella libreria, la chiacchierata con Marco parlando di figli, sport, vita. Andare a comprare Internazionale dall’edicola vicino al lavoro e fermarsi a parlare di basket con il tempo che passa e io che non me ne rendo conto.

L’angoscia che vivevo fino a qualche settimana fa oggi sarebbe ossigeno per i miei pensieri, stampelle su cui appoggiarsi, respiri profondi, preoccupazioni su cui sorridere. Certo, la vita ora ha un’altra prospettiva, un altro sapore, un altro odore. Mi chiedo quando sia giusto perdere la libertà per un contagio. Lo so, serve per difendere chi è più debole. Sono quelle stesse persone su cui diverse generazioni hanno sputato, prima prendendo bene la mira e dopo centrando il bersaglio. Quelle persone, quelle che stanno morendo a centinaia ogni giorno avevano un nome, un cognome, una storia, una vita da raccontare. Sono pezzi di memoria che vacillano, si sbriciolano, si perdono.

E il poter vivere dentro casa mia, per giorni, settimane, in un ambiente confortevole non mi placa l’angoscia. Non riesco a vedere nemmeno cinque minuti su Netflix, o su Amazon Prime o su Sky go. Io che leggo una decina di libri al mese non riesco a leggere che poche righe. E non scrivo nemmeno una riga. Queste sono le prime frasi che butto giù. Per dire che mi hanno tolto tutto: la libertà, la serenità, forse è anche a rischio la dignità.

Non sopporto nemmeno la retorica dell’inno nazionale sparato dalle case dei condimini alle sei del pomeriggio, oppure Il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano, canzone che ho sempre odiato. Non sopporto la retorica. Non sopporto l’ipocrisia, adesso, di glorificare medici e infermieri, quegli stessi “angeli” che fino a qualche settimana fa erano aggrediti e presi a calci e pugni negli ospedali, o denunciati appena possibile. Non reggo questa ipocrisia figlia di tanta miopia e di tanto odio.

Mi manca l’aria, spalanco la finestra, esco sul mio bel balcone e alzo lo sguardo. Il cielo è sempre nero e le stelle sempre più numerose, lucenti e silenziose. Le vedo pulsare. Chiudo gli occhi. Un profumo di carne cotta alla brace è sparso nell’aria. Si mescola all’odore dell’erba e della salsedine portata dalla brezza del sud.

Un altro giorno è passato. Un altro piccolo pezzo di vita vola via. E non tornerà più.

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Chitarra, pianoforte, batteria e il passo di una corsa

Oggi il cielo è limpido, un azzurro denso, luminoso che taglia la penombra. O è luce oppure è ombra. Non c’è una via di mezzo, quel guado in cui la luce e l’umbra si mescolano in un vago chiaroscuro in cui non si intuisce dove inizia l’una e finisce l’altra. Sto correndo. L’aria del primo mattino è fredda, secca, pungente come mille aculei che pizzicano i porti del viso. Ho deciso di non indossare le cuffie. I tonfi dei miei passi arrivano offuscati dalla pile del cappello che copre le orecchie. Per i primi chilometri non avverto la stanchezza. Non incontro nessuno, solo gatti pigri che mi osservano annoiati, gli occhi socchiusi per la luce vivida, e qualche cane che mi abbaia dall’interno dei balconi o dei piccoli giardini spelacchiati delle villette che incrocio. Al quarto chilometro arriva la prima crisi. Le gambe si induriscono. Una fitta acuta mi trafigge il polpaccio della gamba sinistra. Vado avanti determinato. Sputo sul cemento stinto e crepato dal sole e dai troppi copertoni che l’hanno schiacciato. Giro verso la campagna e mi trovo su una strada vuota di macchine, di alberi. E’ una strada arida, sulla sinistra un ciottolato di piccole pietre bianche, qualche buca piena di acqua limacciosa e marrone. Lascio l’asfalto e batto quella terra incerta, bucata e morbida. Il sole inizia ad alzarsi e il caldo sposta via con una schiaffetto gentile il freddo del primo mattino. Continua a non esserci nessuno. Penso alla quarantena da questo maledetto virus che incombe dietro l’angolo e che sta trasformando il pianeta nel set di un film horror, un mostro che è nascosto negli anfratti della vita e che è pronto a saltare addosso e divorare vite, carni, sottraendo l’aria ai polmoni che lentamente divora e di cui si non si sazia mai.

E’ un panorama apocalittico, una scena da “Io sono leggenda”, mi aspetto che all’improvviso spunti una mandria di cervi e mi scavalchi con i loro salti.

Sento il sudore che cola sotto la giacca antivento, gocce scivolano dai bordi del cappello e colano intorno agli occhiali. La crisi sta passando e il pensiero di te torna. Ti vedo. Come se fossi lì, davanti a me, sdraiata su letto, i collant che premono sulla tua pelle e il mio desiderio che cresce. Mi guardi e non parli ma io ho sete dei tuoi baci, delle tue parole, della lingua che lecca le mie labbra. Annuso l’aria e il profumo che percepisco è il tuo, quello che inspiro quando infilo il nasonei tuoi capelli ricci appena lavati. Apro gli occhi. Non ci sei. Scavalco una buca, poi saltello su un dissuasore schiacciato e sbreccato. Svolto a sinistra e incrocio di nuovo una fila di pini marittimi alti e profumati. Il legno è screziato dalla luce, scaglie scure ormai secche che sono lì per staccarsi e cadere sull’asfalto nero, appena tirato e morbido, anche se solo per qualche giorno. Da una finestra esce potente il suono di una batteria che accompagna i tasti di un pianoforte. E poi, all’improvviso, la voce di Roger Waters canta The last refugee. Rallento il mio passo e torno indietro. Un magone duro come un cazzotto mi prende lo stomaco e la gola. La mia musica. La mia musica che nel silenzio di una strada addormentata esce dalla finestra socchiusa di un appartamento. Le strida dei gabbiani graffiano l’impasto sonoro. Sono due e scendono verso di me. Uno dei due mi affianca, gira la testa, uno sguardo rapido dei piccoli occhi neri e un grido di saluto mi spaventa. Poi volano via. E io corro. Corro. Corro. E cerco di lasciare indietro il pensiero di te, la tua assenza, quel buco nero profondo da cui ogni tanto riaffiora un antico profumo, un vecchio ricordo sepolto ma che torna su, come un rigurgito del passato. Ma per ricordarmi che il dolore non si spezza, non si scheggia e non si frantumerà. E’ lì, magari sepolto da polvere, dalla terra nera umida, mescolato con i ricordi che svaniscono nel tempo. E resta lì. E un giorno in cui il vento è scivolato via, la luce del sole è densa e luminosa, l’aria del mattino è fredda e pungente, lui uscirà allo scoperto per ricordarti che non posso farci nulla perché è sangue nella mia carne, è impiantato nell’amigdala. E uscirà quanto riterrà opportuno, con un profumo, con la densità del nylon o con una melodia suonata con un pianoforte.

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Il tramonto vien di giorno

Il vento soffia forte. Anche in questo racconto, è un soffio gelido che spira da nord e vira verso est. Sto correndo verso il tramonto. Vado veloce verso i colori che intravedo oltre i tetti delle case. E’ un riverbero lontano, una luce che inizia ad affievolirsi e il cielo si tinge di carta da zucchero. Supero le case, affianco un bosco abbandonato e costeggio alti alberi di pino i cui rami sono appesantiti dalle pigne, ovali, grandi e pesanti. I ramo sono piegati verso il cemento della strada, formano un arco ingobbito e il vento li fa oscillare lentamente, da sinistra verso destra e poi di nuovo, di nuovo, di nuovo.

In cielo le sfumature dei colori dell’arcobaleno diventano sempre più sature, calde. Al centro si addensano, colori carichi e appesantiti come i rami dei pini che sto superando. Ai bordi sfumano, i colori si mescolano per poi evaporare pian piano verso il blu cobalto. Il sole è nascosto dietro le nuvole all’orizzonte, una palla rossa sfocata che si inabissa dentro la terra. Il cielo sfiorirà in un nero scuro, piatto, intenso e si lascerà scheggiare dai punti bianchi e luminosi delle stelle lontane.

Un altro giorno si inabissa, una lunga notte ristorerà i corpi stanchi e stressati e finalmente la terra potrà respirare qualche ora di quiete e di silenzio.

Durerà poco.

Volto le spalle al tramonto, ormai andato, e rientro verso est, verso il profumo di salsedine del mare che, gonfio di rabbia, scheggerà le rocce lisce della costa mentre i cani riposeranno con il muso accovacciato nella sabbia profumata.

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I numeri del 2019

Sono un lettore cosiddetto forte. Leggo da quando ero bambino. Leggo molto, forse troppo. Alcune volte mi chiedo se non sia una malattia, una compulsione, una gara contro me stesso. Altre mi chiedo se di quello che leggo mi rimanga qualcosa oppure se non diventino briciole di pane che spazzo via, senza nemmeno darle agli uccellini, sparpagliandole sul balcone nei giorni freddi.

In questi giorni che chiudono il 2019 e il secondo decennio degli anni 2000, giorni di freddo e vento glaciale, sui social molte persone si dilettano a pubblicare i numeri delle loro letture e le copertine. Molti se ne vantano, altri un po’ di meno, ma il messaggio è sempre quello di mostrare quanto si legga. Per carità, non giudico. Non penso nulla, veramente. Ma in cuor mio un po’ scuoto la testa e un piccolo senso di rivalsa emerge dal profondo del mio essere. Mi dico: ma come? questi si ritengono lettori? Per aver letto una trentina di libri in un anno? E la spinta a pubblicare i miei dati diventa molto forte.

Ma dopo un po’, per fortuna, ci rimugino sopra e riesco a governare questa spinta che mi appartiene ma che non mi piace. Provo a spiegare il perché, con una premessa per me fondamentale: la lettura è un piacere, o un dovere, personale e tale deve restare. Uno stesso libro letto da due persone diverse ha un impatto differente, ma lo stesso libro letto dalla stessa persone in due o tre o quattro momenti diversi, avrebbe comunque degli impatti differenti. Quindi anche sulla stessa persona. Perché un libro risente dell’attimo, dello stato fisico o mentale, del clima all’esterno, del bicchiere che si sta bevendo. E’ uno sciroppo salutare i cui effetti cambiano. Sempre.

Non sopporto la tendenza di rinchiudere gli effetti di una lettura dentro la categoria dei dati statistici, qualunque sia il suo obiettivo. Non è importante quanto si legga, ma quanto rimanga dentro e quanto influenzi il futuro delle persone, la loro vita. Si possono leggere cento libri oppure anche uno solo ma restare ugualmente ignoranti, nel senso letterale dell’ignorare. Oppure leggerne due e fare in modo che influenzino le nostre azioni quotidiane o le nostre conoscenze e quindi l’impatto nei rapporti sociali o materiali. E’ un grande punto interrogativo. E secondo me è il mistero e la bellezza della lettura. Chiediamoci se hanno contribuito a renderci persone migliori, o peggiori.

Facciamoci qualche domanda, meditando qualche minuto in più, prendendoci il giusto tempo per riflettere. Già così sarà un buon esercizio.

Detto questo, i miei numeri sono: 82 libri letti, quasi 20.000 pagine divorate. Una malattia!

E dopo questo scherzo: buon anno! Buon 2020. Auguri a tutti.

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Uno spazio pieno

Ho riorganizzato il mio incasinatissimo studio. E’ una piccola stanza sepolta dai libri, dai computer, fissi, portatili, cellulari, tablet, server NAS e dalla musica in tutte le sue forme: LP in vinile, CD, iPod di tutte le misure, impianto stereo classico, Google mini, Echo Dot di Amazon ecc. ecc.

E’ il mio tesoro, il mio angolo silenzioso dove leggo, medito, scrivo, ascolto musica, lavoro. E’ un ventre di vacca in cui cerco semplicemente di inseguire ciò che mi piace.

Al centro della stanzetta c’è una scrivania/mobile costituita da blocchi di altezze varie con piccoli scaffali. Ho liberato dal suo carico di carte e libri la parte di media altezza e ci ho poggiato il portatile che al momento mi serve per scrivere. E qui sopra io adesso scrivo, rimanendo in piedi e cercando di dare sollievo alla mia povera schiena accartocciata dalle 1000 e passa corse fatte negli ultimi anni.

Sotto i miei occhi, alla mia destra, ho il pc fisso che ho assemblato e che è un piccolo albero di Natale con i suoi mille led rgb. In fondo ci sono un paio di pile di libri sulla programmazione che mi piacerebbe dire di aver letto ma mentirei spudoratamente. Alle mie spalle, invece, c’è una grande libreria a muro in cui ho lasciato uno spazio libero per infilarci una vecchia poltrona che mi fa compagnia da 31 anni. Sullo scaffale alla sua sinistra, in verticale ho incollato con il nastro biadesivo una bella lampada a led con relativo interrutore. Ora finalmente ho la luce per poter leggere comodamente seduto in quella vecchia poltrona sfondata ai cui braccioli mi devo arrampicare per tirarmi su quando ho necessità di alzarmi.

E’ una stanza a cui devo applicare il principio della sottrazione, cioè devo togliere tutto ciò che è superfluo per fare spazio e lasciarla respirare. L’accumulo di cose che non userò mi sta togliendo l’aria ed è una cosa contro cui voglio fare qualche cosa. Stavo per scrivere: contro cui vorrei lottare la questo verbo, in questo momento, lo odio. Non voglio più lottare ma solo costruire qualcosa che mi sia utile, che mi faccia sentire meglio. E soprattutto ho bisogno di spazio per lasciar muovere le idee per poi metterle su un foglio bianco virtuale.

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Le onde nel cielo

Alle quattro del pomeriggio ho poggiato il libro che, comunque, era poco interessante. Mi sono reso conto solo in quel momento che la stanza era stranamente buia, per quell’ora. Ho guardato fuori della finestra e in effetti il cielo era grigio scuro. Uno scurore strano che mi ha incuriosito. Mi sono alzato dalla poltrona e sono uscito sul terrazzo. Ero incredulo, quel che stavo vedendo era anomalo. Il cielo era coperto interamente da nuvole grigie, con stratificazioni di colori. Erano onde, come un mare in burrasca, nel cielo con strisce più chiare alternate a strisce più scure. Ne avevo letto sui giornali ma mai mi era capitato di vederle sul cielo della Puglia. Fino all’orizzonte era un lenzuolo di onde orizzontali, dalla consistenza di batuffoli di cotone, morbide ma inquietanti. Il vento era calato, un silenzio totale gravava sulla città. Non un suono di motore, un chiacchiericcio, un abbaiare di cane. La temperatura era mite per essere un pomeriggio di fine novembre, eppure una sensazione di minaccia pesava nell’aria. Ne percepivo l’essenza, la sostanza, il pericolo.

Nel silenzio totale, all’improvviso ha iniziato a piovere. Gocce dritte, sparate con intensità iniziarono a cadere dal cielo, sempre più veloci. Mi misi sotto la copertura del balcone e osservai con una sensazione di curiosità mescolata, ancora, alla sensazione di pericolo. Le gocce rimbalzavano sul cemento della strada, foravano le foglie degli alberi di fronte. Nel cielo le nuvole iniziarono a spostarsi proprio come le onde del mare e il grigio del cielo ha iniziato lentamente a virare sul verde chiaro e poi sempre più scuro.

In pochi minuti si sono formate numerose pozzanghere sulla strada. Mi sono incantato ad osservare il metallo della balaustra del terrazzo che è diventato di un colore nero lucido, ma in breve le gocce cambiarono consistenza e gocciolarono dense come il liquido di uno sciroppo.

Era un gocciolìo lento che contraddiceva la forza con cui cadeva l’acqua dal cielo. Non capivo cosa stesse accadendo. Erano fenomeni nuovi di cui non conoscevo nulla e l’ignoto se da un lato mi affascina, dall’altro mi allarma, mi fa paura.

Non ho avuto il tempo di dare spazio alla paura perché all’improvviso, così come era venuta, la pioggia scomparve. La luce era più intensa e alzai lo sguardo: le nuvole erano scomparse. Nel cielo scorrevano pigramente solo alcuni cumuli sparpagliati. Come se nulla fosse accaduto. In lontananza un cane iniziò ad abbaiare, seguito dal latrato di altri cani. Una macchina passò nella strada sotto casa e sentii il tranquillizzante rombo del suo motore.

Rientrai dentro casa, mi lasciai cadere nella poltrona. Ripresi il libro tra le mani, lo aprii, detti un altro sguardo verso la finestra. Ripresi a leggere. Mi interruppi, mi rialzai e andai a prepararmi un caffé. Ne avevo bisogno.

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Lo sputo dell’hacker

Entrai nella stanza. Era lunga e stretta. Il Direttore era dietro la scrivania, bianca come i muri che ci circondavano. Ingessato nel suo vestito grigio, alto, magro, l’espressione del viso immobile. Non c’era un sorriso su quel volto, un grigio esteso dal vestito. Anche la traccia di pizzo, mal profilato, era brizzolata. Gli occhi di ghiaccio fissavano un punto dietro di me. Istintivamente mi girai per vedere se avevo dimenticato la porta aperta. Ma era chiusa. Con un gesto della mano mi invitò a sedermi, senza una parola. Spostai la sedia, mi sedetti, accavallai le gambe e incrocia le braccia. Era un segnale di difesa. E ne ero consapevole perchè avevo assunto di proposito quella postura. Lui aspettò un tempo fin troppo lungo. Poi si sedette, spostando entrambi i lembi della giacca con un movimento fluido. Indirizzò lo sguardo e le mani verso la tastiera del portatile, aperto alla sua destra.

Scrisse qualcosa. Nel silenzio. Che io decisi di assecondare. Poi staccò le mani dal computer, con la schiena si appoggiò allo schienale della poltrone e sospirò, rumorosamente. Continuavo a fissarlo, lo sguardo dritto nei suoi occhi, le braccia conserte.

“Bene, Croce. Come sta?” mi disse grattandosi la punta del naso. Fissai lo sguardo su quel movimento. Ero un prurito sul suo naso e voleva grattarmi via?

“Bene. E lei?”

Non sorrise. Fece un gesto con l mano come se stesse scacciando un fastidio.

“E’ da un po’ che non ci vediamo. Ho bisogno di farle qualche domanda.”

“Prego”

“Prima qualche informazione personale, se non le dispiace.” Non ebbi il tempo di dire nulla. Attaccò. “Lei è sposato?”

“No”

“Ah.” e mi guardò corrugando la fronte.

“Quindi non ha figli?”

Sorrisi. “Ne ho due”

Scosse la testa, sorpreso. “Come?”

“Mah, credo come tutti. Per qualche strano mistero, c’è la fecondazione di un ovulo da parte di uno spermatozoo, sfuggito al controllo, e le cellule iniziano a moltiplicarsi. Con un equilibrio incomprensibile e stupefacente. Poi, dopo nove mesi, nascono dei piccoli mostricciatoli urlanti. Ma crescendo migliorano. Non sempre”

Non perse la sua flemma. “Nel suo caso?”

Annuii. “Nel mio caso sono migliorati. Molto. Per quel che mi dicono”

“E la madre?”

Sospirai. “Altre domande?”

Lui girò lo sguardo verso il portatile. Lesse qualcosa. Forse gli avevo interrotto una routine consueta. Si staccò dallo schienale e appoggiò i gomiti sul tavolo. La stoffa del suo vestito era grezza, un filo di un bottone si era sfilato e penzolava sull’avambraccio.

“Sono maschi o femmine?”

“Maschi. 18 e 15 anni e studiano. Andiamo avanti?” Lo dissi sorridendo ma il messaggio voleva essere chiaro.

Sulle sue labbra sottili e anch’esse grigie apparve un’abbozzo di sorriso. Reagiva?

“Bene. E’ riservato sull’argomento” Annuii oscillando la testa. Sostanzialmente non erano cazzi suoi anche se mi chiedevo dove volesse andare a parare.

“La domanda reale è una sola, Croce.” Inspirò a fondo e si riappoggiò allo schienalle della sedia. Si girò verso la finestra e anche il mio sguardo si diresse verso il cielo azzurro. Un uccellino si fermò sul davanzale. Era piccolo e con gli occhietti guardò verso l’interno. Socchiusi gli occhi per guardarlo meglio. “E’ un pettirosso!” mi sfuggì. Erano anni chenon ne vedevo uno. Un piccolo pettirosso dalle piume grigie e la macchia infuocata sul petto.

Lui si avvicinò con il viso al vetro. L’uccellino non fuggì. Invece quel grandissimo coglione bussò con la mano sul vetro e lo fece volare via. E sorrise anche. Un gran sorriso soddisfatto. Si sdraiò di nuovo, con un movimento secco, sulla poltroncina e si girò verso di me. Con la mano si allisciò il pizzo. Mi chiesi cosa avesse da lisciare visto che era molto corto.

“Allora. Croce. Cosa vuole fare da grande?”

“Perché?” mi sfuggì senza controllo. Cosa volevo da grande. Che domanda idiota.

“Perché l’azienda ha bisogno di conoscere le aspettative dei suoi dipendenti. Le loro ambizioni.”

“E cosa ne fareste delle mie ambizioni?”

“Le valuteremmo”

“Per farne cosa?”

Giunse le mani, come se volesse pregare. O come se dovesse spiegare una banalità ad un idiota. “Mah, Croce. Come lei ben sa, l’azienda ha bisogno di incrementare il volume di affari, ha bisogno di vendere prodotti, di fare volume per fare utili.”

“Lo capisco.”

“Bene. Mi fa piacere. Ma sa, i tempi sono cambiati, la tecnologia ormai ci consente anche di controllare la produttività dei nostri dipendenti. E… come dire… abbiamo rilevato che lei… si fa troppi scrupoli nel vendere.”

Corrugai la fronte, senza dire nulla. Mi controllavano. Lo sapevo.

“Caro Croce” e sorrise compiaciuto non so di cosa, “i tempi sono cambiati (di nuovo? pensai) e farli scrupoli è sbagliato. L’azienda si aspetta risultati. E i risultati si ottengono rispettando i budget che vi vengono assegnati. Bisogna raggiungere quei numeri a tutti i costi, altrimenti…”

“Altrimenti cosa?”

“… beh, altrimenti dovremo prendere dei provvedimenti. L’azienda viene prima di tutto”.

“Anche prima della coscienza?” Sciolsi le braccia e mi piegai avvicinandomi alla scrivania. Lui fece un movimento e arrettrò spostando la sedia all’indietro. Aveva timore? mi ritrovai a pensare.

Lui annuii. “Certamente. Anche oltre la coscienza. Bisogna essere spietati. I numeri vanno raggiunti.”

“Anche se questo significa indebitare una famiglia, inutilmente?”

“Certo! Soprattutto se questo significa indebitare una famiglia. Cosìla leghiamo a noi e potremo avere il controllo per molti anni. Sono commissioni, provvigioni, interessi certi!”

Lo guardai incuriosito. Ero sinceramente incuriosito. Sapevo che quell’uomo era stato lo spin doctor del candidato sindaco del centrosinistra di un comune lì vicino. La mente si affollò di domande che avrei voluto fargli, qualcuna anche urlargliela. Riuscii solo a sorridere. Di nuovo. E un po’ mi sentivo un cretino a sorridere davanti a quel viso di ghiaccio, a quella persona di ghiaccio che non poteva che vestirsi di grigio. Mi venne in mente che avrei voluto dare una sbirciata alle sue scarpe. Le immaginavo nere, lucide ma consumate.

“Qual era la domanda?” gli chiesi.

“Cosa vuole fare da grande?”

Lo guardai, un ghigno probabilmente apparve sul mio viso. Ora mi presi io una pausa, una lunga pausa.

“L’hacker”

“Cosa?” e rise, sinceramente divertito.

“Sì, l’hacker. E sa perché?”

Si guardò le unghie delle mani.

“Non la interessa. Pensa che io scherzi. Io entrerò nei vostri sistemi informatici, nei vostri server che, per risparmiare, hanno un sitema operativo vecchio di quindici anni. Entrerò, prenderò i vostri budget, le vostre mail, le vostre considerazioni su di noi, le chat cosiddette riservate in cui mi mettete a disposizione tutta la merda che progettate. In cui vi scrivete, ridendo, cose peggiori di quelle fesserie che ha detto a me poco fa. E tutta questa roba la invierò ai giornali. Ci farò soldi? No. Quei soldi li darò alle persone che avete truffato in tutti questi anni. Sarà divertente. Lei è una merda.”

Mi alzai, gli tesi la mano che lui guardò esterefatto. Allora lo guardai dritto negli occhi, avvicinai la mano tesa al suo mento, gli sollevai leggermente il viso verso di me e gli sputai in faccia.

“Arrivederci. A proposito…” Mi girai verso di lui. “E lei, dopo aver perso il lavoro, che farà da grande?

Ora potevo andare via, badando bene a chiudere con garbo la porta della stanza. Quella stanza lunga e stretta di un orribile colore bianco.

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Chi sei?

Chi sei tu? Che faccia hai? Sono anni che ti penso, che ti immagino ma non riesco a vederti. La prima volta eri una figura scura, il sole alle tue spalle non mi permise di vedere il tuo viso. Vidi solo le tue mani sulla vita, il viso dritto, la tua figura snella. Non riuscii a vedere il tuo volto, i tuoi lineamenti.

Poi ti ho rivisto qualche giorno più tardi, entrare all’improvviso, con impeto, nella baita sul lago. Ma anche quel mattino il sole era dietro le tue spalle, tu ferma, probabilmente spaventata, sull’uscio. Sentii solo un borbottio di scuse e poi sparisti, come un refolo di vento che spalanca la porta di casa, si ferma all’ingresso, guarda roteando le sue spire e poi sparisce. Così hai fatto tu. Io ero ancora intorpidito dal sonno informe a cui mi aveva cotretto l’ennesima nottata di inquietudine e di una solitudine stanca, depressa.

Ancora qualche giorno, forse un paio di settimane, e in un alba quieta e tinta di fucsia sei arrivata scalza, con la tunica bianca, dritta sul tuo corpo nervoso, e ti sei seduta, le gambe incrociate nella posizione del loto, sulla riva del lago. Ero dietro la finestra, leggermente piegato in avanti, la fronte poggiata sul vetro, la mano sul legno del tavolo. Ero quieto quella mattina, come il cielo e il lago, pur uscendo da un’altra notte di rabbia e dolore. Ti guardai immerso nel silenzio. Mi soffermai sul candore della tua veste, sui lunghi boccoli neri che scivolavano sulle spalle dritte. Chissà perché immaginavo che tu avessi i capelli corti e di un colore diverso. Rimasi colpito e per un attimo pensai che non fossi tu. Ma all’improvviso il sole sorse dietro le montagne e un raggio ti illuminò e rividi, di nuovo, il profilo del tuo corpo sotto la luce. Eri tu, non potevi che essere tu. Ti scrutai e resistetti all’impulso di uscire di corsa per raggiungerti e guardare, finalmente, il tuo viso. Invece rimasi dietro il vetro, la fronte poggiata sulla superficie fredda, la mano poggiata per reggermi al tavolo consumato. Il tavolo dove avrei scritto la nuova storia la cui protagonista saresti stata tu. Sbirciai a lungo. Poi ti alzasti e andasti via, con il tuo passo leggero, in controluce. Non riuscii, ancora una volta, a guardare il tuo viso. Nemmeno per un attimo, perché tu fosti attenta a non girarti e a non darmi la prospettiva giusta.

Io scriverò di te. Ma non so chi tu sia e nemmeno conosco il tuo viso. Ma non importa. Tu sei qui: dentro di me. E ti darò un volto.

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Il sermone del giorno

Prendere in mano la propria vita. E’ una scelta difficile, forse impossibile. Eppure ci si può provare. Basta accettare le paure, quelle che ci bloccano ogni giorno. Accettarle è anch’essa una scelta. Significa comprendere che sono parte della vita, del proprio modo di stare dentro di essa. Sono un segnale sano di pericolo e accettarle significa comprendere che c’è una spinta alla prudenza che va raccolta, valorizzata. Se si fa così non ci si bloccherà. Se si ha paura di ammalarsi, significa chesi ha voglia di vivere. Quindi è una paura che va ascoltata e bisogna andare dal medico quando si teme di avere qualche cosa. E’ una di quelle spinte che aiuterà a vivere più a lungo.

In questi giorni sono bloccato a casa per una piccola bronchite da cui sto faticando a guarire. E come spesso mi capita da un lato mi piace restare tra le pareti di casa. Mi sento al sicuro, tranquillo. Uso al massimo il mio tempo dedicandomi a piccoli piaceri. Mi preparo il secondo caffè, verso le 11 del mattino mi preparo un té verde, esco sul balcone a prendere un po’ di sole, leggo mentre cammino nei corridoi e nelle stanze, guardo le serie tv su Netflix, mangio qualche tarallino, mi diverto a cucinare. Il pomeriggio riposo e poi studio sulla tecnologia che adoro ma rispetto alla quale ho ormai acquisito un gap di ritardo probabilmente incolmabile.

Infine, come potete vedere su queste pagine, ho ricominciato a scrivere. Lo so, il livello qualitativo si è abbassato molto e sto scrivendo di cazzate. Ma ricominciare a provare il bisogno, e il piacere, di pestare sui tasti è un segnale importante. Sono stato aiutato da alcune letture importanti che ho fatto in queste settimane. Sono stato spinto dai due libri scritti dalla giovanissima e molto promettente scrittrice irlandese Sally Rooney e dall’ultimo libro di Sandro Veronesi, Il Colibrì. Prima ancora mi sono entusiasmato, sì proprio entusiasmato, dai libri di Chiara Marchelli. E’ una scrittrice italiana di una bravura immensa, ovviamente per i miei gusti. La sua è una scrittura lineare, dritta, asciutta, e racconta storie inusuali, ai limiti della rottura. Mi ha preso e guidato nei meandri della ricerca delle parole, del taglio delle frasi, del racconto semplice e strutturato nello stesso tempo. Insomma mi ha ridato il piacere della lettura e risollecitato a riprendere a scrivere. Come ho detto più volte non ho storie da raccontare. Ma nel momento stesso in cui scrivo questa frase mi rendo conto che è vero esattamente l’opposto: ho talmente tante storie da raccontare che sono intrecciate tra di loro che faccio una gran fatica a dipanarle e rendere indipendenti.

Ecco, questo è il senso del primo capoverso di questo post. Prendere in mano la propria vita forse è anche prendere in mano i propri pensieri, le storie che portiamo dentro. Vanno accettate, sciolte, e buttate fuori. Non serviranno ad altri ma serviranno a sé stessi.

Beh, ci proverò. So già che una persona lontana fisicamente quando leggerà queste righe, perché so che le leggerà, penserà: madonna, che pesantezza questo sermone.

E avrà ragione. Come spesso le capita. Ciao!

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