Amore che va, solitudine che resta

“I lose my baby”. Una donna appena salvata dalle onde del mare che si rotola su un gommone, disperata, alla ricerca del bambino ingoiato dalla massa liquida, grigia e fredda. Quel bambino sarà salvato dai soccorritori. Sarà lasciato morire da chi, sulla terra ferma, non arriverà in tempo, dopo quattro ore di inutile attesa.

Un uomo aspetta un messaggio su uno smartphone. Aspetta la donna che ama. Ha il Covid. Le ha scritto un messaggio preoccupato. Lei non ha risposto, ha letto ma non ha chiamato, non ha risposto, non l’ha cercato. Che amore è una cosa simile? Lui si rotola nel letto alla ricerca di una spiegazione, che non troverà. Ha perso l’olfatto, non può sentire l’odore della malattia, il sudore stantio che bagna le lenzuola. Riesce solo a percepire i dolori nelle ossa, il dolore annidato nel cuore.

Un ragazzo è stravaccato davanti al pc. Guarda la telecamera poggiata sul monitor in alta definizione. Dentro le schermo ci sono i volti dei cuoi compagni di classe. Si muovono a scatti, i pixel sono grossolani, i volti in parte sfocati, le luci falsate dall’ombra o dalle lampade accese sopra le loro teste. Li guarda, sono infilati dentro celle rettangolari. Poi guarda la sua di finestra, i colori sono saturi, tendono all’arancione, sembra finto. Lo schermo si riflette nei suoi occhiali e lui si avvicina e vede, in quelle piccole lenti, le minuscole finestrelle in cui si intravedono le facce dei suoi amici. Si strofina gli occhi, sollevando gli occhiali. Gli bruciano, li sente umidi. Si accorge che sono lacrime e le guarda confuso, sconvolto. Il professore continua a parlare, lento, con la testa abbassata e del suo viso si vedono solo i capelli e la fronte lucida. Non si accorge di nulla.

Cosa resta di una vita? Cosa resterà a quella madre, sfuggita alle torture, allo stupro da cui era nato quel bambino, all’aver scampato la morte nel mare in cui morirà il suo bambino? “I lose my baby”.

Cosa resterà a quell’uomo che ha impegnato tutto sè stesso per un amore che non avrebbe meritato nemmeno un minuto in più di un veloce e appassionato rapporto sessuale?

Cosa resterà a quel ragazzo di questi lunghi mesi in cui ha perso amore, amicizie, scuola, sport, vita che nessuno potrà mai più restituirgli?

Cosa resterà di questa vita?

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Satura è la notte

Novembre è il mese dei tramonti più belli dell’anno. E’ una specie di consolazione per la riduzione della luce durante il giorno, un risarcimento per il ritorno dell’ora solare, quello che un tempo definivo come “il grande buio”. Uno scurore che gonfia le paure, l’ansia della malttia, l’alito del terrore che si nasconde dentro gli angoli, gli anfratti nelle strade, le crepe dei muri.

Ogni sera, nel momento in cui il cielo diventa un blu intenso che vira verso il grigio per poi tingersi di cobalto, io vado verso la campagna. Mi lascio alle spalle il cemento dei palazzi, le strisce grigio chiaro dell’asfalto consumato dalle macchine, quella lunga striscia bianca che taglia in due le corsie delle strade, i fari delle macchine che mi accecano anche se non ancora buio. Sterzo verso occidente e infilo il rettilineo che mi porta verso la pianura. Costeggio i filari dei vitigni le cui foglie sono rosse, vicine al seccarsi e diventare sottili come carta. L’erba è cresciuta e avvolge le barbatelle, in mezzo tra le fila di ferro che stringono i rami sono fiorite strisce gialle e profumate di camomilla.

In fondo, lungo la linea dell’orizzonte, si stagliano le linee dritte degli alberi che costeggiano qualche rigagnolo di acqua fredda e dolce. Subito sopra le cime piegate dal vento le nuvole coprono il sole che veloce scende verso l’altra metà del pianeta. La luce nascosta dal grigio gonfio e saturo è rossa. Sotto la massa ovattata la luce si frantuma in rivoli dritti di lampi colorati sulla cui parte superiore si mescola il grigio ferroso della nuvola. Sono i “raggi di Dio” che piombano obliqui verso la terra. Sono i rami del sole che afferrano il bordo dell’orizzonte per tirare giù la massa infuocata e spingerla verso l’alba nell’altro lato del mondo.

Fermo la macchina, scendo. Il vento freddo colpisce il mio viso. Alzo lo sguardo e inspiro a fondo l’aria profumata di fiori di campo e di erba umida. Il suono del vento si infila tra gli alberi, li piega, si abbassa e sfiora i campi. Al momento del tramonto il vento si arresterà e la temperatura si alzerà di un paio di gradi rendendo piacevole l’inizio della notte. Il silenzio ingoierà tutti i rumori, persino gli animali si fermeranno a rispettare la liturgia.

Il tramonto è un atto di pulizia, è il distendersi un velo leggero e misericordioso che spazzerà via il male del giorno, lo ripulirà nella quiete del riposo.

Nel frattempo mi godo i colori saturi del giorno che va via, la luce calda e colorata che mi ricorda la bellezza della vita. Nonostante. Già, nonostante.

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Il Dpcm della sera

Cammino per le strade deserte. Le luci arancioni sbiancano i colori. Sembra che tutto sia grigio, che i colori siano colati via al tramonto del sole. Il vento soffia teso da nord e illumina il profilo dell’orizzonte. Le luci del porto brillano come se fossero stelle fisse nell’acqua che sciaborda lentamente sulle pietre bianche del lungomare. In fondo allo stretto corridoio che costeggia l’acqua vedo sciami di ragazze e ragazzi che scivolano lentamente. Il vento mi porta l’eco delle loro voci che si mescolano in un coro disarmonico. Mi arrivano frammenti di “cazzo”, di “porcoddio”, di “vaffanculo” con voce femminile. Si fondono con il tintinnio di bottiglie di birra che sbattono tra di loro. Mi sembra di percepire persino il gorgoglio della schiuma bianca che scivola in quelle giovani gole, fredda e dissetante. Ne assaporeranno il gusto oppure lo ingolleranno per abitudine, senza percepirne nemmeno quel vago retrogusto amaro che rende quella bevanda unica e piacevole?

Quei ragazzi non dovrebbero essere in giro, così vicini e così spudoratamente esposti, con le mascherine abbassate, le bocche vicine, le lingue che si incrociano, le mani che si cercano. Dovrebbero restare al sicuro dentro le loro case, evitando di sospingere la circolazione del virus. Già, il virus. Il Covid 19, il coronavirus. Quel minuscolo essere che ha cancellato la nostra vita, che ci ha rinchiusi dentro le case, per chi una casa ce l’ha, che ha smantellato un’economia, una rete di relazioni, di rapporti, di consuetudini.

Getto un’occhiata al cellulare e mi domando: chiamo i vigili urbani?

Alzo la testa e guardo quel gruppo di persone, così giovani. Sento le loro risate. Le odio, quelle risate. Sono così giovani, così vive e nello stesso tempo così già corrotte dalla delusione e dalla disillusione.

Ridono, alzano la voce, una ragazza si toglie la mascherina e inizia a cantare una canzone napoletana a squarciagola. Mi fermo e la ascolto. Odio quel dialetto ma la sua voce è limpida, sembra il suono di un cristallo puro. Anche gli altri del gruppo si sono fermati, restano in silenzio e ascoltano. Lei canta con la voce sempre più ferma e decisa.

L’acqua nera del porto si placa anch’essa. Le catene delle barche ormeggiate non oscillano più, il silenzio è riempito solo da quella voce. Non riesco a vedere il volto di quella ragazza, intravedo solo la coda in cui sono raccolti i lunghi capelli.

Poi la canzone finisce, i ragazzi applaudono. Guardo il cellulare. Lo rimetto in tasca. Abbasso la testa e torno sui miei passi. Chi sono io per giudicare?

Non sono nessuno.

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L’autunno

Fra poco meno di un mese scade la registrazione del dominio elfodavide e devo decidere cosa fare, se rinnovarlo o meno. Sono 18 anni che il dominio è registrato. Sono 18 anni che inseguo un progetto che non ha mai visto la luce. Alla fine ci ho solo scritto un po’ di cose e pubblicato alcuni racconti e bozze di romanzi. Non ho concluso nulla. Per anni mi sono cullato in progetti che mi tirassero fuori da una realtà un po’ soffocante, dal desiderio di poter dimostrare che ci fosse qualcosa in cui potessi esprimermi e magari anche eccellere. Non ho mai voluto dimostrare di essere superiore a chissà chi. No, volevo solo dimostrare a me stesso che avevo un talento e mi sarebbe piaciuto che questo talento fosse la scrittura. Mi ripetevo come sarebbe stato bello poter andare in giro e alla domanda “che fai nella vita” poter rispondere “lo scrittore”. Mi immaginavo immerso nella penombra del mio piccolo studio sommerso dai libri e la scrivania, piccola anch’essa, illuminata da una lampada dal colore ambrato e caldo. Una specie di ventre di vacca caldo e accogliente in cui poter poggiare la mano sul mento e pensare ad una storia da scrivere, un racconto, osservando pigramente gli alberi e il cielo dalla finestra di fronte a me. Immaginavo il silenzio rotto solo dal cinguettìo dei passeri, dal vento freddo che soffiava da nord e le cime degli alberi ondeggiare nel cielo in cui correvano gonfie nuvole bianche. Lo studio c’è, così come i libri, la scrivania, la lampada, la finestra, il vento, gli alberi, i passeri, le nuvole e il cielo. Non ci sono io. Non ci sono le storie da raccontare. Per la verità ci sarebbero anche quelle che nella mia mente nascono dai dolori della vita. E di dolori negli ultimi anni ce ne sono stati alcuni, spesso anche molto dolorosi. Ma ho deciso di non scrivere più. Ho un paio di taccuini, uno per appuntare gli eventi delle mie giornate, la nuda cronaca, perché la mia memoria inizia un po’ a barcollare. In un altro scrivo appunti, storielle, spunti, disegni, forse più che altro un qualcosa con la mia grafia da lasciare in ricordo ai miei ragazzi ed evitare di fare come mio padre che mi ha lasciato solo un elenco di conti sostenuti da saldare nella divisione dell’eredità con i miei fratelli. Insomma vorrei evitare di lasciare una cosa così misera.

Sono dieci anni che inseguo un romanzo. L’ idea forse è anche carina. Spesso la notte non dormo perché è lui che mi insegue, il protagonista che ha voglia di andare avanti, desidera esprimersi, raccontare il suo malessere, è rinchiuso in una casetta di legno sulle rive di un lago isolato, in mezzo ad un bosco alle pendici di un monte. Si è isolato lì, cambiando nome, cittadinanza, lasciando la sua vita perché non la sopportava più, ne era strangolato, era anche solo perché l’amore non lo aveva provato mai, odiava il suo modo di rapportarsi con le donne, senza rispetto, sfruttandole anche sessualmente. Era scappato via, cancellato le sue tracce, soprattutto la sua identità digitale, gettato via e bruciato il mac, l’ipad, lo smartphone. Tutto.

Lui ha le idee chiare, ha una storia da raccontare, non gli importa nemmeno che sia pubblica. Per lui l’importante è uscire dall’oblio in cui l’ho gettato, potersi svegliare alla luce del sole in quel posto nascosto e splendido, poter raccontare il freddo del mattino, la fatica di lavorare la terra dura e secca per seminare un orto che gli dia la verdura e gli ortaggi per mangiare. Vorrebbe raccontare anche l’altra fatica del camminare in montagna alla ricerca del silenzio, del vento puro, quel suono profondo amplificato dalle rocce delle vette, la ricerca dei funghi, il poter osservare gli animali rifiutandosi di cacciarli perché ha scelto di non cibarsi dei cadaveri delle bestiole. E’ un uomo che ha tanto da dire. Ma io lo faccio restare rinchiuso in un file in cui ho anche scritto la fine. Ma lì dentro c’ anche una donna con cui non ho fatto i conti, e non ci riesco. Mi sfugge, come mi sfugge il suo volto, il suo carattere, non ne immagino la voce. Ne so i gesti, il suo modo fi camminare, correre, meditare sulla riva di quello stesso lago in cui vive l’uomo. Lei è attratta da quella casa che sente sua e che l’uomo le ha sottratto. E’ una donna di pochissime parole, come anche lui adesso. Perché anche lui ha deciso di chiudere le parole dentro di sè e di lasciarsi andare alla natura, al corso della vita che va raccontato per come si svolge, per immagini. Non per dialoghi perché loro, entrambi, sono stanchi di dialoghi e di parole gettate nell’aria in fretta, magari anche solo per riempire dei vuoti.

Questo è il mio mondo. All’inizio dell’autunno della mia vita, in quel momento in cui il calore afoso e appiccicaticcio della forza fisica lascia lo spazio alle foglie che ingialliscono, alla vite a cui hanno tagliato tutti i frutti con la vendemmia, alla terra che inizia ad indurirsi, all’aria che si raffredda con improvvise accelerazioni, al sole che sorge più tardi al mattino, che tramonta ogni giorno qualche minuto prima, alla curva del sole che nel cielo è di qualche decina di chilometri più bassa e la cui luce inizia a scivolare verso oriente. Sono tutte avvisaglie che il buio sta iniziando a scendere. Mi sento così, un po’ più freddo, ogni giorno che passa un po’ più solo. Sono solo un uomo che alle spalle ha lasciato la forza vitale e che inizia ad essere intimorito di un futuro freddo a cui non mi sentivo preparato. E invece devo prepararmi in fretta. Magari poggiando quella mano sul mento per cercare piccole storie da raccontare.

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Lo spicchio di luna

E’ una tiepida sera di fine settembre. Il vento sta virando da nord verso sud, l’aria pigra aleggia con un tepore che profuma di terra secca, di erba asciutta, della vite che inizia a seccarsi dopo la vendemmia. Il cielo è limpido di un bel color blu cobalto. Le stelle iniziano ad accendersi uno dopo l’altra, spiccanole dimensioni di Venere e Marte, due lucine più grandi delle altre e spingono verso la stella polare, lì a nord. Io passeggio, pigro come il vento, lungo i marciapiedi caldi. C’è silenzio e ascolto il vento che soffia tra i rami degli alberi.

Alzo lo sguardo e la vedo. Lo spicchio di luna, lucida, limpida, luminosa come raramente capita. E’ una mezzaluna perfetta. E’ di un colore caldo, non è un bianco freddo ma di un giallo che ricorda il calore del vento del sud, lo scirocco. E’ una luna che è materna e affettuosa, la guardo e mi dona uno spicchio di speranza.

In quel momento calpesto la merda lasciata da un cane e da un padrone idiota.

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Un’altra occasione persa

Lo so, lo dicono in molti: abbiamo perso un’occasione. Ma è quello che penso, evidentemente in buona compagnia. Sì, abbiamo perso una grande occasione. Passata la paura, sta tornando tutto normale. Come prima. Peggio di prima. Se mi guardo intorno sembra che il tornado Covid sia stato solo un brutto sogno, un incubo. Le spiagge sono affollate, gli ombrelloni incollati gli uni agli altri. Le strade nei dintorni del mare una lunga, infinita, fila di macchine arroventate dal sole, la puzza di metallo incandescente sovrasta ogni altro odore. I marciapiedi pieni di persone che si sfiorano, si parlano senza indossare la mascherina o al limite usata come poggiamento. Le città sono di nuovo intasate dalle autovettura, l’anidride carbonica sputata nei polmoni dei passanti e spinta verso il cielo. Il rombo dei motori ha stracciato via il silenzio delle giornate e la puzza della benzina quella dei fiori e del legno degli alberi che erano tornati a incuriosire i bambini alla ricerca di un nome con cui identificarli.

E’ tornato tutto coem prima. Peggio di prima. L’ambiente è di nuovo spolpato, divorato, masticato e le ossa sputate via. Le persone anziché cercarsi e riprendere il ritmo lento della condivisione, del sorriso, della complicità, sono tornate a correre. Chi era senza lavoro è rimasto senza. Chi lo aveva probabilmente lo ha perso. Chi lo dava ha ricominciato a fare i calcoli per vedere dove tagliare, risparmiare, spesso per fare più utili e tornare a sfruttare meglio e più di prima. Certo, lo so che non è così semplice ma molto spesso, nella realtà, lo è. Il prossimo è tornato ad essere uno strumento da utilizzare, non una sorella o un fratello da aiutare.

Siamo tornati a sentirci invincibili come se il ritorno del coronavirus, avverrà? quando? dove?, non riguardasse ognuno di noi, ma qualcun altro. La prudenza è abbandonata, il rispetto di chi ci sta vicino anche. Come se nel mondo il Covid 19 non stesse continuando a correre da un corpo all’altro riempiendo gli ospedali e mietendo migliaia di vittime, giorno dopo giorno. Una cura non c’è, un vaccino non c’è. Sappiamo che l’inquinamento è una causa fondamentale ma ognuno continua a guardare nel proprio orticello come se fosse circondato da un muro impenetrabile. Qui da me non verrà. Degli altri chi se ne importa. Intanto, io sfrutto, sporco, divoro, sopravvivo come se fossi da solo in questo mondo e fossi impunito, libero di fare ciò che voglio e nessuno mi deve rompere i coglioni. Di quello che verrà dopo saranno cazzi di qualcun altro. Intanto me la godo. Che poi cosa si possa godere di questo schifo che ci circonda, di questo tanfo di una modernità finta e senza futuro, non so.

Peccato. Era un’ennesima buona occasione. La stiamo perdendo. Di nuovo. Ma dopo ci sarà solo la parola Fine.

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L’aria scivola via

Lo spazio si restringe. Giorno dopo giorno. E mi manca l’aria. E’ una strana combinazione di fattori che si presentano all’improvviso e poi si consolidano, senza andare più via. Tutto ebbe inizio un giorno, all’improvviso. Fino a quel giorno non avevo nemici, o se li avevo non me ne curavo molto. Ma quel giorno, in una Bari assolata e ventosa, all’interno di un appartamento polveroso, sede del sindacato di cui ero dirigente, avvenne il primo passo di una inversione di tendenza. Fui colpito duramente, senza preavviso, da una persona a cui volevo bene e che consideravo una sorella piccola, una persona che avevo accudito per anni. In realtà avvenne una cosa tutto sommato banale: si liberò di me e della mia presenza ingombrante per scegliere la sua strada politica. E per fare questo bisogna uccidere il proprio maestro, ammesso che potessi considerrmi tale. Insomma, una normale vicenda di crescita.

Per me invece fu una crepa profonda che mi tolse fiducia. In quella crepa si infilarono altre persone che in realtà non vedevano l’ora di infilarci le dita, poi le mani per aprire sempre di più la crepa e veder scorrere il sangue. E così andò. Giorno dopo giorno ho perso tutto quello per cui avevo lavorato per una vita. E insieme a quello scesero dalla macchina con cui viaggiavamo insieme tutte le persone con cui avevo condiviso la strada. Quelle persone hanno nomi e cognomi, delle facce, delle storie, ore ed ore di chiacchierate, di vita condivisa, di affetti scambiati. Ogni viaggio una scendeva per non risalire più.

Nell’ultimo viaggio è sceso anche il mio cuore, mi ha lasciato. Era poggiato sul cemento grigio di una strada, ormai quasi rinsecchito per non avere più sangue dentro di sé. Era sdraiato su un lato, pompava lentamente l’aria, sembrava cercasse di afferrare l’aria con le sue ultime forze, vanamente perchè aveva perso l’elasticità. E dopo poco è morto. Ed io sono rimasto solo. Senza cuore ma ancora vivo.

Come si fa a vivere senza cuore? Ogni attimo passato era porsi un enigma senza risposta. Senza cuore non si può vivere ma io lo facevo. Continuavo a camminare, a respirare, ad andare al lavoro, a leggere, scrivere, mangiare. Ma erano una serie di azioni meccaniche, tutte svolte senza anima e senza passione e sentimento. Era tutto piatto, monotono. In certi giorni mi sentivo in effetti morto, senza provare più emozioni positive. Stranamente l’unica sensazione provata era una sorta di rabbia che covava sotto la pelle ed esplodeva all’improvviso, senza alcun segno premonitore.

Capitava che mentre parlavo con una persona, da un momento all’altro iniziavo a perdere il controllo e urlavo, gettavo via le cose, prendevo a pugni i muri oppure prendevo la rincorsa per sbattere la testa contro il muro. Non ce l’avevo con la persona di fronte a me, era solo uno strumento per stare male, per sentirmi una merda, per farmi del male. Era la ricerca di una punizione da assegnarmi. Dopo quell’esplosione di rabbia scendeva la calma. Una calma totale, appagante, piacevole. Era anche una sensazione di quiete muscolare, perchè la carne si scioglieva, i muscoli si rilassavano lentamente ma fino in fondo. Il silenzio scendeva intorno e dentro di me. Durava poco, però. Poi l’inquietudine riappariva. Nel silenzio non sentivo più il battito del mio cuore. Diventava un buco nero opprimente perché era un nulla totale, non un ronzio, non un rumore. Nulla. E senza quel battito era come vivere immerso nel nulla, nel buio più totale. Senza cuore. Appunto.

L’avevo lasciato lì, su una strada in un pomeriggio al tramonto del sole. L’avevo abbandonato, ormai rinsecchito, asfittico, senza più sangue e senza aria. Sì, era andato via lui. Ma io l’avevo fatto andare via senza combattere, senza lottare per cercare di rinfilarlo dentro il mio corpo, per tentare di fargli affluire il mio sangue, poterlo vedere diventare di nuovo rosso. Invece avevo accettato il suo abbandono, senza opporre nulla, senza fargli capire quanto fosse importante per me.

E ora vago nel tempo e nello spazio senza più percepire il bello del tempo che passa e dello spazio che in cui mi muovo e che a sua volta si muove, ritmicamente.

Da solo.

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Orecchiette al pomodoro

Un piatto di orecchiette al pomodoro. La pasta è fresca, integrale, noi diciamo “callosa” ad indicare lo spessore e l’elasticità dell’impasto che sotto i denti è ruvido, nodoso, impegna in una masticazione lunga e appagante. E io questo desideravo: masticare lentamente, assaporando ogni boccone, ogni attrito dei denti sulla pasta, ammorbidendola, allargandola, spianandola. Tutto un movimento che va identificato in “ola”. E’ un’azione cosciente e responsabile che spinge verso la gioia fisica e quella interiore. La pasta si mescola con il sugo, anche lui denso, rosso carminio, che mescola il sapore acuto della cipolla con l’acidità e la morbidezza del pomodoro fresco.

Insomma, una epifania del gusto e della psiche.

Macché. Non ci riesco. Non riesco a dare concretezza alla volontà che resta, invece, accantonata in un angolo sin dai primi momenti. Abbasso la testa sul piatto e inizio una corsa contro il tempo. Non per ingordigia. Per stress. Non ho mai mangiato con calma, ho sempre masticato rapidamente e brevemente, per cui, appunto, il “mente” sostituisce l’ “ola”. E vi assicuro che è deprimente. La meraviglia della pasta. l’arte artigiana della sua preparazione nel mio corpo si sfalda in una poltiglia informe, poco elastica, una specie di pallina di pongo, grigia e difficile da manipolare. Si piazza nello stomaco e lì resta, indifferente all’azione dei succhi gastrici che, mortificati, aumentano la produzione di acido ma la polpetta avvelenata resta lì, dura a morire. E le povere pareti del mio stomaco iniziano a bruciare, divorate dall’acido e dal peso di quella palla indigesta.

Un momento di piacere si trasforma in ore di pura sofferenza fisica. Berrò acqua frizzante nella speranza di aiutarmi a digerire e invece l’effetto sarà l’opposto perché il pongo assorbirà l’acqua e si rigerenerà.

Bene, dopo avervi schifati con questa descrizione vi chiederete il perché di questo post. Onestamente non lo so. Mi sono dato l’obiettivo di scrivere un post al giorno, di digitare parole su questo blog abbandonato nel tempo. Vanni Santoni nel suo ultimo libro dispone che si debba scrivere OGNI GIORNO, e questo io fo’.

Tanto non mi legge nessuno e anche questo breve scritto orribile, peggio degli altri, non lo leggerà nessuno per cui non si fa del male. Ovvìa.

E per oggi è tutto.

Ah, comunque le orecchiette erano spettacolari. E accompagnate poi da una ottima malvasìa bianca fredda…

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La misericordia del tramonto

E’ l’ora del tramonto. E’ quel momento della giornata in cui il vento scatena la sua furia per poi trattenere il respiro quando il sole scollina l’orizzonte. E’ il respiro che rallenta mentre i colore del cielo inizia a saturarsi e poi scurire cangiando da azzurro a blu cobalto ad un nero spesso. Intorno al sole il giallo diventa arancio, pesca, viola, blu. Al centro il fuoco si condensa, si trasforma in una gelatina rossastra, gli occhi finalmente lo possono guardare attratti e incuriositi.

Oggi il vento non si quieta, anzi stranamente rafforza la sua furia. E’ la compensazione della rassegnazione interiore. Il tramonto è il momento della riflessione. Ci si ferma in un bar, piccolo e spoglio, di fronte al porto. Ci si siede e si ordina una birra ghiacciata. No, grazie, non mangio nulla. Sul tavolino compare un piattino con qualche arachide troppo salata e un mucchietto di patatine. Ma l’attenzione è sul boccale di birra, sulla brina che intorpidisce il liquido giallo, la schiuma fino al bordo. Si alza il boccale e si guarda il sole attraverso quella patina di gelo. Si appanna il calore, lo si raffredda nella visione.

Si brinda alla fine della giornata. E’ il momento della resa dei conti. Il momento delle somme e delle sottrazioni. Si riflette, ci si appiglia, si agganciano le giustificazioni. Ma il sole scende, inesorabile. Non c’è il tempo per dirsi le bugie. C’è solo il tempo della verità. E la rassegnazione risale veloce dallo stomaco, si fa largo nell’acido, si espande su per l’esofago e arriva al cervello, allaga i pensieri, anche quelli più nascosti. Ed è come se in una notte buia, senza luna, smarriti nel bosco all’improvviso un fulmine squarcia il buio. E di fronte a sé si vede, mentre il magone stringe la gola, il sentiero che si è cercato vanamente per ore. Era lì, di fronte. Ed è solo il colpo di luce di un fulmine casuale che lo mostra, giusto per un attimo. Ma è quel momento che salva la vita.

I pensieri del tramonto sono come quel fulmine. La rassegnazione è quel sentiero illuminato. E’ l’amata constatazione che una giornata è passata, che il proprio tempo è stato usato male, al servizio di un errore, di una scelta comoda, di una parola sbagliata, di un risata negata, di uno sguardo evitato, di un sorriso bloccato. Il tempo è una risorsa speciale, una fortuna irripetibile, un attimo sfuggente. La rassegnazione è l’arrendersi alle debolezze.

Il sole è ormai sceso, sta per varcare la soglia della notte che avanza per portare il silenzio, la pace, la riflessione, per ammorbidire la bruttezza tingendola di arancio.

Il vento si è placato. L’aria è ferma. Il pensiero rallenta, come il respiro. Il bicchiere è vuoto, resta solo qualche bolla bianca, un residuo della schiuma ormai calda. Prendo un mucchietto di patatine, le porto alla bocca e il sale mi pizzica le mucose. Il porto è immerso nel nero, le luci nelle case si accendono. E’ il tempo della misericordia. Saluto e me ne vado.

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Una retsina, grazie.

E’ domenica. Un giorno ricco di sole e di caldo. Verso il tramonto un vento leggero risale dal mare e rinfresca l’aria. Ieri mi sono spaventato dalla massa di persone che girava per la città incurante delle misure di prudenza che ognuno dovrebbe seguire per evitare il contagio.

Questa mattina ho evitato di fare la colazione al bar. Sono entrato, ho chiesto di impacchettare quattro cornetti e li ho portati a casa. Il caffè di quel bar non mi piace, preferisco quello della mia moka consumata. Ha un gusto più rotondo, equilibrato, profumato. Sa di casa. Il che non vuol dire nulla ma certi giorni mi fa piacere. Altri no.

Dopo sono dovuto andare al Decathlon. Una massa di macchine arroventate dal sole nel parcheggio, una certa fila per entrare, una guardia che misura la temperatura con lo scanner. Dentro un po’ di persone ma tutte con la mascherina. Vado nel reparto biciclette e un vuoto devastante mi ha accolto. Non c’era nemmeno una bicicletta, gli scaffali dei pezzi di ricambio desolatamente vuoti. Ho preso una bomboletta di grasso per le catene e mi sono diretto alla cassa. Una fila infinita perché i pos per il pagamento con le carte non funzionavano. In fila a serpente, senza il distanziamento. Un pericolo continuo. Scuotevo la testa ma non potevo farci nulla.

Sono rientrato a casa, per leggere, riflettere, correre sul tapis roulant. Ma l’aria di tarda primavera chiamava, spingeva ad uscire. Ecco, il problema è proprio in quel punto, in quel momento esatto della giornata: quando il richiamo della natura, della stagione mette in evidenza le anomalie di questa stagione di pandemia. Perché nell’esatto momento in cui si esce dal proprio appartamento si devono fare i conti con la primavera. Ho la fortuna di vivere vicino al mare, in un avamposto di cemento infilato dentro una natura ancora selvaggia. Appena esco dal cancello di alluminio nero sono circondato da alberi, da tronchi antichi, larghi e nodosi, da cespugli di more in fiore, da un gigantesco roseto di rose rosse che si intrufola ovunque e che macchia il verde intenso di un frutteto abbandonato perché il vecchio proprietario è morto da alcuni anni. C’è un piccolo edificio che lui teneva in un ordine quasi maniacale. Ora la porta è sfondata, il locale dove conservava gli attrezzi per la cura dell’orto è stato devastato. Ma la natura del suo piccolo pezzo di terra ha avuto la meglio. Gli alberi da frutta seguono le stagioni, si seccano al freddo, si riempiono di foglie verdi, a fine inverno, di fiori in primavera, di frutti tondi e succosi d’estate. I rovi di more hanno mantenuto un muro perimetrale che ha impedito di entrare e di distruggere quella terra. Sono anni che fioriscono dei loro piccoli fiori rosa e che si trasformano in gemme rosa, poi rosse e poi nere. I pensionati della zona le raccoglieranno e ci faranno delle marmellate buone, ricche di sapore, e guarniranno delle torte da leccarsi le labbra.

Oggi non ho resistito. Ho aspettato all’angolo della curva che porta sullo spiazzo vicino al mare. Ho atteso che le decine di persone senza mascherine passassero. Poi appena sono rimasto finalmente da solo, ho tolto la mascherina, ho chiuso gli occhi e ho inalato a pieni polmoni il profumo di quell’orto antico e selvaggio. Ho respirato l’aroma dolciastro e denso dei fiori delle more, quello gentile e delicato delle rose rosse, quello misto dei fiori degli alberi da frutta, e di sottofondo il profumo di legno di sandalo, un collante di odori.

Mi è montata la rabbia al pensiero che questo paradiso è solo un minuscolo angolo di natura che si è salvato, solo perché costeggia un aeroporto militare. Questa terra fino a qualche anno fa era piena di boschi, di spazi verdi, di alberi secolari, di profumi continui. Perché ogni stagione ha i suoi odori. Un tempo ci correvo dentro la sera tardi, con la luna bianca alta nel cielo e il respiro che si riempiva di questa meraviglia. Lì dentro mi sentivo un sospite, solo un essere vivente mescolato ad altra vita, animale e vegetale.

Ora il lockdown è finito, non credo per molto. Però per ora è finito. E le macchine hanno ripreso il possesso delle strade, il rombo dei motori ha stracciato il silenzio denso nelle strade. Il puzzo dei gas di scarico ha cancellato il profumo della natura. I ragazzi hanno ricominciato a riempire i muretti di bottiglie di birra, di bicchieri di plastica, di guanti e mascherine gettate con disprezzo sul cemento. Nel cielo intanto volano le gazze, qualche gabbiano grigio e le rondini garriscono nel vento e si inseguono giocando.

Mi guardo intorno, da un lato mi sento grato di questo piccolo pezzo di terra profumata che mi tiene legato a sè. Da un altro lato vorrei prendere una nave, andarmene in qualche piccola isola greca, abbandonare lo schifo che ha ripreso a girarmi intorno. Mi immagino seduto ad un tavolino di una osteria, vicino al mare calmo della sera mentre sorseggio una birra ghiacchiata. Immerso nei miei pensieri e circondato dalle chiacchiere lente dei vecchi.

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