Il senso del cicalino

Il silenzio è profondo. Il tocco delle mie dita sulla tastiera del laptop è ovattato. La luce banca della lampada a led è soffusa. Tutto lascia trasparire un non so che di delicato, soffuso, quasi gentile nei miei confronti. Dalla finestra alla sinistra della piccola scrivania su cui sto scrivendo entra solo il buio della sera. La pioggia leggera picchietta in lontananza sull’asfalto della strada. Un lampo nel cielo squarcia il buio. Sembra una luce al neon, lontana, che non riesce ad accendersi.

Il vento all’improvviso rinforza, geme, si gonfia, sbatte contro gli infissi in legno. Il silenzio ormai è spezzato. Sento le folate che prendono a testate i muri, anche la pioggia si gonfia, dal leggero picchiettare si trasforma nel rombo di un torrente che scende arrabbiato dalle montagne.

Ascolto questi rumori, tento di collocarli, di dargli un senso, cerco di immaginare in che modo possano influenzare il mio tempo, la mia mente. Dal piano di sotto sale il suono disturbante di una sveglia elettronica. E’ un pigolio montante, fastidioso, che si insinua tra il suono della pioggia e quello del vento. E’ come un filo che taglia in due il suono della natura, come se tentasse di separarlo da me, dalla faticosa ricostruzione di un silenzio che mi serve, che è urgente che riesca a ritessere e a dargli spessore, tessuto, trama.

Ho bisogno del silenzio perché ho bisogno di ascoltare i miei pensieri che sono aggrovigliati, intrecciati, confusi, dal suono rauco. Non li capisco, alcuni sussurrano, altri urlano, quelli razionali hanno un tono rassicurante. Ma quelli nascosti, invece, sussurrano suoni che appaiono come spifferi. Non si capisce da dove vengano ma sono fastidiosi, freddi e colpiscono la pelle della razionalità. Vorrei metterli in fila, staccarli, ordinarli, dare lo spazio e la voce ad ognuno di loro. Anche a quelli che per farsi ascoltare urlano disperati e prepotenti. Sono quelli meno pericolosi. So che quelli più insidiosi sono proprio quelli che fatico ad ascoltare, quelli che si mimetizzano sotto la logica della mia ragione. Sono proprio quelli che all’improvviso, come il fulmine, spezzeranno il silenzio dell’equilibrio. Ho bisogno di portarli alla luce, di farli parlare nel silenzio di questa stanza, di darli la voce con questi tasti, di trasformarli in parole. Saranno parole che taglieranno, apriranno la pelle e faranno uscire il sangue di cui si nutriranno. Ma non ho alternative.

La sveglia continua a suonare, irritante. E’ un suono che entra nella testa, prende lo stomaco, impedisce di pensare. Alzo la testa guardo oltre i vetri. La pioggia ora è silenziosa ma è compatta come nebbia. Le luci sono offuscate, i raggi spezzati in linee oblique, le cime degli alberi non si vedono più. Ho smesso di scrivere da tempo. Non ho nulla di dire, non più storie da raccontare. Mi basta solo la sottile eccitazione delle mie dita che battono sui tasti del computer. Non è più importante che da questo movimento escano parole con un senso, con una missione da compiere. Non ne ho più di missioni da compiere. Spesso penso che il mio tempo sia semplicemente finito e che ora tocchi ad altri prendersi la responsabilità di raccontare una storia, che sia la propria o quella di qualcun altro. La violenza intorno mi ha ammutolito. Ed ho la fortuna di leggerla, non di viverla. Eppure ne percepisco con forza, ogni giorno, lo spessore, la forza distruttrice dei rapporti, degli affetti, del senso del limite, del rispetto.

Ne sono talmente colpito che ho deciso di rinchiudermi in questa stanza, cercando il silenzio e di interpretare i miei pensieri. Perché da un lato sono ammutolito ma da un altro non trovo pace che questo sia accaduto. Mi attacco alla tastiera per dare un senso ma questo senso non lo trovo. Invece, sotto traccia, si rileva, con l’immagine di un ghigno beffardo, il vuoto delle parole, l’abdicare delle storie che un tempo mi portavo dentro e che, pur faticando a tirarle fuori, erano pur sempre lì. Mentre adesso non ci sono più.

Per questo cerco il silenzio. Per cercare il suono dei pensieri intrecciati, per fare finta che siano talmente rumorosi dal dover cercare di metterli in fila e in ordine. In realtà nel silenzio non percepisco nulla. Solo il rumore della pioggia che scorre come un torrente in piena oppure quello del vento che sbatte sui vetri della finestra. Oppure questo cicalino elettrico che mi trapana il cervello. O forse è questo il racconto di una storia. Quella che in cui i pensieri sono andati via da una testa e si sono trasformati nel cicalino di una sveglia al piano di sotto, in una giornata ventosa e piovosa in un giorno qualunque di un posto qualsiasi.

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Leggere il silenzio

Sono le quattro del pomeriggio. Il sole sta già scendendo e una grigia penombra cala nella casa. Voglio leggere. Accendo le luci e inizio a camminare. Mi piace leggere camminando. Ho sempre fatto così, tranne quando ero bambino. In quegli anni, invece, mi sedevo sulla vecchia poltrona ritappezzata sotto la lampada bianca svedese. E restavo ore a leggere i libri di Jules Verne.

La casa è silenziosa. Riesco a percepire solo il respiro del vento che si infila nel legno delle finestre e fa vibrare i vetri. Nelle stanze ticchettano gli orologi, i secondi si inseguono, si affiancano, si distaccano. All’improvviso il rombo di un aereo che atterra squarcia il silenzio ovattato della casa. Alzo lo sguardo dal libro, mi avvicino alla finestra, sono schiacciato dal rumore ma non vedo la fusoliera dell’aereo che si avvicina al suolo. Lo percepisco ma niente di più.

Non riesco a concentrarmi. Guardo le righe sui fogli ingialliti ma non le traduco in parole. Restano solo dei segni e nient’altro. Cammino più veloce ma lo spazio è stretto. Con i libro in mano inizio a correre per la casa. Sento il tonfo del passo, il rumore della mia spalla che sbatte sul muro bianco, avverto il dolore dell’urto ma continuo a correre. Poi, all’improvviso, smetto. E ascolto il mio respiro pesante. Ansimo. Sì, è corretto: ansimo.

Scuoto la testa e riprendo a camminare e a leggere. Le parole riacquistano la loro consistenza, la densità, un senso, e le frasi ridiventano costruzioni con una logica, un inizio, una fine. E poi un punto. La frase è finita. L’ho letta. L’ho compresa. Sorrido. Mi fermo, guardo oltre il vetro le nuvole che corrono scure nel cielo. E’ una distesa compatta e la forma a intuisco nei confini più scuri, alcuni più chiari, che scivolano sopra il fondo compatto del grigio scuro e avvolgente.

Ora il silenzio è tornato totale, avvolgente, incombente, assordante. E’ talmente spesso che esalta il fischio elettrico delle mie orecchie. Un fischio che da leggero sottofondo si eleva ad acuto e insopportabile. Chiamo Alexa e le chiedo un pezzo dei Cigarettes after sex da Spotify. Una coperta densa di musica si stende per la casa, la voce pastosa della cantante francese raggiunge anche le mura dei bagni. Il fischio è stato spezzato e frantumato. Posso tornare, di nuovo, a leggere.

Passano i minuti, poi le ore e io continuo a camminare e a leggere.

Ti sento. Percepisco il tuo respiro. Intuisco le tue forme. Ascolto i tuoi pensieri. Sei qui. Con me. Giro per le stanze per cercarti. Non ci sei. Ti sei nascosta. Ti piace giocare a nascondino con me. Ti piace che ti trovi. Che ti afferri. Che ti stringa. Che affondi il mio viso nei tuoi capelli. Giro. Non ti trovo. Ti chiamo con un urlo silenzioso. Non mi rispondi. Ma ti percepisco. Ascolto il rumore del tuo corpo, il fruscio dei tuoi passi, lo strofinìo delle cosce che si sfregano. Continuo a girare. Non ti trovo.

Il rombo potente dei motori dell’aereo esplodono nel cielo, aumentano di giri, il rumore diventa più forte, i vetri tremano. Mi affaccio. Eccolo. Ora lo vedo. La punta verso l’alto, le ali dispiegate, si alza. Decolla lentamente, e poi sale. Per un attimo ho l’impressione che si fermi nell’aria, ho il timore che stalli e poi precipiti. Invece vira verso sinistra, gira, torna indietro e spicca il suo volo. L’ho visto, finalmente. Ora posso tornare a leggere.

Ma questa è un’altra storia.

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Vieni via con me

Il cielo è grigio metallo. Le nuvole gonfie corrono nel cielo, spinte da un maestrale violento, secco e pungente. Decido all’ultimo momento. Mi prendo in giro e mi cambio prima che la ragione mi blocchi. Mi infilo la maglietta e i pantaloncini, indosso le scarpe. Osservo la suola, i segni dei chilometri si vedono tra le righe e i cuscinetti consumati. Mi infilo il cappellino nero, prendo al volo l’iphone, decido di evitare le cuffie perché voglio godermi il soffio del vento nelle orecchie, apro la porta e scendo le scale.

Percorro il vialetto condominiale ed esco dal cancello nero, cigolante e mezzo rotto. Il vento sconvolge le carte per la strada, le alza da terra, le ributta giù, fanno capriole nell’aria. Avvio Runkeeper e inizio a correre. Ho fregato il mio cervello, la sua pigrizia, il mal di schiena che mi tormenta.

La corsa è come la scrittura. Pesa il pensiero di iniziare, ci si aggrappa a ogni scusa per evitarla, si è convinti di non farcela, di non aver nulla da dare. Quest’ultima impressione molto spesso è vera, ma c’è una cosa, una sola cosa, che annulla tutto: il piacere puro, semplice, dell’atto di correre. E’ quella sensazione di godimento fisico che sta nel gesto di andare veloci sulla strada, di osservare il grigio stinco e sporco dell’asfalto che viene incontro alle gambe e che si abbandona dietro la schiena, è il vento che oggi soffia forte sul viso o sulla nuca, il fiato che si scalda, il sudore che scivola lungo la pelle, la potenza fisica dei muscoli che si contraggono e subito dopo si rilasciano. E’ l’armonia che si scopre di poter disegnare nella strada con il proprio corpo e che dà sostanza a ciò che si temeva di aver smarrito. E ci sono le endorfine che si irradiano nel corpo e che danno un benedetto piacere fisico, un godimento che sfiora il piacere dell’eiaculazione.

Anche la scrittura, per quanto mi riguarda, è questo insieme di sensazioni. E’ un miscuglio di piaceri che nascono dalla sofferenza, da un impegno che spesso è insopportabile. So di non avere nulla da dire. So di non essere niente. Per questo scrivo solo per me o su questo blog che non legge nessuno. Per fortuna. Anche la corsa la vivo in solitudine, nel silenzio interiore che in realtà è un mucchiodi pensieri che si inseguono, per poi mettersi in fila da soli e darsi un ordine che mi aiuta a pensare meglio, in modo più lucido, e mi spinge a decidere. I rumori secchi, insieme a quelli ovattati del passo sul cemento, mi ricordano la fatica, l’impegno, la costanza necessaria. Decido di aumentare il passo, di darmi velocità, di provare ad uscire dalla mediocrità dei tempi che mi avvolge da mesi. Scendo sotto i sei minuti a chilometro, i battiti si mantengono stabili, ce la faccio e sono contento.

Per la scrittura non è più così, ma il godimento di scegliere le parole, mettere anch’esse in fila, è identico. Sono scelte che mi ricordano di essere vivo. Non ci sono più storie da raccontare perché la vita è diventata banale, triste, eccessivamente solitaria. E se non si osservano le persone, se non si parla con loro, non ci sono storie da raccontare. La corsa, invece, è un racconto ancora più intenso se si vive in solitudine. Inspiro, i profumi della natura che si sta seccando, le foglie che cadono dagli alberi mentre alcune piante, confuse dal caldo anomalo, continuano a fiorire. E’ anomalo anche il profumo del finocchietto selvatico ma penetra nelle mucose del naso e fa chiudere gli occhi per assaporarne fino infondo l’aroma intenso. I corvi volano nel cielo e si inseguono gracchiando, i motori degli aerei del vicino aeroporto si riscaldano ma il rombo è portato via da vento che soffia impetuoso da sud. In lontananza l’orizzonte blu è irregolare, sono le onde che si alzano verso l’Albania.

La corsa è come la scrittura. Ogni volta è un racconto uguale ma diverso, è un pezzo di vita intensa che va vissuta e che, come il grigio dell’asfalto che si percorre, va via per non tornare più se non in un altro modo e con un altro odore e sapore.

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Google l’ingorda

E’ notizia di ieri: Google ha fatto un’offerta di acquisto di Fitbit per 2,1 miliardi di dollari. Non sono noccioline, sono dollari. Cos’è Fitbit e perché Google è così interessata al suo acquisto?

Fitbit è il principale produttore di smartband e smartwatch destinati al settoer sportivo. La gran parte di coloro che corrono abitualmente o svolgono una qualsiasi attività fisica indossano un fitbit al polso. Anche io lo indosso, da diversi anni. Sono oggetti poco ingombranti e molto affidabili, con una ottima app per qualsiasi sistema operativo mobile. Viene monitorata e registrata ogni attività fisica e i parametri vitali quali il battito cardiaco, il monitoraggio del sonno, le calorie consumate e assimilate.

Ok, è una moda ormai diffusa nel mondo occidentale o evoluto. Una moda che in prospettiva sarà molto utile per diversi aspetti, non solo quello medico. La Fitbit ha una policy che rispetta la propria privacy e i propri dati non possono essere ceduti a società terze.

Google ha un obiettivo opposto e ha una carenza nel settore degli smartwatch. Acquisendo Fitbit le si apre una enorme opportunità: accedere ai dati di milioni di persone e poterli utilizzare per fini commerciali e per profilare ulteriormente i propri utenti. Basti pensare a cosa potrebbe accadere se decidesse di vendere alle assicurazioni i dati personali attinenti allo stato fisico. Le compagnie di assicurazione potrebbero verificare in tempo reale lo stato fisico di chiunque indossi un fitbit e si rivolga a loro per sottoscrivere una polizza vita o una polizza sanitaria. Oppure provate a pensare all’enorme mercato della vendita dei dati alle aziende che producono prodotti per il fitness o, più in generale, per attività sportive.

Insomma, per Google si aprirebbe un mercato immenso da cui, per ora, è totalmente estranea.

Questo spiega il suo forte interesse. Questo spiega il perché di una simile offerta. Questo spiega il perché questa operazione è un ulteriore colpo alla nostra residua speranza di riservatezza.

Cavolo, 2,1 miliardi di dollari. Non noccioline, ma dollari.

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Ma che volete?

Ha ragione Massimo Mantellini sul sito Post.it di oggi: questa storia della carta d’identità per aprire un profilo social è una solenne cazzata. Non varrebbe nemmeno la pena spenderci due parole. Perché è una cazzata? Semplice: basta un bot per saltare qualsiasi velleità di identificazione. Per cui, chi segue le regole, tanto per cambiare, si ritroverebbe fottuto per l’ennesima volta. Mentre chi quelle regole le viola avrebbe di fronte a sé un’autostrada con le corsie più larghe. E quindi potrebbe correre più veloce a insultare, dileggiare, mortificare e minacciare chi non la pensa come la destra razzista che imperversa su tutti i profili social.

Beh, io credo che la Rete sia un luogo in cui, come nella vita reale, si incontrano brave persone ma anche brutti ceffi. E bisogna conoscere quelle regole, esattamente come nella vita reale, che aiutano a sapersi difendere da chi ha idee bellicose, violente rappresenta una minaccia. Certo questa è, in linea di principio, una violenza ipotetica, virtuale ma che facilmente si può trasformare in una violenza reale, sia essa fisica o psicologica. Insomma fa male. E dal male bisogna sapersi difendere.

Uno dei problemi della società e di chi fa politica a sinistra, o si ritiene progressista, è la conoscenza molto superficiale della tecnologia e di come sia meglio usarla. Il mondo dell’informazione di sinistra e di chi frequenta con questo obiettivo i social network troppo spesso non sa dove mettere le mani e combina casini o si appresta ad abbassare la guardia e a subire un pestaggio mediatico e di contenuti. La destra salviniana e fascista sui social è imperante da diverso tempo. Il funzionamento della “Bestia” ormai è noto a tutti: inonda la Rete di notizi false, manipola realtà, fuorvia dai veri problemi, stuzzica l’odio per mettere gliuni contro gli altri. I giovani contro i vecchi, i bianchi contro i neri, i cristiani contro gli ebrei e i musulmani, i lavoratori dipendenti contro le partite Iva e viceversa, gli evasori contro chi paga le tasse, i ricchi contro i poveri. E’ uno spettacolo osceno che è sotto i nostri occhi tutti i giorni. Se qualcuno si permette di esprimere un concetto a favore dell’accoglienza, o un’apertura verso i diritti sociali delle minoranze viene aggredito dopo qualche minuto e seppellito da violenze verbali e offese.

La risposta non è sviare dal problema, ma organizzare una risposta vera. Usando gli stessi metodi ma con un fine differente. La questione centrale non è la carta d’identità ma diffondere la verità evitando di correre rischi inutili. Per farlo bisogna conoscere ciò che offre la tecnologia per raggiungere questo obiettivo. E quest, oggi, diventa una battaglia partigiana e di resistenza. I partigiani per organizzare la Resistenza sono entrati in clandestinità, si sono resi trasparenti, si sono organizzati e hanno iniziato a combattere. Certo non mi auguro in nessun modo di entrare in una guerra fisica e violenta. Ma mi auguro semplicemente che si organizzi una risposta adeguata: la verità contro la falsità. Ed è l’unica strada percorribile.

Per farlo bisogna usare l’anonimato anche a sinistra. Bisogna imparare ad usare i bot per inondare la Rete di notizie. Ma questa volta devono essere notizia vere, entrare nei contenuti e mostrare come stanno veramente le cose, la realtà, quali siano i veri problemi da affrontare e andare al sodo dei fatti.

Io dico che bisogna usare e diffondere i metodi dell’hacktivismo. Perché bisogna dire la verità e sfuggire all’onda di odio che, altrimenti, distrugge le persone e le idee progressiste. Ci sono altri luoghi per combattere alla luce del sole: il Parlamento,il Governo e le sue politiche, la scuola, gli ospedali, i luoghi di lavoro, il sindacato. Ma nella Rete la libertà, e il suo esercizio vero, profondo, passa attraverso l’utilizzo dell’anonimato. E non perché si abbia paura di metterci la faccia, ma per concentrarsi sulla verità, sulle cose da dire e sfuggire all’odio costruito artatamente da chi non ha altro da offrire se non un faccione che sputa bile, odio, rancore e fesserie vendute a casse da 6.

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Scrivete.

Scrivere è un atto che richiede responsabilità. Le parole vanno pesate, riflettute, scelte. La lingua italiana ha così tante parole che consentono di individuare quella che esprima con esattezza la sfumatura di pensiero che si vuole manifestare.

Scrivere è un atto che richiede fatica. Una fatica fisica e mentale. Bisogna staccarsi dalla quotidianità, sedersi ad una scrivania o sdraiarsi su un letto, aprire un computer o un taccuino, usare la mani, collegarle alla mente, al corpo, e tirare fuori le proprie emozioni, i pensieri, i sentimenti, le storie e riportarle fedelmente o distorcerle con fantasia, ironia, raccapriccio.

Scrivere è un atto liberatorio. Bisogna soffermarsi su sé stessi e su quello che ci accade intorno. Ma poi bisogna cercare nelle proprie pieghe la verità. E la verità spesso si nasconde in anfratti oscuri, si maschera come la pelle di un camaleonte perché non vuole farsi vedere, ha paura a mostrarsi all’esterno, agli altri ma soprattutto al proprio sé. Cercare in quegli angoli bui è un lavoro pesante, significa mettersi a nudo, avere il coraggio di indagare lì dove ci sono sentimenti di cui ci si vergogna e che non si vorrebbe ammettere che esistano. Però ci sono. E tirarli fuori consente di osservare con limpidezza e una maggiore consapevolezza non solo la propria vita, le storie che si vogliono raccontare ma soprattutto aiuta a codificare, interpretare, la realtà in cui si vive.

Scrivere è una scommessa. Si può vincere e si può perdere. Scrivere non significa dover necessariamente essere degli scrittori o ambire ad esserlo. In questo paese ce ne sono già fin troppi e questo è comunque un bene. Ma ognuno di noi ha delle storie da raccontare, da tramandare, da tirare fuori. In fin dei conti non serve molto: ciò che si usa ogni giorno, un computer o qualche foglio di carta e una penna, un dizionario che è fondamentale per conoscere nuove parole e nuove sfumature, un minimo di dialogo con sé stessi, aprire gli occhi su quello che accade intorno a. Poi serve del tempo da dedicare. Con pazienza e un po’ di forza di volontà.

Scrivere è una gioia. Personale e profonda. Cambia alcune cose. Anche quando si perde la scommessa. Ma oggi, proprio oggi, in questo paese alla deriva in cui odio, rancore, follia, razzismo stanno emergendo con una violenza inaudita, la resistenza si ricostruisce da questo piccolo atto rivoluzionario. Guardarsi dentro e guardare fuori con attenzione, con metodo e senza paura. Scrivere è trovare il coraggio di tirare fuori tutto, anche l’indicibile, per chiamare le cose con il loro nome e cercare le parole giuste per combattere il ritorno all’oscurità.

Scrivete.

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Ballerò per te

L’uomo varcò la grande porta di legno scuro. Si ritrovò in un largo corridoio illuminato da poche luci gialle. La prima cosa che lo colpì fu l’intenso odore di calce mescolato a quello della muffa. Alzò lo sguardo verso il soffitto. Rimase affascinato dalle tre navate affrescate da un antico gioco di quadrati le cui tonalità di colore variavano dal marrone al beige.

Non era mai entrato in quel palazzo antico. Nella sua memoria era sempre stato coperto da teli e lamiere. Non si era mai chiesto cosa ci fosse dietro quelle coperture. Per lui il panorama nella strada era quello e lo dava per scontato da anni.

Il respiro accelerò. Un attimo. Pensò a come si potesse nascondere, mascherare la bellezza sotto un velo robusto di bruttezza e di come si la potesse dare per ovvia. La bruttezza era così diffusa che la si immagazinava con una naturalezza priva di curiosità.

Riabbassò lo sguardo e la vide, all’improvviso. E si bloccò.

Per terra era stato sistemato un cubo bianco, largo e alto. Esattamente al centro della larghezza del corridoio. Una donna era in piedi, a sua volta al centro del cubo. Alta, le braccia allargate, i capelli neri ricci e lunghi scivolavano lungo le spalle. Indossava una lunga tunica trasparente grigia. Sotto la tunica un velo bianco che lasciava intuire la linea delle sue gambe, lunghe e dritte. I piedi nudi ben piantati sul cubo. Il viso era magro, allungato, gli zigomi importanti, gli occhi sorridenti.

“Buonasera! Benvenuti”. Lo sguardo della donna si concentrò sull’uomo. Il sorriso scivolò lungo le labbra. Lui osservò le sottili rughe che si disegnarono sopra le labbra, a tradire un’età meno giovane. Si sentì in imbarazzo. Non sapeva cosa fare. Il suo primo impulso fu quello di girarsi e andare via ma gliene mancò il coraggio. Abbassò la testa e accelerò il passo, ma appena giunse sotto il cubo non poté resistere e alzò la testa. La guardò, dal basso verso l’alto. Non era bella. Era interessante, si ritrovò a pensare. E la cosa lo infastidì.

Erano i capelli che lo attraevano. Si muovevano ad ondate, come il mare increspato. Scivolavano lenti per accelerare rapidamente e assecondare la forma del collo, che lui notò lungo e sottile, e delle spalle, larghe e delicate.

La donna si accovacciò, rapida. Abbassò la testa e la piegò di lato, increspando leggermente la fronte. Lui ne era catturato, mescolando l’imbarazzo alla curiosità. Lei alzò la mano verso di lui e quando lo sguardo dell’uomo si spostò la abbassò con un movimento lento verso gli oggetti che erano ai suoi piedi. “Ballerò per te… se vuoi”. “Qui, ai miei piedi, ci sono due elenchi. Come il menù di un ristorante. Scegli il piatto e te lo porterò. Ma sarà la mia danza per te. Solo per te. Al costo di un euro.”

La donna si rialzò, e restò in attesa. L’uomo abbassò la testa. Per un attimo le guardò i piedi. Poi la scosse e andò via.

Un lampo di delusione passò negli occhi della donna. Si sistemò i capelli. Si ripiazzò al centro del cubo, si allungò e allargò di nuovo le braccia. L’uomo, mentre entrava nel chiostro alle spalle della donna la sentì dire “Buonasera! Benvenuti!”. Si immobilizzò. Tornò indietro di qualche passo e si nascose dietro uno spigolo. Si appiattì al muro e non si accorse che la calce bianca gli aveva sporcato la camicia con un’impronta lna e larga bianca. Allungò la testa, cercando di mantenersi nascosto, e la guardò ballare. Ne restò affascinato.

Non si accorse del sorriso della donna.

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La sabbia mobile

La rabbia è una sostanza fangosa, una sorta di sabbia mobile rampicante che inizia a diffondersi da un qualche punto sconosciuto al proprio interno, per poi diffondersi. Talvolta lo fa rapidamente, qualche altra volta lo fa lentamente. La rabbia è quella marmellata inacidita e ammuffita che una volta ingurgitata fa compiere gesti inconsulti. Quando li compiamo siamo soliti affermare: “ho fatto una cosa che non mi appartiene, non fa parte di me”. Dentro, invece, esattamente nello stesso momento in cui diciamo la frase una vocina ci ricorda, con drammatica crudeltà, che non è così. Quel gesto che abbiamo compiuto ci appartiene. Eccome se ci appartiene. Ma il buon senso e le convenzioni sociali, quella sorta di buonismo che ci consente di essere accettati dalla collettività, ce l’hanno fatto nascondere, mascherato sotto un sorriso dolce e delicato con cui prendiamo in giro tutti coloro che incontriamo ogni giorno. Invece no. Quel gesto non è stato estemporaneo. Quel gesto lo maturavamo da tempo, graffiava la pelle, scorticava il sistema nervoso, era lì che si infilava nel sangue dentro le vene e circolava furibondo dentro i muscoli. Ed ecco che, all’improvviso, quando meno te l’aspetti, quando ormai pensi di averlo sotto controllo, il suo urlo squarta la carne ed esce come un fiotto di sangue, come un colpo di pistola, come una mano che si chiude a pugno e all’improvviso parte. Senza controllo, senza filtro, crepando la maschera che si è indossata.

Quella è la rabbia. Non è una fanghiglia piovuta dall’alto. Non è una sabbia mobile in cui le gambe si sono infilate inconsapevolmente. No. Quella è semplicemente la verità che emerge dall’interno, stanca delle convenzioni borghesi si ritaglia un suo spazio per opporsi allo strapotere del perbenismo e cercare un suo spazio di luce. La rabbia è quella poltiglia che ti fa parlare usando il verbo della verità cruda, senza infingimenti, senza l’appannamento della brina depositata dalla buona educazione.

La rabbia è la parte più vera di sé stessi, è la forza di ubriacarsi e vomitare sulle scarpe della persona che odi e che, invece, fai finta di rispettare. Ma dentro di te non vedi l’ora di fargli pagare tutto il male che ti ha causato. E di farglielo pagare con i giusti interessi, anche se dentro di te odi il concetto di interesse perché odi ogni cosa che abbia a che fare con le logiche del capitalismo moderno, ma anche di quello ottocentesco.

La rabbia però come esce di getto, dopo essere stata espulsa scivola via, sgocciola sul pavimento, sull’asfalto sporco della strada in cui ti sei fermato per appoggiarti con la mano sul muro e cercare di riprendere il fiato. Con la testa bassa la vedi scivolare, densa e rossastra, verso il primo tombino. Dopo qualche minuto resterà l’alone bagnato, una forma informe che disegna quello che era un pezzo di te. E che, ora, non c’è più. Nè dentro di te e nemmeno fuori. Un pezzo di te è scivolato via ed è finito lì dove era giusto che andasse: in una fogna.

Eppure resti lì, appoggiato al muro e senza fiato, a cercare di capire se sei integro, se le tue ossa sono a posto, se qualcosa si è rotto. E tu sai bene che qualcosa si è effettivamente rotto, che un pezzo di te, un pezzo importante è schizzato via. Ma non è il tuo sperma, è qualcosa di altrettanto intimo e di altrettanto fecondo. Che tu hai lasciato andare via rendendolo inutile e non più fertile. Sei più solo, sei rotto, la pelle scheggiata, lo stomaco infiammato, gli occhi arrossati, i polmoni che si stringono alla ricerca di aria.

La rabbia è andata via. L’hai lasciata andare via senza controllo. Ora non fa più parte di te. Potevi usarla, trasformarla, darle una dignità. Invece hai saputo solo fare del male. E ti senti solo un po’ più idiota.


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Un sermone da quattro soldi.

Ennesime elezioni. Ennesimo scivolamento verso un baratro nero e buio. Questa è oggi l’Italia. Un paese piombato in una penombra che nasconde la polvere, le ragnatele e i rifiuti ormai marci. Sono abituato a perdere. Perdo da sempre, da quando sono nato. Le idee in cui ho creduto sin da bambino, a partire dalle figurine dei calciatori Panini, sono state sconfitte e abbandonate. Solo nel campionato 1970/71, e in quello precedente, le figurine riprendevano i calciatori nella loro interezza, mostrando le divise nella loro sconvolgente bellezza. I colori saturi, il cielo nuvolo o azzurro da sfondo, i calzettoni tirati fino alle ginocchia, il colore nero della divisa dei portieri (Ginulfi, Rado, Cudicini, Albertosi, Zoff, Spalazzi…). Ebbene sì, ci ho creduto. Ma dall’anno successivo si è tornati al triste mezzo busto. L’unica particolarità era il colore slavato delle figurine più difficili e per rintracciarle si spendeva un capitale oppure si mettevano in gioco centinaia di doppioni. Beh, la politica ha seguito un percorso analogo: ho sempre sperato nella foto integrale e invece mi sono beccato sempre il mezzo busto.

Già, il mezzo busto. Immagine insidiosa perché rimanda ad altre immagini di un mezzo busto dalla mascella volitiva e dal casco liscio e tondo. L’Italia è ancora rinchiusa in quell’immagine di un uomo forte, che poi forte non è mai stato? E’ questo quello che insegue il popolo di questa nazione? Un popolo che è passato da Mussolini a Berlusconi, con un intervallo che è andato da De Gasperi a Nenni, Pertini, Berlinguer, per poi riprendere da Renzi, Grillo e finire in questi giorni a Salvini?

Qual’è l’Italia? Quella dei troll da tastiera? Quella del bacio al Rosario per poi avere sulla coscienza centinaia di morti in mare? O è quella delle lenzuola appese alle finestre per protesta? E’ quella dei poliziotti che picchiano selvaggiamente inermi, dalla scuola Diaz a Genova nel 2001 al giornalista di Repubblica l’altro giorno? Oppure è quella delle famiglie che in riva al mare fanno la staffetta per salvare i naufraghi di un gommone affondato nel mare a pochi metri dalla salvezza? E’ quella degli ignoranti al governo, ammesso che siano ignoranti e che quello sia un Governo? Oppure è quella dei moderati con il finto sorriso sulle labbra che cianciano di democrazia e che poi si divorano le risorse pubbliche per pagarsi i viaggi in yacht o per sistemare qualche occasionale amante? O è quella di chi riporta al medioevo oscurantista acclamando la famiglia di una mamma e un papà per poi divorziare due-tre-quattro volte e cambiare corpi in cui giacere come se fossero gomme scoppiate dai troppi chilometri percorsi?

L’Italia è tutto questo. Una somma di luoghi comuni, di un continuo giudicare, del bianco e nero, dei guelfi e ghibellini, del “sono meglio io”, del “dagli al negro”, del “prima gli italiani” ma anche della puzza sotto il naso di chi crede di essere migliore perché si sente più colto, più profondo, più strutturato, un po’ più rosso dell’altro. Insomma questo è ormai il paese dell’io individualista e arruffone come se tutti fossimo influencer di un qualche account Instagram in grado di spiegare al mondo quale sia la ricetta della felicità. Per poi alzarsi al mattino e scoprire che si continuano a perdere i capelli, che se non ci si lava la puzza copre anche il profumo più costoso, che nella buca delle lettere si accatastano le bollette da pagare, che il futuro si assottiglia sempre di più perché il tempo passa inesorabile e ci si ritrova vecchi e claudicanti prima di aver potuto lasciare il segno in qualche cosa per farsi ricordare dai posteri.

L’Italia scopre di essere leghista. I paesi del profondo sud, quello irriso e sfruttato dai leghisti veri del nord, votano in massa Salvini e il marchio Lega consegnandosi mani e piedi al barbaro invasore. In realtà le persone che questo popolo ignorante e ingrato ha votato sono le stesse che, elezione dopo elezione, salgono sempre sul carro del vincitore. E quindi sono in gran parte già transitati per Forza Italia, o il PD, o il M5S e ora hanno il timbro della Lega. Il popolo ignorante continua ciecamente a fidarsi di chi sgancia qualche biglietto da 50 euro con un sorriso sornione, poi si accontentano di una pacca sulla spalla e vanno avanti. Non possono fare altrimenti: in paese la gente mormora e se si vota qualcun altro che non sia il piccolo potente di turno si viene a sapere. Appuntatevi da qualche parte questo punto. I dati, chi si vota all’interno dell’urna, comunque si vengono a sapere.

Ma come è possibile che sia finita così? Eppure ai comizi di Salvini c’era poca gente. Erano di più i contestatori, quelli che hanno appeso le lenzuola con frasi che lo prendevano per culo. Che fine hanno fatto? Chi hanno votato?

Leggete i dati: non sono andati a votare. Poco meno della metà degli aventi diritto al voto, non è andata a votare. E la Lega ha preso il 35% di chi ha votato. Cioé non è la maggioranza, ma una minoranza, nemmeno tanto massiccia che, però, si mangerà il paese pezzo dopo pezzo. Perché la flat-tax renderà più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. Perché toglierà i soldi per la scuola pubblica, per la sanità, per le pensioni che, ricordatelo, serve ai più poveri. Perché i più ricchi, con i soldi risparmiati e per le tasse non pagate con le buone e con le cattive, andranno nelle cliniche private e nelle scuole altrettanto private e della pensione non se ne fanno nulla. Non ne hanno bisogno. Si farà la TAV. La leggenda dice che la TAV serve per ridurre il traffico su ruote. Falso: perché gli interessi delle lobbies dei camionisti, dei produttori di auto/tir e dei petrolieri non li tocca nessuno altrimenti non avremmo un pianeta che ormai è al collasso con centinaia di specie animali che si estinguono per sempre giorno dopo giorno o i cicloni tropicali sulle spiagge di Lignano Sabbiadoro nel mese di marzo.

E la sinistra che fa? Piange. Sempre. Si rifonda. Sempre. Riflette. Sempre. Cambia nome. Sempre. Dall’allegra e gioiosa armata di Occhetto, a Sinistra Ecologia e Libertà, Potere al Popolo, L’altra Europa per Tsipras, Liberi e Uguali, Sinistra Italiana, E’ Viva, Possibile ecc. ecc. Si è partiti dal più grande Partito Comunista dell’Occidente ai risultati elettorali da prefisso telefonico. Ogni volta una delusione. Ogni volta una approfondita riflessione. Su cosa? Sul nome da scegliere per la prossima tornata elettorale. Nel frattempo, con i pochi spicci rimasti nelle tasche, si organizzano convegni. E giù a spiegare come dovrebbe andare il mondo, su come siano brutti e sbagliati gli altri, quelli che ruttano dopo aver bevuto la birra, mentre noi siamo i più bravi e i più colti, i più preparati. E via con le facce schifate. Dimenticando che la nostra, eh sì ci sono anche io, origine è nelle campagne con i braccianti pugliesi, siciliani e calabresi, e nelle fabbriche del nord. Dimenticando che Gramsci era di origini contadine, che Di Vittorio era un bracciante del Sud, che la forza di quel partito era l’organizzazione e le campagne di alfabetizzazione degli sfruttati, non i convegni nei salotti degli intellettuali. La forza di quel popolo era la lotta di liberazione dalla povertà. Ma i loro dirigenti erano scelti tra chi era come loro, tra chi li rappresentava giorno per giorno condividendo il dolore e la fame. Cazzo, la parola Compagno/Compagna significa proprio questo. Condividere il pane.

Non si giudica chi non sa parlare, chi è povero, fuori e dentro, chi non può lavarsi, chi ruba per la fame, chi fugge dalla povertà e dalla guerra, chi ambisce a migliorare la propria vita. Non si giudica. Si aiuta. Ecco, secondo me, questo è quello che abbiamo dimenticato: la misericordia, la condivisione, la comprensione.

A parte il pistolotto, che spero leggiate con un pizzico di disincanto e che vuole essere solo uno sfogo, vorrei solo che faceste una cosa: chiudete tutto e uscite a fare una passeggiata, ovunque voi siate. Guardatevi intorno con qualcosa che assomigli ad un punto di vista obiettivo. Contate i visi africani che incontrate, osservate lo stato delle scuole intorno alle vostre case, valutate la qualità dell’asfalto delle strade che percorrete, lo stato di dissesto dei marciapiedi, la qualità dell’intonaco dei palazzi, contate gli alberi e le piante di fiori. Pensate al tempo necessario per ottenere una visita medica, alle possibilità di un lavoro stabile e ben pagato per voi stessi, le vostre figlie o i vostri figli, nipoti, cugini, amiche e amici. E poi pensate se è questo che sognate la notte, se è questo il posto in cui vorreste vivere e far vivere le giovani e i giovani, insomma il futuro, di questo paese.

Ecco, è proprio lì, in quella risposta che è racchiuso il senso del fallimento dell’Italia, dei suoi gruppi dirigenti, di Mussolini, Berlusconi, Grillo, Salvini, Renzi, Prodi, Napolitano. Metteteci chi volete, tanto la somma alla fine è simile perché ognuno di noi ha le sue responsabilità. A partire da chi ha votato nella giornata di ieri, da chi continua a delegare anziché partecipare e farsi parte attiva nella costruzione di un futuro diverso.

Basta scatole, contenitori, nomi, miti. Basta. E’ l’ora di diventare parte attiva del cambiamento. Che non è una parola priva di senso: significa cambiare le cose. Facendo altre cose. Piccole e grandi. Senza delegare, senza giudicare, senza puzze sotto il naso, senza arroganza ma con umiltà determinata. A partire dal buttare la spazzatura differenziando e nei giorni previsti, al pagare le tasse e farle pagare pretendendo gli scontrini/ricevute fiscali, fino ad una lotta per l’ambiente con la ricerca di imballi non di plastica, con l’uso dell’acqua pubblica e delle borracce, con la lotta gli sprechi, con la lotta al maschilismo beota, a dire no ai docenti universitari che vogliono toccare il culo o il pisello, a manifestare contro qualsiasi ingiustizia, all’obbligo delle targhette identificative per i poliziotti. E così via. Di lavoro da fare ce n’è tantissimo. E va fatto. Senza delegare ad un pupazzo che bacia il rosario per prendere per i fondelli un Papa solidale e accogliente. Svegliamoci. E’ già tardi.

Ah, un’ultima cosa: la prossima cosa di sinistra, o presunta tale, chiamatela Labor. Fatica, difficoltà, lavoro. Più chiaro di così.

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La Santa Pasqua

Giorgio camminava lungo il corridoio. Il passo era lento, il piede sinistro che si apriva verso l’esterno. Lui cercava di raddrizzarlo ma il ginocchio non rispondeva e una fitta di dolore lo costringeva a storcerlo di nuovo. Leggeva un libro con il capo rivolto verso il basso. Era immerso nella lettura ma c’era qualcosa che lo distoglieva. Il corridoio era in penombra ma lui non voleva accendere la luce e la assorbiva dalle stanze che vi si affacciavano. Arrivato in fondo, di fronte a sé c’era la porta del bagno di servizio. Aprì la porta e la luce arancione, calda, del sole illuminò le pagine giallastre del volume. Si voltò e riprese a camminare e a leggere. Un passo alla volta. Una riga alla volta. Il cammino prese velocità come anche la lettura. Fu un ritmo che si fece unico con il respiro e con il suo passo. Il libro lo intrigava ma non completamente. Quel pomeriggio era distratto da pensieri e sentimenti contrastanti che faticava a centrare. Troppe cose si inseguivano e i loro contorni erano sfumati, sfuggivano. Nel proseguire il suo cammino da carcerato uscì dal corridoio e quasi si scontrò con Virginia. Lui alzò la testa e mormorò parole di scusa, anche se non l’aveva sfiorata. Lo stesso fece anche lei.

Pensò un attimo, con un sorriso stanco, che la loro era una storie di scuse. Ma l’aveva sempre percepita come una formalità più che una sostanza. Il male vero se l’erano fatto di nascosto, l’uno all’oscuro dell’altro, consapevolmente.

Riabbassò la testa e ricominciò a leggere. Ma un attimo dopo la rialzò e si fermò a guardarla. Della bellezza di un tempo, quella che l’aveva colpito sin dal primo istante in cui l’aveva conosciuta, era rimasta una traccia. Nella realtà Virginia era sempre una bella donna, alta, dai lunghi capelli ricci e dallo sguardo intenso, profondo da cui non si riusciva a sfuggire Ma in lei percepiva solo la freddezza algida che si era rivelata progressivamente e lentamente sino a diventarne l’elemento dominante. Lei era fredda, indifferente, spesso ruvida. Lui la osservava senza forze, senza reazione. Ci aveva provato a reggere il confronto ma ben presto si era stancato di parlare a sé stesso e smise. Il suo tempo lo trascorreva leggendo, scrivendo, andando al lavoro, rimasticando dentro di sé le parole che non uscivano più dalla sua bocca.

Nel rimuginare questi pensieri si infilò nel suo studio e appoggiò la fronte al vetro freddo della finestra. Il suo respiro disegnò un alone. Lo guardò scomparire lentamente. Le fronde dei pini erano scosse dal vento che era aumentato d’intensità. La piccola testa di un colombo si affacciò da dietro il muro sul balcone e si girò verso di lui per guardarlo. Inavvertitamente lui si ritrovò a sorridergli. Il colombo si girò di nuovo e spiccò il volo dispiegando le ali. Lo guardò sollevarsi e andare via.

In quel momento, in quel preciso istante, percepì la sua solitudine.

Era il giorno di Pasqua. Ascoltò il silenzio della casa. Ognuno era chiuso nel suo mondo privato, immerso nei pensieri o con la testa infilata nel monitor dello smartphone. Intuiva da tempo che Virginia avesse una relazione ma non era geloso e non provava rabbia verso di lei, a questo proposito. Ne percepiva, invece, il feroce distacco, quella modalità di farsi del male attraverso l’indifferenza che era tessuta di piccoli gesti, di ripicche, di smontaggi dell’altro che erano odiosi e facevano, soprattutto, molto male.

Nella sua testa riecheggiava l’eco lontano della sua voce allegra, la risata, le rughe sulla fronte concentrata a leggere o a inseguire i suoi pensieri. Lui si divertiva ad osservarla, a guardare in silenzio la manifestazione delle sue reazioni, del suo essere spontanea, libera, senza riserve.

Di quel suo essere non c’era più traccia, o perlomeno non c’era più per lui, ridotto invece a sentire montare una feroce sensazione di rabbia e di freddo. Mal sopportava l’immagine di lei costretta nel ruolo di una donna da secolo scorso, costretta a subire per il quieto vivere la noia e l’adattamento al meno peggio. Lei, così colorata, così libera. Lui così distaccato da averla spenta, un giorno dopo l’altro ed incapace di spingersi via da quella assurda deriva.

Ripensò ai primi giorni della loro relazione, alle sue gambe perfette che lui accarezzava per ore, a quelle labbra a cui dette il primo bacio, era il tramonto di una calda giornata di fine aprile e passeggiavano per un sentiero di campagna. Lei lo sorprese, spalancò le labbra e infilò la sua lingua rasposa e affamata di amore. L’immagine del suo seno con le aureole grandi e i capezzoli induriti lo stordì. Un pomeriggio buio erano soli a casa di lui. Erano silenziosi e l’aria era spessa, intrisa dell’umido di quella casa antica. Lui le manifestò il suo senso di colpa per una storia che allora pareva senza futuro. Lei lo guardò, i capelli ricci raccolti in una lunga coda, e gli disse, guardandolo negli occhi: “non essere ipocrita, per favore”. Gli mise una mano dietro la nuca e lo avvicinò. Si baciarono intensamente, il desiderio mescolato all’amore. Gli prese una mano e la poggiò sul seno. Lui strinse, forte, e sentì il capezzolo indurirsi. Lei indossava un morbido maglione bianco, ancora se lo ricordava con un pizzico di nostalgia. Dov’era ora quella donna? Cosa ne era rimasto di quel sentimento?

Si sentì mancare e si appoggiò al muro. Ripensò alla notte in cui suo padre morì, dilaniato dal dolore del cancro, lei lo prese lo spinse dentro una stanza buia e gli sussurrò in un orecchio: “non lasciarmi mai”.

Ma lui non lo fece. Non ci riuscì.

E ora continuava a camminare nel corridoio in penombra mentre il sole all’esterno tramontava, leggendo un libro che lo intrigava ma non completamente.

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