Sì, la pacchia è finita.

E’ difficile sentirsi un essere umano in questa Italia che cambia. Viene voglia di abbandonare tutto, di mollare gli ormeggi e navigare via. Via da qui, da questa terra che è diventata inospitale, che sente più semplice definire le persone e le cose con parole dure, spesso violente. E’ una rincorsa a chi costruisce lo slogan più truculento, a chi definisce l’altro nel modo più sprezzante, a chi rincorre lo sfregio, a chi si diverte a cancellare la storia, che poi è anche la sua storia.

Cammino lungo le strade della mia città. E’ piccola, si percorre in qualche ora. E’ una lunga retta, il tratto terminale della Via Appia, intorno a cui si è gonfiata, estesa. Di poco. Anche qui ci sono gruppi di ragazzi e ragazze africane. Si incontrano in alcune zone in cui si rinchiudono. Camminano con passo leggero, le cuffiette nelle orecchie, i cappelli infilati sui ricci crespi, scelgono abiti scuri. Le donne sono invece colorate, rumorose, allegre, piene di vita, talvolta con un bambino piccolo infilato in un panno morbido allacciato dietro la schiena.

Li osservo di sfuggita e mi rendo conto che non so chi siano. Ogni tanto mi fermo a chiacchierare con un uomo sorridente e gentile che dà una mano all’ingresso del supermercato dove vado a fare la spesa. Ormai è un dipendente che viene lasciato fuori la porta scorrevole all’ingresso. Sia che ci sia bel tempo che la pioggia, resta lì tranquillo. Entra solo per dare una mano a infilare le bottiglie di olio, per portare la spesa pesante delle vecchiette. Se qualcuno lo chiede prende i pacchi di bottiglie di acqua e le buste della spesa e le infila nei portabagagli delle macchine. Non chiede soldi, anzi si gira e va via, discreto e silenzioso. Lo sento ridere solo quando parla la telefono o con un suo amico, alto e scuro, che ogni tanto, al tramonto, passa per salutarlo e fare due chiacchiere.

Non so chi siano. Non so da dove vengono. Nella mia ignoranza mi appaiono simili, nelle fattezze e nella lingua, che non comprendo. Ma non sono uguali e le loro lingue sono diverse. Vivono qui ma sono lasciati da soli, ai margini. Ne sento la responsabilità. Soprattutto quando li incrocio la sera, al buio, lungo le strade periferiche. Scivolano veloci sulle biciclette arrugginite lungo il bordo asfaltato. Rientrano dai campi dove hanno lavorato per tutto il giorno. Sono sfruttati da qualche caporale italiano, probabilmente collegato alla camorra. Li si incontra tutti i giorni, le schiene piegate sulla terra, con qualsiasi tempo. E’ un ritorno ad un tempo passato perché è la cancellazione silente di una società civile, in cui il lavoro è fondato sui diritti, sul rispetto della dignità di una persona. Quella società in cui il lavoro è espressione di sé, è la ricerca di un riscatto sociale, di migliorare la qualità della propria vita, la ricerca dei mezzi per studiare e far studiare i propri figli, acquistare una casa, accudire il proprio corpo, trovare la pace.

E invece, in questa terra smemorata, non è più così. I ricchi diventano ogni giorno più ricchi mentre noi, e siamo miliardi, ci impoveriamo ogni giorno che passa. C’è chi ha deciso di sventolare la bandiera dell’odio e ci sono quelli, e sono proprio tanti, che ci cascano come allocchi e allocchi non sono. La gente, la gente!, muore ogni giorno a centinaia nel mare, il mare che dovrebbe essere la madre, la speranza, e chi dovrebbe aiutarli li sbeffeggia al grido “è finita la pacchia”. Quelli che annegano sono esseri umani, sono bambini, donne giovani, uomini giovani. Nessuno prova ad immaginare cosa voglia dire morire così, su un barcone marcio che affonda nell’acqua gelida senza potersi difendere perché la gran parte di loro non hanno mai visto il mare e non sanno nuotare. Cosa si prova a veder morire così i propri figli, il proprio marito, la propria compagna? Nessuno se lo chiede. La pacchia è finita. Oggi, in questa terra smemorata, cercare di sfuggire dalla guerra e dalla miseria, lasciarsi tutto, affetti e radici, alle spalle, subire stupro, violenze e degrado viene considerata una pacchia. Nessun uomo, nessuna donna, potrebbe mai accettare una simile follia. Ma questa paese smemorato l’ha fatto. E l’ha fatto con facilità. Ha dimenticato la propria storia, la propria cultura più progressista; quella che l’ha fatto crescere facendolo diventare una potenza mondiale. Oggi ricorda solo la cultura del suo periodo più buio con la stessa truculenza, abbandonando per strada l’ironia e l’allegria caciarona, la solidarietà umana, l’attenzione a chi viene lasciato per strada. Oggi è una vergogna dichiarare di essere comunista nel paese che ha avuto per decenni il più forte e democratico partito comunista che ha contribuito a costruirla L’Italia e l’ha poi difesa dal terrorismo. Si è sbeffeggiati, sull’onda di una ricostruzione storica falsa, fondata sugli slogan e sulle bugie. Eppure si crede a quello bugie, è facile crederci, fa comodo. Come fa comodo sdoganare il nero del passato, il fascio, Casapound, le teste rasate, l’ordine fasullo, la violenza gratuita, le storielle sconce su Mussolini, le strade, le ferrovie e cazzate varie.

Questa è una terra smemorata. Ma non potrà esserlo ancora a lungo. Perché queste ragazze e questi ragazzi africani sono giovani, forti, sono venuti qui e ci restano, perché amano questa terra. Non gli importa che noi si diventi smemorati perché loro vivono, lavorano, sperano, ambiscono esattamente come gli italiani di settanta anni fa. Loro la studiano questa terra, studiano la lingua. Se avete occhi per guardare li troverete seduti la sera tardi sulle panchine a leggere i libri di grammatica italiana. Loro vogliono contribuire a ricostruire questo paese. Noi diventiamo ogni giorno che passa più vecchi. Loro sono belli e giovani e la storia va avanti per conto suo scrivendo il futuro sotto i nostri occhi, che ci piaccia o no. Questa è la speranze per il futuro. E bene ha fatto oggi la parlamentare di LeU, Rossella Murioni, a fermare il bus che stava portando via un gruppo di migranti da una struttura per decisione del bullo Salvini. Ha fatto bene perché mandare via quelle famiglie integrate sarebbe stato spezzare un altro ramo del futuro. Perché quello è il futuro. Il futuro della nuova memoria. Noi la stiamo dimenticando, loro la stanno ricostruendo nonostante noi. E’ vero: la pacchia è finita. Per te, Salvini.

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Il vento grigio

E’ una sera buia e tempestosa. Raffiche furibonde del vento del nord battono il cielo e la terra. Sono bordate violente che spazzano l’asfalto delle strade, che strappano i rami degli alberi facendoli piombare per terra, sulle auto per le strade, che sfiorano pericolosamente i passanti curvi per resistere alla sua forza.

Io sono dentro casa che osservo il cielo nero da dietro una finestra. Il mio punto di riferimento per intuire la forza del vento è una palla d’acciaio grigio e lucido incima alla canna fumaria di un camino, nella villetta di fronte. Beh, quella palla ruota furiosamente. Non si notano più le lame, è una superficie liscia per la velocità con cui gira su se stessa. Subito sopra nuvole dense e nere si accalcano, sbandando paurosamente nel cielo. Sono al caldo. Osservo la furia della natura. La struttura spessa di quelle nuvole mi fa capire che fra poco, nonostante il vento, la pioggia inizierà a cadere copiosa e anch’essa spazzerà le strade. Il vento porterà con sé il gelo della steppa siberiana. Lame ghiacciate sferzeranno i volti di chi sarà per strada, geleranno la terra nelle campagne e lastre bianche si formeranno ai bordi dell’asfalto. La pioggia ritarderà di poco la gelatura che comunque arriverà inesorabile.

Io osservo ammirato la forza della natura. Un velo di tristezza però avvolge la curiosità del bambino che è ancora in me. Mi guardo all’improvviso nello specchio di fronte a me e resto interdetto. Mi chiedo, confuso, “ma chi è quel vecchio?”.

Sono rientrato da poco da una visita medica. Mi hanno sottoposto ad una lunga e accurata visita. Mi ha accolto un dottore di mezza età, basso, il viso tondo e sorridente. Indossava il camice immacolato e abbottonato. Mi ha trasmesso una sensazione di fiducia, una sensazione calda di tranquillità. I suoi gesti erano pacati, misurati, lo sguardo attento e diretto. Le sue mani mi hanno palpato, hanno saggiato la consistenza delle anse addominali, hanno verificato il livello del dolore mentre schiacciava quella strana e minuscola escrescenza che si era formata. Mi ha riempito l’addome, i fianchi e il pube di gel, mi ha sondato con l’ecografo. Avvicinava il suo viso al monitor della macchina, stringeva i suoi occhi miopi osservando le ombre nella poltiglia grigiastra che si intuiva nello schermo. Mi ha rimesso in piedi, mi ha strizzato dolorosamente nella zona dove si era formata l’escrescenza.

Ho aspettato l’esito della visita in uno stretto corridoio dopo che lui mi ha invitato a svuotare la vescica, una ulteriore ecografia. Poi mi ha fatto rivestire e mi ha spinto, l’espressione seria, verso il corridoio esterno. Ho atteso stravaccato su una scomoda poltroncina di plastica bianca. Pensavo che era assurdo pagare ed essere costretto ad aspettare su una sedia così ridicola e così scomoda. Lo pensavo e sorridevo, sorpreso da un simile pensiero che non credevo mi appartenesse.

Ho atteso che quella porta bianca si riaprisse e che lui mi richiamasse. Quel momento arrivò così come arrivò l’esito. Lo ascoltai con una attenzione svogliata. Qualunque fosse stato l’esito della visita desideravo solo andare via da lì, infilarmi in macchina e correre verso il mare. Fermarmi sulla costa, scendere e sentire il gelo sferzante del vento sul viso. Volevo solo quello: sentire il freddo della vita dentro di me, mescolato al rombo del mare e delle onde che si frangono sulla roccia, guardare ammirato la spuma bianca che si gonfia, si alza e si frantuma con un boato sulla pietra lucida e grigia. Invece il mio viso era impostato sulla modalità “concentrato” e “cortese”. In fin dei conti stava parlando del mio corpo e delle sue bizzarìe, della mia vita e del suo futuro, ammesso che ce ne fosse ancora uno.

Ascoltai tutto, lo guardai scrivere a lungo e con una grafìa stranamente ordinata su un foglio di carta intestata. In alto a destra c’era il suo nome, la sua specializzazione, il suo indirizzo, il numero del cellulare e questo mi stupì. Spostai lo sguardo su di lui e lo guardai con maggiore attenzione vera. Era un uomo ormai anziano, la sua voce era cordiale e gentile, i suoi movimenti lenti. Era indubbiamente empatico. La sentenza era addolcita dal suo comportamento. Aspettai, annuii alle sue raccomandazioni. Gli strinsi forte la mano. Andai via. Mi fermai a pagare distratto al tizio seduto dietro l’isola dell’accettazione. Invidiai la sua giovinezza ma non il freddo che entrava dall’ingresso alle mie spalle e che lo colpiva ogni volta che la porta a vetri si apriva. Rimasi colpito dalla sua fredda indifferenza a quel calo termico. Pensai che fosse peggio per lui. Ero stranito. Andai via dopo aver pagato.

E ora ero dietro i vetri della mia finestra ad ammirare la rabbia del clima, la violenza della natura, incazzata. Pensai che in realtà dovessi essere io l’incazzato. Dovevo essere io a soffiare con violenza, a lasciar uscire le urla di terrore, a colpire con forza tutto ciò che avevo intorno, a strappare i miei libri, a gettare via gli LP affiancati con un ordine maniacale. Pensai che avrei dovuto gettare via dalla finestra il mio portatile e il cellulare, cancellare ogni traccia di vita. Anche se sapevo che non avrei cancellato nulla perché non si possono tracciare le tracce della propria vita digitale. Resta tutto lì, in rete, segnato e tracciato. I numeri sono registrati, la sincronia di 1 e 0 sanciscono ogni cosa che ognuno di noi fa in rete e ne lascia un segno indelebile, come l’inchiostro nero che resta sui polpastrelli di un dito e che ci si può sforzare inutilmente a grattare con saponi, olio, creme o quel che si vuole. La traccia resta. Lì. A lungo.

Ma il gesto simbolico di prendere e gettare tutto nel vuoto, alla mercé del vento freddo del nord, delle sue raffiche, del ghiaccio incombente, sarebbe stato catartico, liberatorio. Quasi come la traccia luminosa di una luce in movimento registrata in una foto al tramonto.

Invece ero lì, dietro il vetro di una mia finestra. A guardare e ammirare la furia del vento e lo spessore grigio scuro delle nuvole. Il giro vorticoso e furibondo della palla di acciaio mi ipnotizzava. Il mio sguardo restò fisso su di lei.

Il dolore si assopì, come ammorbidito dalla bellezza della natura. Ma era lì, comunque, dentro di me.

La visita era andata bene. Ero andato a guardare il mare in burrasca. Il mio viso fu colpito dalla spuma delle onde sbattute sulle rocce. Il cellulare l’avevo lasciato in macchina, sul sedile di fianco al mio.

L’avevo spento, subito dopo aver letto il suo messaggio.

Non l’avevo riletto. Avevo abbandonato la tua traccia. Non la potevo gettare via. Non potevo tornare indietro. Non potevo far nulla per cancellare quella traccia informatica. Ormai era lì, scolpita. Dentro di me.

Avrei voluto tornare a casa e trovarla lì. Avrei voluto che lenisse con le sue carezze e la sua lingua il mio corpo saggiato, strizzato, auscultato, violato.

Ho trovato solo la sua maledetta e fredda traccia informatica.

Ora sono qui. Con le braccia conserte, appoggiato al muro riscaldato dal termosifone a guardare oltre il vetro della finestra. Nel silenzio rotto dal vento che sbatte sui muri e sui vetri. Quel vento del nord che mi sfida, mi invita ad uscire, a misurarmi con lui. 

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Fan#### va’

Prima o poi arriva il giorno in cui qualcuno ti presenta il conto. E’ il conto di una vita di impegno, di lavoro, di relazioni costruite. Prima o poi arriva il giorno in cui quella vita si conclude. Per una serie di motivi. In genere ci si arriva preparati, pronti a prendere un’altra strada, mantenendo un rapporto positivo ed equilibrato con il passato. Insomma, è semplicemente, anche se comunque difficile, una strada nuova su cui avviarsi. Una nuova opportunità.

La cosa diventa un po’ più complicata quando quel conto viene presentato sotto forma di un doloroso calcio nel posteriore che ti spinge via oltre una porta che ti viene, subito dopo, chiusa dietro la schiena, ancora dolorante.

Ancora più complicato è quando le persone con cui hai costruito proficue relazioni, e che credevi amiche, semplicemente ti girano le spalle e vanno via, spesso senza nemmeno salutarti. Anzi, se ti dovessi avvicinare troveresti sguardi impauriti, timorosi di essere compromessi dalla vicinanza dell’ “allontanato”.

Quando accade, la prima domanda che ci si fa è: “perché?”

E se non riesci a trovare una risposta, vi assicuro che si entra in un meccanismo doloroso che porta rapidamente ad una forma depressiva. L’autostima cade rovinosamente a terra. Non si riesce a pensare al altro. Non si dorme la notte. Non si sopporta il silenzio che grava sul proprio cellulare, fino a qualche giorno prima gioiosamente pieno di suoni che anticipavamo i vari messaggini su whatsapp, su telegram, su Facebook.

Invece, all’improvviso, piomba il silenzio. E inizia, invece, un furibondo ronzio interiore, l’inseguirsi di pensieri, di domande che si insinuano nelle pieghe più profonde e che non fanno capire più nulla. Ci si interroga ma non ci si può rispondere.

Bisognerebbe affrontare la questione con semplicità. E’ finita. Basta. Hai dato. Ora devi farti da parte. Ok. Sono pronto. Ma perché, insieme al conto finale, bisogna “espellere” anche le relazioni costruite?

Perché erano finte. Punto.

Quindi, non hai molte alternative amico mio. Vai incontro al tuo bivio, prendi l’altro sentiero, attrezzati con le scarpe giuste, tanto le hai, e inizia un nuovo percorso. Fanculo al passato, fanculo alle persone, fanculo a tutto. Accompagnati con un bel bastone di legno liscio e solido. Riempi lo zaino di poche cose, di qualche buon libro, di una paio di taccuini e matite. E riprendi il tuo cammino. Non puoi fare altro. Anche se le lacrime scendono sul tuo viso, e sai che per molte notti non riuscirai più a dormire. Fino a quando, nel silenzio e nel buio, il ronzio dei pensieri inizierà a scemare e si trasformerà in una cantilena che con calma ti accompagnerà verso la pace e la quiete. Fanculo va’.

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Il mare nero

Ho provato a resistere, ma non ce l’ho fatta. Nella mia mente, durante le notti insonni, ho elaborato la volontà di cambiare le cose. Ho immaginato un’organizzazione, la costituzione di un gruppo di lavoro, la ricerca delle notizie da sbattere sul muso ai troll e ai provocatori, lo scandaglio continuo sui social per identificare le zone grigie in cui il conflitto si scatenerà, la scelta del momento in cui intervenire. Ho provato a ripetere a me stesso e a chi mi era vicino che l’unica strada è il social activism, la ricerca delle parole giuste, il senso di responsabilità, l’adesione al Manifesto per la buona comunicazione, il seguire Parole O Stili. C’era la voglia di fare, la voglia di cambiare una deriva, la voglia di metterci la faccia. Mi sono imbevuto dei video quotidiani, determinati, di Donata Columbro alias @dontyna su Instagram. Ho pensato: devo fare come lei. Studiare, scegliere la strada, seguirla con convinzione.

Nel frattempo il mondo, l’Europa, l’Italia, si avvita sempre di più in una spirale che strangola il sorriso, la solidarietà, l’umanità, quel sentimento che ti porta a guardare le persone con compassione, che spinge ad aiutare chi ha problemi, che ti porta ad aprire la porta di casa,  a cucinare un piatto in più, ad acquistare quando fai la spesa un pacco di pasta e una scatola di pelati e a metterli nelle mani della ragazza africana che aspetta all’uscita del supermercato. Lei è lì, in piedi, dritta come un fuso, con gli occhi spalancati e ti guarda, con uno sguardo dritto nei tuoi occhi. I suoi sono grandi, neri e lucidi, hanno dignità e tristezza. Nelle orecchie arriva il rombo delle onde, in sottofondo le sue urla quando l’hanno stuprata in una casupola lercia, dai muri scrostati e su un terriccio polveroso. Le metti in mano quelle due cose che hai pagato pochi centesimi e per lei rappresentano un paio di pasti. Vorresti sapere da dove viene, come si chiama, cosa ha subito per arrivare lì ed accontentarsi della tua elemosina. Ma non lo farai perché i vostri due mondi sono così diversi, così lontani.

La guardi e non capisci perché il motorino che passa veloce davanti all’uscita del supermercato rallenta per lanciarle un grido, una parolaccia, uno  sputo. Non capisci. Possibile che in un mondo sempre più piccolo il colore della pelle sia ancora sinonimo di una inferiorità, di un’appartenenza al pianeta delle scimmie? Ti guardi intorno disorientato. Pensi, è un incubo. Invece è la realtà.

Ho cercato di resistere, lo giuro. Ho cercato di provare a cambiare le cose. Ho provato anche a scriverlo ma i troll, username di persone sconosciute, nomi e cognomi di persone che, invece, credevo di conoscere bene mi hanno aggredito. Parole, parole, parole. Grida. Giudizi. Improperi. Inviti osceni. Uso distorto delle notizie già false di loro. Qualunque cosa va bene per scatenare la rissa. Mi sono guardato intorno. Mi sono guardato dentro. Mi sono sentito solo, abbandonato, senza forze. Ho provato a smentire le notizie false, a ricostruire un filo di ragionamento logico, mi sono aggrappato al buonsenso, alla solidarietà umana, persino alle statistiche che smentiscono i luoghi comuni di cui si alimentano a mandibole spalancate i fascisti di nuovo al governo dell’Italia. Niente. Mi hanno opposto di tutto, persino le ricostruzioni di avvenimenti di trenta-quarant’anni prima e che nulla hanno a che fare con quello che accade oggi, adesso, nel mare di fronte alle nostre coste. Non si può fare una ricostruzione storica mentre migliaia di persone boccheggiano nell’acqua. Non si può pensare ad aggredire verbalmente su uno schermo di uno smartphone mentre donne e uomini in carne ed ossa ingoiano l’acqua salata. Non si può. E invece è quello che accade.

Ho cercato. Non ce l’ho fatta. Mi hanno sconfitto. I loro sorrisi cattivi, il ghigno sbilenco di chi sputa odio, di chi cerca nel colore dell’altro il senso della propria povertà, hanno avuto la meglio. Non li giudico. Non sono migliore di loro, anzi probabilmente sono molto peggio di loro. Ma non li capisco, non li seguo, forse inizio ad odiarli. Ho pensato che le parole non servono più, non hanno la forza di cambiare. Ho pensato che l’unica soluzione fosse prendere in mano un bastone e spaccare quel ghigno bavoso che vedo sui loro volti. Sconfitto più volte. Anche per questo bisogno di violenza. Il bisogno di chiudere la bocca  e lasciare che il rumore sordo del legno che spacca la carne sia la risposta alla sete di giustizia, a quel vago sapore di vendetta che inizia a scorrere nel mio sangue.

E allora mi sono arreso. Ho chiuso i profili social. Ho spento gli schermi. Il ronzio elettrico è scemato, il rumore di fondo si è allentato, l’adrenalina, ci ha messo un po’, si è abbassata e, finalmente, il silenzio ha iniziato a entrare dentro di me.

E’ durato poco. Il rumore delle onde lo continuo a sentire, il battere dei piedi e delle mani, le urla delle bocche che si riempiono di acqua, lo spruzzo dalle bocche schiumanti. Il mare nero. E noi, nelle nostre case, che sogghigniamo soddisfatti. Salvini è uno statista. Salvini ha vinto. Bastardo.

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Il fumo del caffè

In cucina la tapparella è abbassata a metà. Il sole del pomeriggio rimbalza sul muro bianco, nel pozzo luce. Inspiro forte e assaporo i primi profumi della primavera. Sono gialli e viola, sono delicati con vaghe tracce di rosmarino. Svito la caffettiera, la sciacquo grattando la filettatura del serbatoio, la riempio di acqua fredda, verso la polvere marrone scuro del caffè nel filtro.

Accendo il gas sotto la moka, nel riduco l’intensità della fiamma azzurra. Asciugo le mani nello strofinaccio bianco.

Il sibilo del gas riempie il silenzio.

Le urla esplodono all’improvviso. Provengono dall’appartamento di fronte. Istintivamente mi abbasso sotto la linea della tapparella per osservare. La finestra è chiusa, la tendina tirata. Non si vede nulla.

“Basta! Non cela faccio più! Sei una troia!” urla l’uomo. Un grido bombato, gravido di rabbia.

La voce della donna la segue, acuta e graffiante come un vetro rotto.

“Zitto! Devi stare zitto! Sei un fallito!!

Le urla si inseguono, i corpi probabilmente immobili. Le mani sbattono su un tavolo di legno, si sente il colpo ovattato, gli scricchiolii che gocciolano nella stanza.

Lei singhiozza.

Mi affaccio. Li vedo dietro la tenda, ne intuisco gli sguardi colmi di odio e di rancore accumulato.

Alle mie spalle sento un fruscio.

“Che succede?”

Mi giro. Nella penombra gli occhi verdi luccicano, lo sguardo è nello stesso tempo rassegnato e inquieto. Con gli occhi seguo le rughe sottili sul viso.

Mi avvicino. Le prendo il viso tra le mani. Le labbra sono piene, morbide, chiare.

La bacio. Dentro di me le chiedo scusa.

Il caffé gorgoglia nella moka e un sottile filo di fumo caldo sale verso il buio del soffitto.

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Assolvenza Moro

26 marzo 2018: su RAI3 hanno trasmesso Blob dedicato a Fabrizio Frizzi. In coda è partita una sezione intitolata “Assolvenza Moro”. E sono state trasmesse immagini dei telegiornali dal ’76 al ’78, dimensioni di 4/3 dai colori sfocati delle prime trasmissioni a colori. Mi sono rivisto, all’improvviso, nel tinello della grande casa di Via Principe Belmonte a Palermo. Ogni sera cenavamo, i miei genitori ed io, seduti al tavolo tondo della stanza rettangolare, di fronte la finestra con la tenda bianca chiusa  e all’angolo, di traverso al tavolo, la vecchia tv in bianco e nero. I colori non c’erano, guardavo i grigi sfumati e morbidi del vecchio tubo catodico. Ho cancellato il ricordo scuotendo la testa e ho iniziato a scodellare la pasta nei piatti dei ragazzi. Ho riportato la pentola in cucina e sono tornato verso il tavolo per sedermi.

Ho sentito la voce provenire dalla tv in alta definizione. Mi sono fermato e ho guardato. Nello schermo c’era lui, allora vice direttore del TG2, che parlava fissando la telecamera con il suo inconfondibile accento sardo, i pochi capelli pettinati, la cravatta rossa, la giacca di lana grezza. Era una vecchia nota serale, quella che chiudeva l’edizione di cena del telegiornale.

In quella nota parlava delle Brigate Rosse, due anni prima del rapimento di Aldo Moro. Lo faceva con il suo solito tono pacato, scandendo bene le parole senza lasciarsi andare all’enfasi o alle emozioni. Era serio, chiaro, diretto. Parlava di rivoluzione e di come le Brigate Rosse si appropriassero di quella parola, rivoluzione, usurpandola quasi fosse una bestemmia. E li smentì, con l’uso delle sole parole, usando quelle del padre della rivoluzione. Legge un brano. La sua voce si alza di un tono, per scandire al meglio il senso di quelle frasi. Rialza lo sguardo, fissa la telecamera e chiede: queste parole sapete chi le ha dette? Chi credete le abbia dette? Un borghese? Un capitalista? No, le ha dette Lenin.

Un vice direttore del TG2, nel 1976, smentiva le BR citando Lenin e leggendo un passo di un testo comunista e rivoluzionario. E lo faceva senza considerare i telespettatori dei deficienti incolti da imbonire con slogan di quart’ordine. Quell’uomo era Peppino Fiori, uno dei più grandi giornalisti che l’Italia abbia mai avuto. Un uomo che ha segnato la mia vita perché mi sono formato un primo abbozzo di coscienza sociale e politica leggendo un suo libro, scovato in mezzo ai fumetti porno in una casa, non ricordo di chi, un lontano pomeriggio di circa quarant’anni fa. Era “Vita di Antonio Gramsci”.

Non sono riuscito a sedermi, Sono rimasto in piedi, contratto, a guardare quelle immagini e a sentire quelle parole. In un lampo mi sono apparse davanti agli occhi le immagini di una vita lontana, le speranze e le amarezze di un adolescente costretto dal lavoro del padre a restare lontano più di mille km da parte della sua famiglia e dai suoi affetti. Ma ero in una terra splendida che poi ha dovuto abbandonare per sempre nel momento dei primi amori e lasciando amicizie la cui assenza mi ha segnato per tutta la vita.

Mi sono seduto, ho guardato i miei figli. E mi sono chiesto loro, tra quarant’anni, cosa ricorderanno delle cene con i genitori?

Nel frattempo, però, il buco nel mio stomaco si è allargato e il rimpianto di un passato tradito ha ripreso a sanguinare.

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Shock (n. 69)

Goccia nel buio

Lacrima sulla roccia

Evaporata

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La linea ripiegata

E arriva quel giorno in cui ti fermi, tiri una linea, ti guardi intorno e ti rendi conto che non c’è nessuno.

Abbassi la testa, la scuoti e pensi. E quel che pensi non ti piace nemmeno un po’.

Rialzi la testa, raddrizzi la schiena, prendi la linea, la pieghi bene e la infili in tasca.

Guardi verso l’orizzonte e riprendi il cammino.

Sbandi un attimo ma vai avanti.

La lacrima sottile è caduta per terra, non la guardi.

È una parte di te che lasci lì, alle tue spalle.

Il taglio da cui è uscita resta lì, dentro di te.

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I pensieri frantumati

Lui guarda lo schermo del suo iPhone, inquieto. Attende un messaggio. Non arriva. Passano i minuti, poi le ore. Compulsivamente riprende lo smartphone in mano, schiaccia il tasto home ma non c’è nulla. Controlla che il volume sia attivato. Lo è.

Il tempo passa. Lento ma inesorabile. Il buio scende spegnendo il blu cobalto nel cielo. Le nuvole avanzano veloci dall’orizzonte, masse morbide e inquietanti come il suo animo.

E’ seduto sulla poltrona, immerso nei suoi pensieri, lo sguardo è fisso nel cielo ormai nero. Qualche lampada nella strada si accende.

All’improvviso un lampo bianco squarcia il cielo e illumina gli alberi all’orizzonte. Dopo qualche secondo un tuono ringhia feroce spaccando il silenzio ovattato della sera.

Nei suoi occhi resta la traccia del fulmine, una linea rotta e bianca che sporca la percezione della realtà. Un vago sorriso, finalmente, appare sul suo volto. Guarda ancora lo schermo buio dell’iphone.

“Al diavolo!” pensa dentro di sé. Si alza, prende il giubbotto gettato sulla sedia, si infila un cappello, afferra le chiavi ed esce.

Passeggia lentamente lungo la strada. Il cielo è nero, l’aria è ferma, i peli dei capelli e della barba si elettrizzano. Di nuovo, all’improvviso, le strisce bianche tagliano il nero uniforme e delineano i contorni morbidi delle nuvole. Il cielo si illumina di fuochi d’artificio naturali e un rombo scontroso si innalza dall’orizzonte verso l’alto. Il temporale avanza verso di lui veloce. In un attimo il vento si alza, impetuoso, si scaglia nelle foglie gialle degli alberi, le strappa e le fa danzare potenti nell’aria. Il rombo si fa più forte, i tuoni sono violenti, i lampi si avvicinano e si gettano verso le antenne e dove non le trovano piombano sul cemento della strada.

Le prime gocce di pioggia cadono dritte sulla strada, come proiettili trasparenti sparati verso il grigio del cemento. Lui alza il viso verso l’alto, socchiude gli occhi e si lascia bagnare. I fulmini aumentano di intensità. Il temporale è sopra la città. L’acqua punge la pelle e scivola sul collo. La pioggia aumenta di intensità e ormai cade copiosa, si trasforma in un acquazzone, rimbalza sull’asfalto e ricade nelle pozzanghere che si formano rapidamente.

Lui infila la mano della tasca, cerca l’iphone. Vuole filmare il temporale. Non lo trova. Ha un attimo di smarrimento. Poi ricorda l’angoscia dell’attesa. Inspira. E non rammenta più il perché di quel sentimento, di quel dolore, di quella dipendenza da qualcun altro. Lei non pensa a lui. Ora lo sa.

L’acqua l’ha inzuppato. Il rumore è drammaticamente violento. Ma lui non ha paura. Non più. Si immerge nei tuoni, nell’acqua fredda, nel vento gelido di tramontana.

E inizia a correre, i suoi piedi schizzano nelle pozzanghere, il vapore del fiato che esce dalla bocca, i pensieri che scivolano via e rimbalzano dietro di lui, frantumandosi nell’acqua.

 

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Il senso dell’amore digitale

Non frequento molto i social network in queste settimane. Anzi, ad essere precisi, non frequento molto Facebook e twitter. Ma quando mi capita di fare una capatina e sbircio i post ho la sensazione di leggere tanti messaggi in bottiglia. Sono frasi, molto spesso marcatamente retoriche, rivolte a qualcuno. E ho l’impressione che questi messaggi siano dettati da rabbia o sete di vendetta. Sì, c’è molta rabbia in giro. E’ una rabbia mascherata di frasi filosofiche, di aforismi, di parole d’amore. Ma dietro si intravede la rabbia, il messaggio minaccioso, la voglia di rivalsa, la sete di vendetta, il far male perché qualcuno ha fatto soffrire. Le frasi spesso si accompagnano a foto glamour che vogliono sbattere in faccia all’altro/a: guarda cosa ti stai perdendo.

Perché tanta rabbia? Me lo chiedo ogni giorno. Poi mi interrogo e osservo con più attenzione i miei pensieri, i sentimenti. E scopro che quella rabbia ce l’ho anche io. Dentro. Ma è come lava in un vulcano spento. E’ un magma rovente che si sposta e ribolle con forza crescente. Intravedo le crepe, quelle sottili fessure il cui diametro aumenterà e so già che da lì, all’improvviso, esploderà la forza dell’eruzione e il magma rovente erutterà alto e caldo per poi ricadere sul terreno portando con sé la sua forza distruttiva.

Da dove nasce quella rabbia? Lo so, è una bella domanda e ognuno di noi potrebbe rispondere, più o meno coscientemente.

E’ possibile che molto dipenda dall’egoismo, dall’opportunismo e dall’indifferenza verso l’altro nei rapporti? E’ possibile che oggi tutto sia veicolato solo dall’interesse personale e che a questo sia sottomesso tutto, forse anche l’amore? E’ possibile che le attenzioni, le premure, le parole, i gesti siano in realtà stimolati e diretti solo dall’opportunismo per poter realizzare, concretizzare, un interesse, un obiettivo?

Possibile che tutto sia mercificato e che sia scomparsa l’attenzione gratuita verso l’altro? Dov’è la cura? Dov’è l’affetto sincero? Dove sono quei piccoli gesti scomparsi o comunque in via di estinzione come gli animali paleolitici? Qualcuno si ricorda il gesto spontaneo di una carezza sfiorata all’improvviso? Dov’è la richiesta di un incontro anche solo per guardarsi negli occhi senza che le parole appaiano per lasciare lo spazio ad un sorriso? Dov’è la ricerca dell’altro per sentire quel respiro che riempie l’anima e che può anche essere nascosto in un messaggio Whatsapp o su Telegram?

Possibile che ogni atto sia solo dettato dall’interesse per sé stessi e la propria vita nel disinteresse totale per l’altro, chiunque esso sia?

Quanta rabbia, quanta delusione, quanta paura della solitudine. Tutto questo si nasconde dietro la ricerca di un suono. Il rumore di un messaggio sul cellulare, o lo squillo della suoneria. Quanta importanza diamo agli strumenti e quanto poco riflettiamo sui sentimenti che nascondiamo dietro quell’attesa. E quanto poco siamo attenti alla dignità che pian piano si sgretola mentre perdiamo il contatto con i nostri pensieri, con i nostri veri sentimenti, con la realtà oggettiva delle cose che ci circondano.

E’ un mondo difficile che cerchiamo di semplificare banalizzando ciò che banale non è.

E nel frattempo, mentre siamo infilati nella placenta calda dell’autocommiserazione rabbiosa, ci stanno fottendo la vita.

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